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di vertigine (09/02/2006 - 10:50)

Rossano Astremo, Jack Kerouac. Il violentatore della prosa, 96 pp., Libreria Icaro Editore, Febbraio 2006

INDICE

PARTE UNO – LA VITA

PARTE DUE – ASPETTI TEORICI

PARTE TRE – I LIBRI

PARTE QUATTRO – APPENDICE

                         A) Appello rivolto al giudice italiano

                         B) Chi era chi

                         C) Cronologia

BIBLIOGRAFIA DI JACK KEROUAC

BIBLIOGRAFIA DELLA CRITICA SU JACK KEROUAC E SULLA BEAT GENERATION

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UNA POESIA

di vertigine (09/02/2006 - 10:39)

AMELIA ROSSELLI
Da: Documento
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
 
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
 
Puntando ai semi distrutti
eri l'unione appassita che cercavo
rubare il cuore d'un altro per poi servirsene.
 
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
 
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d'un albergo immaginario
v'erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
 
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
 
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
 
C'è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
 
C'è come un rosso nell'albero, ma è
l'arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch'essi pesano.
 
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d'un destino
di uomini separati per obliquo rumore.

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segnalo

di vertigine (09/02/2006 - 10:34)

(Continua l'inchiesta condotta da Davide Bregola. E' la volta di Nicola Lagioia)

Il romanzo del ventunesimo secolo

di Nicola Lagioia

Il romanzo italiano del XXI secolo ci prenderà alle spalle. Sarà abbastanza nuovo da mandare in crisi gli allibratori fino a un secondo prima della sua nascita ma – sfogliandone le pagine – chi ha amato veramente la letteratura saprà contare i cerchi sulla sezione del tronco, e riconoscere i padri, le ascendenze, l’eredità e il sano tradimento. Un’immersione tra i gironi del Pasticciaccio prevede che, tra i cinque o sei dei virgilî disponibili, si incontrino i fantasmi di Dossi e di Lucini. Ma a leggere con l’esasperazione del filologo le Note azzurre non si capisce niente del Gadda che verrà.
Sarà più vicino a Svevo che a Sciascia, perché la società italiana è ormai talmente un nido adamantino di idiozia che per sondare l’occhio del ciclone un confronto in linea retta dà solo risultati riflettenti. Quindi non sarà lo specchio della società, ma la sua essenza, spingendosi in percorsi che la rassegna stampa dei quotidiani – o il blob televisivo – non contemplano. Del resto Todo modo non dice sull’orgia di potere tra Chiesa e Democrazia cristiana più di quanto si sarebbe potuto estrarre da un’attenta, sensibile, intelligente, disperata frequentazione con lo spirito del tempo – ma nel finale della Coscienza di Zeno è contenuto il referto di un intero secolo.
Non avrà colorazioni politiche, almeno fino a quando un chierico rosso o nero o azzurro o bianco ci metterà le mani sopra (per tutti in questo caso vale il Viaggio, di Céline, semplicemente tra i massimi romanzi del secolo scorso e poi, subito dopo la sua uscita, un libro anarchico, antimilitarista, criptomilitarista, fascista, comunista, reazionario, rivoluzionario). Non avrà niente di pedagogico, ovviamente, se non a posteriori. E, se proprio dovrà esserne costretto, utlizzerà senza nessuno scrupolo sociologia, psicologia, ecologia, massmediologia, telecrazia, tecnologia, filosofia a soli fini letterari, avendo come risultato finale non la letteratura, ma l’uomo.
Lo riconosceranno subito i lettori sensibili per le ragioni giuste e gli editori per quelle sbagliate (e questo per gli editori alla fine è un merito, perché è assurdo pretendere che un editore sappia quello che fa, l’importante è che lo faccia). A questo punto, mi rendo conto, si può chiamare in causa Robert Denoël: ma si tratta di un santo, e i santi non fanno statistica.
Non lo riconoscerà affatto invece, temo, l’attuale generazione di critici letterari. Non li ho mai visti ridere a crepapelle né infuriarsi per le ragioni giuste, né essere davvero scontenti di se stessi né conquistare la statura delle vere tirannie. Si tratta dunque di burocrati. Un libro può ancora smuovere qualcosa nella loro coscienza ma non ha più speranza di cambiargli la vita.
Un burocrate della letteratura non è comunque totalmente inservibile, la circostanza di aver abdicato alla vita può essere emendata (soltanto in parte) dalla speranza che i pallottolieri della propria scrivania vengano mossi dalle dita di una cultura solidissima. Ma la cultura dell’attuale generazione di critici letterari (per non parlare dei professori universitari) di solito fa acqua da tutte le parti. Chi si salva, è costretto ad annaspare nella palude dei colabrodo altrui.
Sopravvivrà il romanzo italiano del XXI secolo a tutto questo? Certo, come ha sempre fatto la letteratura e l’arte in generale. Otto Dix si alimentò del pantano di Weimar e dalla noia della Restaurazione francese venne fuori Il rosso e il nero.

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