racconto inedito
EVA CLESIS
ELISIR

… una goccia del vostro sangue, un po’ di cantaride, un pizzico di belladonna, poca polvere di muschio, una tazzina di caffè ristretto, un bicchierino di concentrato di rucola selvatica, la purea di mezzo gambo di sedano bianco e mezzo chilo tra fragole mature e fragoline, un cucchiaio di olio di rose, un cucchiaino di essenza di gelsomino, un misurino da sciroppo di infuso di damiana, quel che basta di tisana di artemisia absinthina, un pizzico di salvia, uno di volgarissimo timo. Mescolare bene con un’abbondante dose di miele e allungare con alcol puro fino a riempire metà della bottiglia. Aggiungere poi due chiodi di garofano e quattro pistilli di zafferano se volete legarlo a voi sole (dose doppia se è in programma una partouze…), un pizzico di zenzero, una generosa spolverata di peperoncino in polvere, una di pepe di cayenna…
Non statevene lì impalate a sniffare il composto, l’insieme di odori che viene fuori, chissà, potrebbe anche uccidervi. Mettete invece a riposare per tutta una notte di plenilunio la fatale mistura appena coperta da una garzina sterile, nell’armadio in cui avrete fatto sparire gli orribili tailleur da lavoro e i pigiamoni dicembrini, i jeans di quando eravate ragazza e tutta quella robaccia nera con inserti tigrati che sfoderate nelle occasioni speciali a quanto pare senza successo (altrimenti perché ricorrere a questa ricetta?). In compagnia della bottiglia potete lasciarci i vostri migliori capi di biancheria intima (sperando che anche lì sotto non indossiate il solito tigrato… non è così erotico come sembra, piace a pochi uomini, date retta, soprattutto di questi tempi).
Il giorno dopo togliete la bottiglia dall’armadio e già che ci siete, dategli aria.
All’armadio, non alla bottiglia.
Poi rimetteteci dentro i vostri vestiti, mi raccomando, ricordate che troppo disordine in camera da letto è sinonimo di sciatteria, che con l’amore lega poco.
Filtrate per bene il composto, vedrete che ne uscirà di roba che per nessuna ragione al mondo deve attaccarsi al lavoro del vostro dentista, men che meno tra i denti di lui.
Di corsa in cucina per fondere a bagnomaria mezzo chilo di cioccolato extra fondente e perciò molto amaro, mescolando con una frusta perché sia ben amalgamato e liscio, senza grumi. Ancora caldo e fumante versatelo nella bottiglia di cui sopra, perché si riempia fino all’orlo. Mescolate con un cucchiaio lungo o un mestolo di legno e appena tutto si raffredda tappate la bottiglia e scuotetela come il cuscino stropicciato delle vostre notti insonni (e sterili perché senza amore, lo vedete o no che il ragionamento fila), perché tutti gli ingredienti della pozione si mescolino in un dare e avere reciproco, da comunità di peace and love.
Versate infine il liquido nero pece e rosso passione in una nuova bottiglia pulita, magari colorata, che fa più trendy, e tenetela al riparo assoluto dalla luce fino a quando non sarete pronte a recitare la formula magica:
- Gradisci un bicchierino del mio liquore al cioccolato?
Potrebbe dirvi di no.
Sta a voi sbattere quegli occhioni da cerbiatta (ma non da triglia) per indurlo a sacrificarsi e bere almeno un po’ dell’intruglio avariato, pena offendervi irreparabilmente. Spacciatelo, ovvio, per la panacea di tutti i mali possibili, nel caso in cui lo sfortunato ospite voglia resistergli obbiettando qualche banale motivo di salute. Aggiungete un sorriso d’incoraggiamento e affrettatevi a porgergli il venefico bicchierino, prima che la preda cambi idea.
Mentre è lì che se la beve, è d’obbligo una rapida occhiata in giro per verificare che sia tutto a posto. Gli avete offerto la cena, gustosa ma leggera, rigorosamente preparata con le vostre manine o fatta passare per tale. Bene. E ditemi, cos’avete indossato per l’occasione, novelle Messaline, Lucrezie dei suoi sogni e dei nostri stivali? La camicetta un po’ aperta sul davanti in questo caso è un must. Accompagnatela con una gonna dal taglio non troppo severo o con un pantalone morbido, non troppo elegante. Pochi gioielli, preferibilmente d’oro. Nel caso in cui il monte di pietà non vi abbia accordato il favore di restituirveli in tempo per la cena, puntare allora su delle patacche d’autore, con l’accortezza di scegliere colori caldi e forme armoniose, luminescenti, seducenti. Vanno bene i pendenti e gli orecchini lunghi, che vi accarezzano i lombi e suggeriscono al malcapitato i luoghi meridionali dell’attrazione.
