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ascolto

di vertigine (30/01/2006 - 11:43)

 

 

 

 

GIOVANNA MARMO


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Poeta, performer, artista visiva (video, pittura, micro-installazioni con il Lego e con la plastilina) e infine autrice musicale con il gruppo Loup Garou.
Nel 2002 ha realizzato Sex in Legoland, cd-audio (in "Derive Approdi" n.21) e spettacolo multimediale insieme alla compagnia Nani Nudi, da lei fondata con Francesco Prota e Carine Jurdant. La prima dello spettacolo Sex in Legoland (studio n°1) ha avuto luogo presso il Teatro Carignano (Torino), nell'ambito di BIG-Biennale Internazionale Arte Giovane.

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l'inchiesta continua

di vertigine (30/01/2006 - 11:41)

Il romanzo del ventunesimo secolo

www.vibrissebollettino.net/davidebregola


di Francesco Dimitri
Il Blog: L'IMMAGINAUTA

Camilleri ha rotto le palle. Quei suoi arancini, quel suo dialetto, quella Sicilia da cartolina comprata all’autogrill, sono molto più deleteri di tutti i reality show del mondo. E hanno rotto le palle i romanzi socialmente impegnati, gli adolescenti idioti di Tre metri sopra il cielo, e l’orrore cosmico di cose come Caro Johnny Depp.
La mia è una visione parziale, lo ammetto subito a scanso di equivoci. Io amo i visionari, gli sciamani e gli psicotici: considero Clive Barker uno dei più grandi scrittori viventi, e Thomas Pynchon uno dei più furbi. Credo che giochi di ruolo come Kult, Nobilis e Unknown Armies abbiano una complessità e una bellezza pari a quella del miglior Calvino. E, giusto per sparare sulla croce rossa, considero più onesto masturbarsi con Corna Vissute che con Melissa P. Dico questo non perché a qualcuno interessino i miei gusti, ma solo per chiarire il punto da cui parto, il reality tunnel in cui vivo. Non pretendo di avere ragione in assoluto – voglio solo descrivere il mio tunnel, e la luce che vi scorgo in fondo.
Intendiamoci, Camilleri, Melissa P. (li metto nello stesso calderone? Si, certo) e compagnia hanno pieno diritto di residenza nel nostro immaginario, adesso come in futuro. Il problema è che l’immaginario italiano, non solo quello letterario, si è adagiato su queste comode sponde, e fa poco per andare avanti. Perché il romanzo italiano del XXI secolo parta serve un rogo in cui qualcosa di vecchio venga bruciato tra fiamme e canti e danze ubriache, e qualcosa di nuovo e ancestrale al tempo stesso sorga all’alba.
La parola d’ordine è: divertimento. Divertimento come divergere, allontanarsi da quell’alveare ideologico che ci ostiniamo a definire «Realtà», per andare a visitare e abitare mondi nuovi, non necessariamente allegri, ma almeno intriganti. Ho la sensazione che la maggior parte degli autori italiani cerchino di scrivere libri intelligenti. Vogliono mandare messaggi. Per come la vedo io, se vuoi mandare un messaggio esistono mezzi più adatti di un romanzo: l’email e il telefono, per esempio. O i pamphlet e i saggi.
Un buon romanzo non «manda messaggi». Costruisce mondi, ti colpisce in pancia e in testa come una scarica concentratra di LSD. Basta con le tirate politiche e le pseudosottigliezze di destra, sinistra e sghimbescio, basta con la letteratura da secchioni: schieriamoci dalla parte di Spessotto. Dalla parte di quel poveraccio del lettore, che per leggere paga. Compra un prodotto. E visto che si suppone che quel prodotto lo consumi nel suo tempo libero, ha il pieno diritto di divertircisi. Di giocarci. E che abbia una discreta varietà di giochi, questo lettore.
Uno dei più bei romanzi che ho letto l’anno scorso è stato Casa di foglie, di Danielewsky (no, non è italiano). Un romanzo spaventoso, coinvolgente, che ti fa giocare anche fisicamente con l’oggetto-libro. Non potremmo essere più lontani dalla stucchevole Sicilia di Montalbano, troppo misera per un’epoca in cui si sente l’esigenza di nuove mitologie, nuovi dèi. Per usare un’immagine rubata a Tolkien, credo che sia tempo di smetterla di pensare alle lampadine e tornare a occuparci dei fulmini – le lampadine passano, i fulmini no. E allora, perché mai un lampione dovrebbe essere più reale di Thor?
Io trovo molto più divertente l’Edda dei manuali di ingegneria elettrica. Altri trovano migliori i manuali di ingegneria: tutti i gusti son gusti, e ai fan dei lampioni lascio volentieri gli Aldo Busi che infestano queste sponde. Il peccato originale del romanzo italiano consiste nell’essersi fermato, per motivi storici non certo banali, alle lampadine. Adesso si sono fulminate. E vorrei che il romanzo italiano del futuro fosse così: fulminato.
Qualcuno dirà: stai vomitando un sacco di parole, ma secondo me non hai idea di come sarà il romanzo italiano del XXI secolo. No, non ce l’ho, ma so come vorrei che fosse. Se dovessi descriverlo attraverso i Tarocchi userei l’Arcano che si chiama Il Mago: un po’ veggente, un po’ truffatore, molto divertente, un trickster che inquieta e fa spettacolo, mentre svela (con la sua stessa esistenza, e non mandando qualche goffo “messaggio”) i fragili meccanismi dell’ordine costituito. Un romanzo che si legga in treno e in metropolitana, sul cesso e mangiando pane e nutella. Un romanzo che trasformi i treni in draghi e le metropolitane in tappeti volanti. Non un romanzo fantastico, al contrario: un romanzo realistico che sa che Nettuno e Nemo sono reali quanto i (più dei?) bastimenti mercantili. Un’opera di artigianato e non d’arte, in cui lo scrittore sia orgoglioso ma solo il lettore sovrano, visto che è lo scrittore ad esser pagato dal lettore e non viceversa. Un romanzo che sia una palude in cui affondare dolcemente, senza nessuna voglia di restare a galla. Un romanzo sporco e pesto, con i piedi nel fango e lo sguardo rivolto a Zeta Reticoli. Un romanzo che permetta ai lettori di giocare di ruolo. Senza spocchia, senza pretese di immortalità o importanza, un romanzo che venga raccontato per il puro gusto di raccontare, senza holdenate né moraviate né menate varie. Magari i vecchi giocattoli divertono ancora qualcuno. Giustissimo. Ma io li ho consumati, e ne voglio altri, radicalmente diversi.
Qualcuno gioca con me?

