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antonio verri ripubblicato

di vertigine (02/01/2006 - 17:29)

ALDO BELLO

Su "LA BETISSA - Storia composita dell'uomo dei curli e di una grassa signora" di Antonio Verri



Verri mi passò una copia dattiloscritta della Betissa una sera, nella casa di campagna matinese nella quale ci si incontrava di frequente col testo della Storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora. Credo fosse stato, simultaneamente, subito dopo, a due comuni amici, Antonio Errico e Maurizio Nocera, con il fine di provocare a breve quello che era un confronto quasi rituale su forma e contenuti, su visioni del mondo e scenari onirici, con conversazioni, con dialoghi incrociati, con interpretazioni non sempre e non del tutto convergenti. Il testo fu pubblicato nel 1987 su «Apulia», ed ebbe diffusione diacronica, ma anche gran risonanza in campo letterario, perché Betissa rappresentò un momento di snodo nella storia della narrativa (non soltanto) del Salento e del Sud. Intanto, per l’invenzione espressiva. I codici linguistici di Verri registravano una radicale trasformazione, diventando prevalentemente connotativi, poiché caricavano di ulteriori significati la stessa significazione elaborata dai codici iconografici. Ad esempio, la scrittura fantastica tese ad alterare la realtà, e i significati comunemente veicolati dalla realtà rappresentata, inducendo allusioni e associazioni di idee che valevano all’interno di una cultura, di uno stile, di un momento creativo. Cioè: dal momento che il processo di connotazione tendeva a creare significati decodificabili soltanto entro una particolare cultura, possiamo dire che i codici linguistici del Verri di Betissa presentavano un alto grado di ambiguità; inoltre, avevano carattere prevalentemente dinamico, dato che venivano determinati attraverso una complessa procedura da negoziazione con il lettore. Ciò vuol dire che, variando le condizioni e i modelli culturali, certi codici linguistici potevano essere adottati dal senso comune e trasformarsi in codici iconografici e di riconoscimento. Ciò accade di solito quando uno stile impone i propri modelli al punto di creare un sistema di lettura, nell’osservatore, in cui creatività e soggettività sono reciproche e giocano un ruolo esclusivo e preponderante. E su tutto questo si incentrò la novità sconvolgente di Betissa: sull’uso sempre sapiente e originale del linguaggio, e su un premeditato, preciso rovesciamento dei valori basati su di esso. Formidabile era stata la ricerca linguistica, fondata su giochi di parole, ripetizioni, accumulazioni, echi ondulari, e riferimenti colti, e riemergenze gergali, e ridondanze dialogiche nobilitate dall’uso di un’ortografia fonetica raffinatissima. Il narratore (il poeta) pare confermi così, e amplifichi, la vena da cui, a ben leggere, scaturiscono via via le pagine di visioni ed evocazioni, di reinvenzioni e di traslati. La sua è forza che esplode da una nativa esuberanza, nutrita di memoria, lievitata di suggestioni letterarie, ricca di vigore interno, rampante, che permea e circola, invade e annette. Questo privilegio gli deriva direttamente dagli umori della sua terra, e dalla meravigliate scoperte che tutto sottendono: verità e luogo fantastico, valori e passioni, vivacità narrativa, dimensione di spazi e tempi illimitati. Perciò i personaggi sembrano avere una portata dimostrativa della fatalità del mondo quanto meno accennano a uscire da sé, quanto più abbracciano la loro magmatica essenza; anche la psicologia, pur alta, e profondamente toccata, è subito trascritta nella sua perfetta strumentazione, nella chiarezza finale che s’avvia nell’incantarsi dell’invenzione nella propria irreparabilità. Quanto più ti esibisci (ti riproponi, dimostri chi sei) tanto più entri in te, nella problematica metafora della tua esistenza. Metafora, e forse profezia. Perché sa, questo poeta, che il dolore può essere l’arma più adatta a impedire la perdita ultima dell’uomo quale si trova a vivere oggi sulla terra: il dolore dell’uomo, che è anche il dolore per l’uomo. Sa il poeta che si possono inventare macchine per vincere la forza di gravità, ma non per vincere la forza della «stupidità della terra». Scrive Verri, al capitolo quindicesimo: - Cara madre... come già sai, anche se ti sei chiesta sempre il perché, io continuo a scrivere, continuo a cercare parole che dicano, che facciano fede ai diversi e a volte strani momenti della mia vita, che molti dicono povera. Coi risultati non ci siamo, ma questo non vuol dire. Il più delle volte le parole che affibbio alle cose non reggono... non abbiano... appigli di nessun genere, e come niente... mi restano in mano... Ma a che serve poesia, dicevi un tempo: a che serve il cielo puoi dire adesso, a che questa immensa voglia di alzarsi, volare?...Colpa anche della vaghezza, madre, della vaghezza e della stupidità della terra, della sua porosità... Spero solo di non restare coi miei quaderni, col mio stupore, con queste svuotate parole, con i miei propositi di volo: non altro che gioco, ripetizione, bisticcio... Tutto qui, madre... nient’altro se non il solito vecchio cuore tagliato a spicchi... e il correre stolto, e il correre continuo, con ali bianche, quasi senza corpo,verso il solito albero d’oro, verso il solito vecchio profumato eldorado -.L’elegia per la madre-dea, viatico premonitore allo schianto abbagliante dell’uomo dei curli.