E la maison? La reggia, il piedeaterra, il castello, la vostra stamberga?
Per caso avete tolto la plastica dai divani e arredato le amene superfici imbottite e illibate con dei cuscini allegri, sparsi in un disordine apparente, come le candele profumate? Avete nascosto nel più indifferente pertugio il telecomando, il lettore dvd, la parabola satellitare e tutto l’apparato home theatre che allieta le vostre cene feriali? Fatta piazza pulita dei libri di Liala in favore di Anna Karenina, Cime tempestose e l’Orgoglio e Pregiudizio del caso? Ovvio che leggendo i titoli il nostro eroe li biasimerà e si sentirà superiore a voi di quel tantino che basta.
Fatti sparire i cd di Vasco, no, peggio, di Alex Britti, per lasciar posto ai cofanetti deluxe della Cavalcata delle Valchirie, della Sonnambula, del Così fan tutte e della Traviata che vi ha prestato la vicina ottantenne del secondo piano?
Bene, brave, perché è così che si fa.
Adesso tornate soavi a posare le pupille sul vostro prescelto, che dopo il buono detto per circostanza e il ruttino digestivo trattenuto per educazione, avrà posato il bicchierino sul tavolinetto di cristallo che in altre sere vi fa da poggiapiedi, e starà manifestando i tanto attesi effetti afrodisiaci.
Che sono, in ordine di gravità crescente: leggera cefalea, caldane, ipersudorazione, crampi addominali con successive turbolenze peristaltiche, umore eccitabile (da non confondere con eccitato), vertigini, convulsioni, emicrania, fischi alle orecchie, nausea, vomito.
Arrivati alla dissenteria, mie care seduttrici in erba, non disperate.
Almeno non ancora.
Piuttosto procuratevi asciugamani in abbondanza e rotoli di carta igienica a sufficienza da dispensare al vostro sedotto al momento opportuno. E mi raccomando, mentre costui ripara rovinosamente nel vostro bel bagnetto a piastrelle bianche e rosa e tendine di pizzo, evitate di tapparvi le orecchie e chiamare la polizia per confessare il vostro misfatto in preda ai rimorsi di coscienza: meretrici che non siete altro, sareste solo denunciate.
In attesa che passi la bufera, potete sempre mettervi a leggere una di quelle riviste di moda che vi piacciono tanto.
Eva Clesis è l'autrice del romanzo A cena con Lolita
una poesia
| Marco Berisso |
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I nostri nomi
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| ho sillabato il tuo nome, nel buio, poi l'ho diviso in lettere, l'ho preso tra le labbra, per una volta ancora, dicendolo così, come se fosse la prima volta, per risentirlo dentro la mia testa e a ogni suono che usciva silenzioso era un pezzo di te che componevo, era la vampa, gli anni, le figure, le mille posizioni, erano i nostri corpi e i nostri nomi, legati in noi, in me, di una sostanza |
estratto
Rossano Astremo
da Appunti dell’osceno nello spazio-feticcio di San Giovanni Rotondo

Non ho fede, non l’ho mai avuta. L’ho cercata, non posso negarlo. Ho frequentato l’oratorio della mia parrocchia sino a 17 anni non solo per rimorchiare, ma anche per dare risposte a quesiti spirituali che mi ossessionavano sin da piccolo. Poi ho letto abulicamente Nietzsche, Marx, Kierkegaard, Schopeneur, e tutta la mia vicenda intimistica ha preso una strana piega. Un numero inusitato di fedeli che giungono in pellegrinaggio, provenienti da ogni angolo dell’Italia, a chiedere miracoli ad un piccolo uomo divenuto Santo perché acclamato tale a furor di popolo, un numero ancora più spropositato di uomini e donne, anziani e non, che riempiono la loro casa con gli oggetti più svariati e impensabili tutti raffiguranti il volto di Padre Pio da Pietralcina, icona immarcescibile della nostra contemporaneità avulsa e scentrata. Se non metti sulla tua bilancia chilogrammi di pura fede, tutto potrebbe sembrare illogico, irrazionale, e, perché no, patologico. Non posso non riportare in questo mio brogliaccio di appunti un estratto di un racconto scritto da Giulio Mozzi, dal titolo Proposta per pubblicare un giornale quotidiano intitolato a Padre