Francesco Dimitri (1981)si occupa di ufo, magia, tematiche antropologiche e cultura pop. Per Castelvecchi ha pubblicato Comunismo magico (2004), Guida alle case più stregate del mondo (2004), Neopaganesimo (2005) ed è co-autore di Dies Iraq (2003).
Da oggi in tutte le librerie si può trovare il nuovo libro pubblicato da Castelvecchi, Manuale del cattivo.

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una poesia

di vertigine (30/01/2006 - 11:30)

da "Oltre lo zero"

Di curvature, di limature, di restrizioni:

la struttura del senso imbianca mura prive di solchi.

Nulla ci manca poiché nulla siamo

(programmi svuotano l'immaginario).

Scaviamo nel silenzio della lingua, scandiamo

sillabe spente che riproducono l'urlo dei nervi.

"Questo è il tuo petto" dici, sfiorandomi con unghie svuotate.

"Questo è il tuo seno" dico, poggiando la guancia su linee acuminate.

Di curvature, di limature, di restrizioni:

la parola ama iterarsi sino allo strazio.

Aspettiamo la morte come chi la conosce.

r.a.

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incipit

di vertigine (30/01/2006 - 11:10)

John Barth

L'incipit de L'Opera Galleggiante
 
ACCORDANDO IL MIO PIANOFORTE

Per uno come me, le cui attività letterarie dal 1920 in poi si sono limitate alla stesura di documenti giudiziari e alla raccolta di materiale per l’Indagine, la parte più difficile dell’impresa imminente – ossia, il resoconto di un giorno del 1937 in cui cambiai idea – è proprio cominciarla. Mai ho tentato nulla di simile ma mi conosco abbastanza per sapere che, rotto il ghiaccio, tutto diventerà facile, anche troppo, giacché di natura sono un tipo espansivo, e anzi il problema sarà quello di non perdere il filo della storia, e di sapermi azzittire alla fine. Non ho dubbi al riguardo: riesco quasi sempre a prevedere con esattezza il mio comportamento, perché, nonostante qui a Cambridge l’opinione comune sostenga il contrario, sono di fatto una persona molto coerente.
Gli altri (il mio amico Harrison Mack, per esempio, o sua moglie Jane) mi giudicano eccentrico e capriccioso: ma unicamente perché le mie azioni e le mie opinioni non sono coerenti con i loro princìpi, ammesso che ne abbiano. Ma vi assicuro che sono coerenti con i miei. E anche se i miei princìpi di tanto in tanto possono cambiare – questo libro, rammentiamolo, è proprio dedicato a un tale cambiamento – resta il fatto che ne ho in abbondanza, anche più di quanti me ne servano, e in genere li applico tutti insieme; cosicché la mia vita non è certo priva di logica solo per il fatto di non essere ortodossa. E poi, di norma, quando mi metto in testa di fare qualcosa, la faccio.
Ora, per esempio, ho cominciato il mio libro, e anche se probabilmente siamo ancora molto lontani dalla storia vera e propria, se non altro ci stiamo muovendo in quella direzione, e intanto ho imparato ad accontentarmi di questo. Forse
quando avrò finito di descrivere quel giorno a cui ho accennato prima (sono quasi certo fosse il 21 giugno 1937), forse quando arriverò alla sera di quel giorno, se mai ci arriverò, tornerò indietro a distruggere queste prime pagine, l’accordatura
del pianoforte. O forse no: intendo infatti, di qui a poco, presentarmi a voi, mettervi in guardia contro alcune erronee interpretazioni del mio nome; spiegarvi perché ho intitolato così il mio libro; e compiere qualche altro gesto graziosamente ospitale, per mettervi a vostro agio nella mia prosa come farei per ricevervi a casa mia, per immergervi con delicatezza nel sinuoso meandro dei miei pensieri: azioni utili, che sarà meglio conservare piuttosto che eliminare. Per estendere un altro poco la metafora del “sinuoso meandro”, se mi è concesso: mi è sempre parso, nei pochi romanzi che ho letto di quando in quando, che esigano parecchio dai lettori quegli autori che iniziano i loro racconti furiosamente,