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di vertigine (02/01/2006 - 11:56)

LL- LOCANDINE LETTERARIE

LA NUOVA COLLANA IDEATA E FONDATA DA FRANCESCO SAVERIO DODARO PER I TIPI DE IL RAGGIO VERDE



Ideata e fondata da Francesco Saverio Dòdaro, diretta dallo stesso Dòdaro e Maurizio Nocera, nasce a Lecce per i tipi della casa editrice Il Raggio Verde una nuova collana letteraria internazionale.

Una doppia L contraddistingue le  "locandine letterarie" che si presentano come una nuova collana d'assalto, trasgressiva e innovativa a cominciare dal suo layout grafico. La locandina, che generalmente si utilizza per veicolare l'opera d'arte, diventa essa stessa opera d'arte. Connotativa dell'hic et nunc, del qui e dell'ora e del dibattito in atto, la collana - anticipa lo stesso fondatore - sarà polisettoriale e darà particolare ascolto alla ricerca e alla scrittura avanzata, da prima linea sul fronte formale ed estetico. Sei titoli per sei autori da leggere d'un fiato, per ri-scoprire nel breve spazio grafico della locandina, il respiro della parola che si fa suono, visione, sentimento, grido : "Dichiarazione d'innocenza" di Francesco Saverio Dòdaro, "Fintotontopazzo" di Maurizio Nocera, "La bomba" di Ada Donno, "Gemme di pensieri" di Nasho Jorgaqi,"Ha rinchiuso le parole" di Maurizio Leo, "Oltre lo zero" di Rossano Astremo. Dalla poesia, alla saggistica, alla narrativa per gettare ponti tra il Salento e il mondo.

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di vertigine (02/01/2006 - 11:22)

 

Razionali Senza Filtro - Musicaos.it - Gennaio 2006

Gennaio 2004 - Gennaio 2006

numero speciale per i 2 anni di Musicaos.it

Razionali senza filtro

testi di: Massimiliano Zambetta, Vittorino Curci, Nicola Lagioia,
Carlo M. Dentali, Marina Pizzi, Manila Benedetto,
Elisabetta Liguori, Oronzo Liuzzi, Maria Zimotti,
Stefano Donno, Luciano Pagano

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una poesia

di vertigine (02/01/2006 - 10:48)

luigi pingitore

UNTITLED 19

 

 

 

Il mio sangue

Vascolarizzato per decenni e chilometri

Adesso stanco e polvere

Sta imparando l’ascesi delle giumente

E la pazienza della battaglia di mille anni.