Pio, pubblicato su Fiction (Einaudi, 2001): “Gli Italiani non leggono, da generazioni, in particolare non leggono i giornali: ma un giornale intitolato a Padre Pio, oh sì!, lo leggerebbero di sicuro. Hanno pur comperato i calendari di Padre Pio, i libri di Padre Pio, le videocassette di Padre Pio, le immaginette e le statuette di Padre Pio, il servizio di piatti di Padre Pio, i lumini di Padre Pio, la bottiglia d’acqua di Padre Pio, la caraffa di Padre Pio, la maglietta di Padre Pio, l’orologio di Padre Pio, il cd-rom di Padre Pio, il formaggio di Padre Pio, l’acqua benedetta di Padre Pio, le cartoline di Padre Pio, i sandali di Padre Pio, i libri di preghiere di Padre Pio, il messale di Padre Pio, la musicassetta di Padre Pio, l’abat-jour di Padre Pio, la marmellata di Padre Pio. Hanno comperato tutto, ma veramente tutto, di Padre Pio. E perché no, allora, un giornale quotidiano? Che si può comperare in edicola, senza bisogno di andare fino al Santuario?”. Al di là dell’ironia contenuta nel racconto di Mozzi, ciò che è innegabile è l’assoluta presenza iconografica di Padre Pio nella nostra vita quotidiana. Più sono devoto e più la mia casa deve risplendere del suo volto buffo e familiare, più i suoi occhi brillano nelle parti più visibili delle mie quattro mura domestiche e più sono nella condizione di poter chiedergli grazie e favori richiesti durante l’intima operazione della preghiera. Non è solo la sfera privata ad essere coinvolta da questa nevrosi pop, ma Padre Pio è ossessione turbolenta degli enti locali, Comuni in primis, i quali rischiano il pubblico linciaggio se negano alla cittadinanza la costruzione di una Piazza intitolata al Santo, con tanto di statua che iconizza il suo corpo e con una dose abbondante di verde a circondare un numero variabile di panchine sulle quali anziani e non passano le loro oziose giornate in abulico meditare. L’idea del quotidiano non sarebbe per nulla cattiva!
estratto
NICCOLO' AMMANITI
da Fango

"Quando te lo dico io... Quando te lo dico io... Bene! Bene! Così! Così... Guardami! Guardami!" disse Roberta Palmieri a Daniele Razzini. "E ora spogliati!"
Lui obbedì. Si tolse tutto quello che aveva addosso fino a rimanere completamente nudo.
Corpo non male. Forse un po' di pancia di troppo, si disse soddisfatta Roberta.
Daniele era diventato solo un automa sotto il suo potere.
Il sorriso incollato sulla bocca. Gli occhi sgranati. ("Ti senti bene. Molto bene. E adesso sdraiati a terra." Daniele, con movimenti rigidi, eseguì.
"Bene e ora concentrati. Tu sei eccitato, molto eccitato. Tu sei l'uomo più eccitato del mondo. Hai voglia di soddisfare tutte le donne della terra. Sei un toro da monta. Il tuo pisello diventa enorme, sproporzionato... E tosto come il cemento."
In effetti dopo quell'ordine l'uccello di Daniele incominciò a smuoversi, a crescere, trasformandosi da un grasso e flaccido bruco in un'anguilla lunga e dura.
"Benissimo. Ora tu rimarrai così. Sempre. D'acciaio. Non puoi venire! Hai capito? Non puoi venire! Non puoi venire. Mai. Ripeti con me. Io non posso venire."
"Io non POSSO venire" ripeté lui a pappagallo.
Roberta, contenta per l'ipnosi indotta facilmente in quel soggetto, finì di bere il latte di capra e si liberò del pareo, lasciandolo cadere a terra.
Girò la cassetta e si incominciarono a sentire squittii, vocalizzi ornitologici e barriti.
Suoni della foresta pluviale amazzonica. "Aaaaaarrrrnyrrrr" ruggì lei e poi affondò sul coso del povero Daniele che come un Big Jim idiota fissava il soffitto soddisfatto.
Roberta Palmieri, accucciata su Daniele Razzini, sempre rigido e immobile, stava per raggiungere il secondo dei quattro orgasmi cosmici. Quello di terra.
Incominciò a dibattersi come una posseduta.
"Sì! Sì! Sì! Bravo! Come sei bravo!" urlò Roberta quando sentì l'orgasmo salire deciso lungo la spina dorsale. Si agitò ancora di più e prese a saltare sul povero Davide che continuava a tenere quel sorriso idiota incollato sulla bocca.







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