nel bel mezzo delle cose, piuttosto che entrandovi, indietreggiando o di sbieco, con dolcezza. Un tale tuffo nella vita e nel mondo di altre persone, come un tuffo fatto a metà di marzo nel fiume Choptank, offre, mi sembra, uno scarso piacere. No, venite con me, lettori, e non abbiate timore per il vostro cuore ammalato; ne ho uno anch’io, bene quanto sia importante inserire prima il dito d’un piede, poi il piede intero, poi una gamba, lentissimamente le anche e la pancia, e infine tutti voi stessi nel mio racconto, concedendovi moltissimo tempo per farlo. Tutto sommato, vi invito a un tuffo di piacere, non a un battesimo.
Ebbene, dove eravamo? Stavo per commentare, forse, il significato dell’“ossia” che ho usato prima? O per spiegare la mia metafora della “accordatura del pianoforte”? O il mio cuore ammalato? Santo cielo! Come si fa a scrivere un romanzo? Voglio dire, come è possibile non perdere il filo del racconto, se si è anche solo minimamente sensibili al significato delle cose? Quanto a me, vedo già che la narrazione non è il mio forte: ogni nuovo periodo che scrivo è pieno di divagazioni e complicazioni che tanto volentieri inseguirei fin dentro le loro tane insieme con voi, però un tale inseguimento implicherebbe nuove divagazioni e nuovi inseguimenti, in modo che di certo non riusciremmo mai a dare inizio al racconto, né tantomeno a terminarlo, se sguinzagliassi le mie inclinazioni.
Non che ciò mi dispiacerebbe, di solito – per me un libro vale un altro – ma davvero ci tengo a spiegare quella giornata (o il 21 o il 22) del giugno 1937 in cui ho cambiato idea l’ultima volta. Dobbiamo dunque restare nel bel mezzo
del canale, voi e io, sebbene la barca sulla quale navighiamo sia destinata alle secche, e rinunciare alle insenature e alle cale, per quanto possano essere graziose. (Questa metafora, a proposito, non è ingiustificata, ma lasciamo andare).
Dunque. Todd Andrews, mi chiamo. Lo potete scrivere con una d o con due; ho ricevuto lettere indirizzate a me nell’un modo e nell’altro. Volevo quasi avvertirvi di non usare la grafia con una sola d, per paura che diceste: “Tod in tedesco
vuol dire morte: forse il nome è simbolico”. Personalmente adopero due d, in parte anche per evitare quel simbolismo. Però, capite, alla fine quell’avvertimento non l’ho fatto, perché mi è venuto proprio ora in mente che la doppia dè anch’essa simbolica, e il simbolismo è assai appropriato. Tod è morte, e in questo libro la morte non c’entra molto. Todd è quasi Tod, cioè quasi morte, e in questo libro, se mai sarà scritto, c’entra moltissimo la quasi-morte.
Un’ultima osservazione. Siete mai rimasti delusi da racconti che parevano promettere chissà quale rivelazione, e invece se la sono cavata con un raggiro? A me è capitato più volte di imbattermi in racconti che riguardano qualche prodigiosa invenzione – una sfida alla gravità, o un telescopio abbastanza potente da vedere gli uomini su Saturno, o un’arma segreta capace di alterare il sistema solare – però la meccanica del mezzo atto a sfidare la gravità non viene mai spiegata; la questione se Saturno sia abitato o no non trova mai risposta; non ci viene mai insegnato il modo di costruirci da soli qualche macchinario capace di alterare il sistema solare. Ebbene, non sarà così questo libro. Se vi dico che sono arrivato a capire alcune cose, vi dirò che cosa sono queste cose, e le spiegherò più chiaramente che posso.
Todd Andrews, dunque. Adesso, tenete gli occhi aperti e vedrete come so muovermi veloce quando faccio sul serio. Ho cinquantaquattro anni e sono alto un metro e ottanta, però peso soltanto sessantasei chili. Il mio aspetto è quello