E’ impazzito e striscia sulla terra,

E ha alberi secolari che incidono la terra

come un parto di luce,

La sensazione di questa mattina da alba boreale

che taglia i quartieri del mare e le strade sbocciate

nella ferita dell’umanità,

per ritornare – adesso so – alla

vaga forma del cono nel cielo.

Ma è perché questa terra è un santuario

E insegna a dimenticare la terra

E a ritrovarla come il primo giorno, nei miei occhi

E pregare i giorni che non ci sono stati

Pregare le strade mai fatte

Pregare la stanchezza della preghiera

Delle parole che si inzuppano nell’apparenza

Sofisticata delle cose

E scompaiono.

 

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di (02/01/2006 - 10:29)

Il romanzo del ventunesimo secolo

EMANUELE TREVI interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo.

Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments

di Emanuele Trevi

La mia testimonianza è questa: sto lavorando a un libro di critica che dovrebbe intitolarsi "Contro il romanzo", ma in effetti io non penso mai alla situazione italiana, non ho mai un'ottica se non empirica su questa prospettiva. Per me la "letteratura italiana" oggi si può semplicemente definire una letteratura non tradotta da altre lingue. Questo non significa che io la disprezzi, tutt'altro. Solo che, statisticamente, l'italia non è un paese che produce scrittori molto interessanti - siamo pochi, nonostante le apparenze, e scriviamo in una lingua secondaria.
In generale, poi, penso che il romanzo oggi, come mito sociale e oggetto di consumo, rappresenti una specie di letteratura a basso voltaggio, scarsamente inventiva e scarsamente eversiva. Non credo che il significato del mondo o di una singola vita abbia a che vedere con la sua forma narrativa, insomma. Questo ovviamente non vuol dire che qualche grande spirito (penso a Delillo, o a Houllebecq) non si possano ancora servire di questo specifico genere, scontandone le leggi implicite, la loro sostanza, come dire "normalizzatrice".
In fondo anche William Bourroghs è un "romanziere" !
Insomma, è una questione molto molto complicata, ci sto lavorando prima di tutto per chiarirla a me stesso!
Temo anche che dovrò leggere qualche libro, farmi un'idea più precisa.
Ecco tutto.

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neuropatia

di (02/01/2006 - 10:23)

Un saggio breve di Massimo Sannelli

(comparso su microcritica.splinder.com)

Appunti e aforismi su Neuropa di Gianluca Gigliozzi

 

1.

Alla fine del libro IO ritrova il nome proprio: “IO ha come una rivelazione – IO si ricorda di avere un nome – buffo, ma solo adesso se ne ricorda – si chiama Jacques Mornard – era un bel pezzo che se l’era dimenticato – fare tutte quelle scene allora a qualcosa è servito”.
 

2.

Quindi, se “non c’è proprio nulla nascosto nella materia!”, non c’è nessuna ragione per essere non-io e plurali. Il mondo è ciò che è, e la schizofrenia può essere eliminata da un minuto all’altro, perché non serve. Questo significa scatenare una genealogia biblica, dopo di sé: solo chi ha un nome ha il suo posto nella famiglia umana. Chi possiede il nome e il suo posto sociale si riprodurrà: non, come sembra, la sua carne viva e il solo patrimonio genetico di Jacques-IO, ma un nome e una famiglia, per molti decenni: uomini “i quali a loro volta ne genereranno ALTRI e questi ALTRI ancora ALTRI”. L’ESSERE non sospetta che “gli scherzi migliori sono quelli che durano poco”. La pluralità non è più ristretta alla mente di IO (che “deve riniziare a inventarsi, là per là, lo spettacolo, e persino variando il canovaccio”), ma inizia dal suo nome-sesso: per il paziente psichiatrico – che è un recluso – tutto è IO e IO crea tutto (“E OGNI IO NON E’ FORSE UN RE DI TUTTI I POSSIBILI IO CHE LO FORMANO O LO NASCONDONO?”); per l’animale sociale un corpo crea altri corpi, benedetti dal possesso di un nome, di un cognome, di una residenza e di figli.

 
3.