che penso avrà Gregory Peck, l’attore, quando arriverà a cinquantaquattro anni, soltanto tengo i capelli abbastanza corti da non dovermeli pettinare, e non mi rado tutti i giorni. (Il confronto col signor Peck non è inteso come elogio di me stesso, soltanto come descrizione. Se fossi Iddio, creando la faccia sia di Todd Andrews, sia di Gregory Peck, farei solo qualche piccolo cambiamento qua e là.) Vivo discretamente bene, secondo i criteri comuni: sono socio dello studio legale Andrews, Bishop & Andrews (il secondo Andrews sono io) e la clientela mi fa guadagnare quanto desidero, sino a forse diecimila dollari l’anno, o forse meglio nove, ma non mi sono mai dato molta fatica per appurarlo. Vivo e lavoro a Cambridge, capoluogo della contea di Dorchester, sulla Costa Orientale del Maryland. È la mia città natale e quella di mio padre (Andrews è un vecchio cognome a Dorchester) e non sono mai vissuto altrove se non negli anni passati nell’esercito durante la prima guerra mondiale, e in quelli passati alla Johns Hopkins University e, dopo, alla facoltà di legge dell’università del Maryland. Sono scapolo. Vivo in una camera singola dell’hotel Dorset, ho soltanto da attraversare
High Street per recarmi al tribunale, e il mio ufficio si trova ad appena un isolato di distanza, a “Lawyers’ Row”, quel tratto di Court Lane dove non ci sono altro che studi legali. Sebbene l’attività giuridica mi paghi il conto dell’albergo, per me la carriera non è più importante di cento altre cose: andare in barca, bere, passeggiare, scrivere la mia Indagine, fissare le pareti, dare la caccia alle anitre e ai procioni, leggere, giocare alla politica. Mi interesso di parecchie cose, e non sono entusiasta di nessuna. Indosso vestiti piuttosto costosi. Fumo sigari Robert Burns. Bevo di preferenza Sherbrook Rye e ginger ale. Leggo molto e senza metodo: cioè, ho un mio metodo, ma non è ortodosso. Non ho fretta. In breve,
vivo la mia vita (l’ho vissuta, almeno, sin dal 1937) suppergiù nel modo in cui scrivo questo primo capitolo dell’Opera Galleggiante.
Ho quasi dimenticato di accennare alle mie malattie.
La verità è che non godo di buona salute. Questo mi è tornato in mente ora, perché mentre meditavo sul nome Opera Galleggiante, seduto qui al mio tavolino nell’hotel Dorset, circondato dai grossi archivi della mia Indagine, ho cominciato a tamburellare con le dita sul tavolo, seguendo il ritmo di un’insegna luminosa intermittente al neon fuori della finestra. Dovreste vedere le mie dita. Sono l’unica deformità in un corpo altrimenti molto funzionale e, come nel corso della mia vita mi è anche stato sussurrato, non privo di bellezza. Ma queste dita! Grosse, tozze; unghie immense, giallastre, pesanti. Avevo una volta (probabilmente l’ho ancora)
una specie di endocardite settica subacuta (in parole povere: mal di cuore) con una complicazione speciale. L’ho avuta sin da giovane. Mi ha fatto gonfiare le dita, e ogni tanto mi indebolisco, ma non troppo spesso. Però la complicazione è
una tendenza all’infarto del miocardio. Che vuol dire? Vuol dire che un giorno qualsiasi posso cadere morto sull’istante, senza alcun preavviso, forse prima di terminare questa frase, forse a venti anni da oggi. Lo so fin dal 1919, cioè da trentacinque anni. Il mio altro guaio è un’infezione cronica della ghiandola prostatica. Mi ha causato problemi piuttosto gravi quando ero più giovane – diverse specie di problemi, come senza dubbio spiegherò più avanti – ma da molti anni ormai prendo semplicemente una pillola di ormoni (un milligrammo di dietilstilbestrolo, un estrogeno) tutti i giorni, e salvo una notte insonne ogni tanto, l’infezione non m’inquieta più. Ho i denti sani, salvo un’otturazione nel molare sinistro inferiore posteriore e una corona sopra il canino destro superiore (me lo sono spezzato sulla ringhiera d’un traghetto nel 1917, a fare la lotta con un amico mentre attraversavamo il Chesapeake). Non sono mai stitico, e ho la vista e la digestione perfette. Infine, ho ricevuto un debole colpo di baionetta da un sergente tedesco nelle Argonne durante la prima guerra mondiale. Mi è rimasto un puntino sul polpaccio sinistro, dove un muscolo è stato atrofizzato; però non zoppico,
e la piccola cicatrice non mi fa male. Il sergente tedesco l’ho ucciso.

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estratto

di vertigine (30/01/2006 - 11:03)

Murakami Haruki

 da A sud del confine
 
 
Nell'ambiente in cui crebbi, una famiglia tipica aveva due o tre bambini. A ripensarci, tutti gli amici della mia infanzia e della mia adolescenza erano vissuti in una famiglia così. I figli erano sempre due, al massimo tre. Era eccezionale vedere sei o sette bambini e, ancora di più, un unico figlio.

Io facevo parte dell'eccezione, ero un figlio unico. Fin da bambino avevo avvertito per questo un certo senso di inferiorità. Sentivo che la mia esistenza nel mondo era, per così dire, un fatto particolare: tutto quello che gli altri avevano e davano per scontato a me non era concesso.

Da piccolo detestavo con tutte le mie forze l'espressione "figlio unico" che rinnovava ogni volta il mio senso d'inadeguatezza. Mi veniva rivolta sempre con un dito puntato contro, quasi a voler significare: "Sei un essere incompleto".

Essere figli unici voleva dire essere viziati dai genitori, deboli e molto capricciosi: nell'ambiente in cui vivevo era questa l'opinione indiscutibile e condivisa da tutti. Era considerata una legge di natura, alla stessa stregua dell'enunciato: "la pressione atmosferica diminuisce in alta montagna" o "le mucche producono latte in abbondanza". Per questo motivo odiavo sentirmi chiedere quanti fratelli e sorelle avessi. Bastava sentissero che non ne avevo, per pensare immediatamente: "Questo bambino è, senza dubbio, viziato dai genitori, debole e molto capriccioso". Questa immancabile reazione mi indisponeva e mi offendeva. Ma ciò che fin da piccolo mi indisponeva e mi offendeva di più, era che le loro parole corrispondevano alla verità: ero realmente un ragazzino viziato, debole e molto capriccioso

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da "il primo amore"

di vertigine (30/01/2006 - 10:54)

Tiziano Scarpa


Natale a Miami ha avuto tre milioni di spettatori. Il film dura 100 minuti. Gli italiani gli hanno dedicato 300 milioni di minuti, pari a 570 anni. L'aspettativa di vita in Italia è di circa 80 anni. Quindi gli italiani hanno sacrificato 7 vite umane alla visione di Natale a Miami. Si tratta del ventiduesimo film della coppia Boldi-De Sica. Ce n'è abbastanza per incriminare i due attori per strage.