Sade è noioso, cioè ripetitivo e schematico. Infatti Sade non è eccitante e “Io sbadiglia di continuo alle dottrine di DONALPHON”. A Charenton IO può intrattenere Sade, perché il suo non-essere non ha implicazioni filosofico-politiche. IO non è uno scrittore che pubblica: quindi non gli appartiene nessun engagement. IO è un semplice parlante, figlio dei semplici, che parla allo scrittore. Lo scrittore ascolta e tace.  

 
4.

In Neuropa appaiono più volte la noia e lo sbadiglio. Ci si annoia di fronte ad un gioco già conosciuto o a dottrine che non ci riguardano, mentre tutto si riduce ad una vita rinchiusa che sogna o a una vita sociale che agisce (a partire dai lombi, creando gli ALTRI). Ci si annoia, soprattutto, di fronte ad uno spettacolo mal riuscito: il sintagma barocco teatro del mondo e la frase-mito la vida es sueño non contemplano, di per sé, la possibilità che il teatro sia noioso e il sogno un incubo. Ma il teatro, in cui si finge di “essere altri IO”, è la sala anatomica per eccellenza: “come avere tanti corpi morti in cui frugare a caccia dell’ESSERE – forse non è una cattiva idea”.
 

5.

Perché accada qualcosa, Sade deve morire e il suo stesso corpo diventare cenere. La cenere non è né un IO né un corpo: fu entrambi.  

6.

L’ESSERE maiuscolo, che è personaggio neuropeo al pari dell’IO maiuscolo che sarà Jacques (minuscolo), apre la possibilità di una lettura teologica del romanzo, come forse lo stesso Gigliozzi auspica (e si tratterà, ugualmente, di una teologia grassa e comica, in cui ci sono un “discorso della montagna” e la montagna è un regista “divino”, e in cui Gesù tra i Dottori del Tempio diventa un “IO dodicenne già narratore di storie”). Guardare senza essere guardato è proprio di questo ESSERE inconoscibile: IO è solo un attore. Non è un caso che tutto il teatro si svolga nell’ospedale di Charenton e non fuori (altrove, mondo): l’allentamento delle catene convenzionali crea la malattia, e lo stesso allentamento permette di non avere distrazioni, come l’eremita nella sua cella. Nella cella non appaiono più tentazioni vagamente sataniche e mondane, ma il diavolo in persona.
 

7.

Le ultime due pagine sono un lungo elenco di persone ringraziate per la loro amicizia e i loro consigli, durante la “gestazione” e l’iter editoriale. Tra queste persone ci sono veramente le migliori menti nate dopo il 1950: Giuliano Mesa (“a cui il libro è dedicato”, e Mesa è l’autore di un’opera sui loro scritti), Luigi Severi, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Biagio Cepollaro, insieme a molti altri. Si tratta, in particolare, dei poeti che ultimamente sono entrati – ma l’esclusione di Cepollaro pesa come una ferita, e ferisce un’opera di grande valore – nell’antologia Parola plurale di Sossella, nello stesso 2005. Le menti amiche sono gli ALTRI e sono l’ESSERE, in un certo senso: l’IO dello scrittore vi ritrova una comunità di other minds, e finalmente non è solo oggetto inconsapevole di una regia esterna, dalla quale è guardato. Tra questi amici trova occhi da guardare. Né sono corpi da sezionare alla ricerca di qualcosa: essi gli mostrano sùbito ciò che sono, come uomini e come intellettuali.  

 
8.

La contemporaneità di Neuropa e Parola plurale potrà incuriosire la prossima generazione di ‘italianisti’, sempre che la disciplina non si evolva verso una specializzazione che potrebbe riguardare, più onestamente, dei pluralisti. In ultimo, sia chiaro che per Gigliozzi, come per alcuni degli amici nella tabula gratulatoria finale, va detto lo stesso Te Deum che Boine scrisse a caldo per i Canti Orfici di Campana. Cominciamo dunque ad additare qualche valore grande, anche per il nuovo secolo plurale.

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