 

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best off 2006

di vertigine (30/01/2006 - 10:17)

Best off 2006

Letteratura e industria culturale

Il meglio delle riviste letterarie italiane

a cura di Giulio Mozzi

 

 

L'indice di Best Off 2006 potete leggerlo cliccando qui

(I testi sono tratti da: Carmilla, clanDestino, Daemon, Fernandel, Lipperatura, Miserabili, Nazione indiana, L'Ospite ingrato, PaginaZero, Re:, Lo straniero, Ulisse, Zibaldoni)

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microantologia ad uso personale

di vertigine (26/01/2006 - 11:24)

Microantologia ad uso personale

 

Poeti di Puglia

 

 VITTORINO CURCI

Da “La stanchezza della specie

Canzone del parassita

metà frana anche solo a guardarla
metà resta
non vuole più chiamarsi

questo era
il guadagno ora
è niente

una via non più grande di un braccio dove
i pescatori cancellano segreti portando nella
coda dell’occhio il nano incantatore

cosa sono due mesi?
i pasticcieri hanno sfornato queste case
tornano a parlarsi a tempo largo

senza fibrillazioni

 

 

MARIO DESIATI

Da “Le luci gialle della contraerea”

 

Ho potuto intravedere l’altrove
dietro l’ombra lunga del pomeriggio
quando in estate attendevo mia madre.
E lei tornava con l’odore di terra
e poi di cotogno e poi di spine
e poi di cardi e poi di papaveri.

Non ha mai inventato risposte ai miei perché
abbracciando i frangenti del cielo pezzato
in cirri metallici, traccia nell’aria i segni
“di qui passa tutto” e altre vanificazioni.

Che poi sui muri a secco era disegnata
l’onda, un sonaglio dei rami di edera
i resti dei coleotteri, la striscia verde di malva
e per questo non  restava la parola.

 

 

FLORINDA FUSCO

Da “Linee”

 

se il corso astruso toglie moto al corpo

una crema nel piatto                erba tra le ossa incancrenite

(oceano lattiginoso)

“e adesso Signore perché non mi tagli anche i piedi?”

 

se la bocca è ferro caldo

       prendi i capelli    le rotule           gli incavi

amalgamali                 in un tradire attento

 

 

 

ENZO MANSUETO

Da “Ultracorpi”

 

PROGRAMMA

Ormai è già dentro quando lo capisci.

Ha fatto il nido e cresce. In tutti i gesti.

Ad ogni sguardo sul resto. Finisci

di vedere. Soltanto visto. Resti.

Senza dentro. Da fuori. Verso fuori.

Fin quando hai visto tutto. Dopo muori.

 

 

ILARIA SECLI’

Da “D’indolenti dipendenze”

 

Anatomia patologica

 

Che tutta m'ingoio

 nelle tue vie strette della respirazione

 in ceneri di mantra e parole di madre

 bivaccata su amache di pleuriche cavità.

 

Lì dopo traversate di stomaci

accucciata nei lobi medi

o in ascesa aortica

punto alle periferie nervose.

 

 Arresi ghiacciai apriranno scheletri di biblioteche

 e terre solo a te conosciute

dove epiloghi di sfinteri o prìncipi saggi 

 mi riveleranno il senso del viaggio.

                       

Se sarà ancora necessario per continuare a scrivere

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il ritorno

di vertigine (26/01/2006 - 10:23)

 
 
Sergio Baratto
Carla Benedetti
Benedetta Centovalli
Gabriella Fuschini
Giovanni Giovannetti
Giovanni Maderna
Antonio Moresco
Sergio Nelli
Tiziano Scarpa
Dario Voltolini
 

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