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estratto da QUALCUNO HA MENTITO

Avanzarono con le pile. Dave provò uno, due passi, e quando infine respirò lo fece cautamente, come su un pianeta dall’atmosfera misteriosa. Puzzava di chiuso e di marcio, ma respirò ancora. Sempre più a fondo. Sentendo qualcosa di piacevole nella schiena, nelle gambe, quasi quell’ossigeno portasse una lieve euforia. Non sapeva dire se la casa fosse come l’aveva immaginata (forse, in fondo, non l’aveva immaginata in alcun modo preciso), ma capì subito che gli piaceva. Anzitutto era ammobiliata. E gli bastò sfiorare col fascio della torcia le gambe di un tavolo, la forma di alcune sedie, per sentire un senso di intimità, come se le sue aspettative, le sue confuse immaginazioni, si fossero finalmente concretizzate: in gambe di tavolo, in forme di sedie. Avanzarono ancora. Dave non riusciva a fermare la luce su niente. Illuminava porzioni a caso del loro futuro: su quel divano si sarebbero stesi ad ascoltare cd. Su quel muro avrebbero appeso la collezione di flyer. Su quella porta… Anna era nella cucina. Era uguale a ogni cucina della loro vita: sporca e in disordine. Coi piatti ammucchiati nel lavello e ricoperti di una patina marrone, simili a reperti antichi. Esplorarono il tavolo. Un mantello di muffa era adagiato sui rilievi, ben riconoscibili, di un pezzo di pane e di un barattolo aperto. Una lingua del mantello correva lungo la tovaglia, come un tentacolo esploratore: sembrava fatto di pelo morbido. Dave avrebbe quasi voluto accarezzarlo. Fu allora che sulle mani sentì una fitta di inquietudine. Quel bisogno che a volte sentiva di toccare qualcosa, subito, di colpo, come se il suo senso del tatto richiedesse un’immediata conferma: che il mondo esisteva, che c’era qualcosa. Strinse più forte il manico della torcia. Ma non bastò. Diresse la luce su Anna, sulla faccia bianca, sul collo scoperto, sulle braccia, su quei vestiti sotto i quali c’era la pelle un po’ umida, la pelle che lui prima aveva sentito; e mosse piano la luce sulla faccia, delicato come una danza, insistente come una preghiera: vieni, avvicinati… (Pensò: conosco la mappa. I tuoi punti lisci, quelli ruvidi, quelli capaci di sudare o rabbrividire. Conosco la qualità della tua superficie. So quanto affondare il dito nella fica. So tutto questo, e voglio ritrovarlo…) Anna non colse. Restò là, all’altro capo della cucina, lo sguardo puntato verso l’alto. Con l’aria di chiedersi cosa ci fosse lassù. Dave sospirò. Il desiderio si dissolse come fumo. Abbassò la luce. E quando Anna si mosse, non gli restò che seguirla. Salirono. Sulla scala, nella luce instabile, lei gli sembrava alta e sicura. Avanzò spedita, gradino dopo gradino. Erano pochi, ma a Dave sembrò una lunga salita, dilatata dai dettagli, dai mille frammenti che lui registrava, come in un piano sequenza in cui nulla era perso, nulla dimenticato: non un istante, né un movimento; non le gambe di Anna, né gli anfibi che lei calava sui gradini (sollevando i talloni, forse per non fare rumore); non le sue spalle tese, non l’oscillare del braccio; non le ombre fluide sui muri; non il corridoio su cui sbucarono, e il suo lampadario a forma di medusa. Dave fermò la torcia. Per un attimo gli sembrò davvero un’enorme medusa essiccata, e sentì persino l’odore: di alghe marce, di mare morto. Poi fu il turno della stanza. Ci trovarono un armadio, un paio di scarpe da ginnastica abbandonate sul pavimento, e un letto dove al centro, sopra il lenzuolo, nel punto in cui avrebbe potuto esserci il cuore di un dormiente, videro un grumo scuro. Dave e Anna ci puntarono entrambi la luce, come un fuoco incrociato. Non capivano. Si avvicinarono. Dave sentì uno spiffero d’aria: spostò la luce verso la finestra; anche se la tenda gli impediva di vedere il vetro infranto, finalmente realizzò. È un sasso, provò a spiegare, lui stesso con una traccia di stupore nella voce, come se ancora non si fidasse di quell’oggetto, così diverso da come lo ricordava: più grosso, più scuro, sporco di terra rossiccia, con l’aria di provenire da chissà dove, da una regione remota, da un tempo lontano. Gli sembrava impossibile che fossero passati solo pochi giorni da quando lui stesso, da fuori, l’aveva gettato contro la finestra, e restò a lungo a fissare quel pugno di pietra, come se da un momento all’altro potesse aprirsi e rivelare un segreto. Anna era già oltre, alla libreria contro il muro, con la sua esposizione di coppe sportive. Le osservarono: facevano pensare a vecchi tornei scolastici, troppo ossidate per brillare alla luce. Tra le coppe c’era una testa: di quelle da parrucchiere, con sopra un toupet maschile. Dave fece una smorfia. Pensò che quella parrucca sembrava così inutile, così finta, da spargere un senso di inutile e finto in ogni cosa circostante, come una radiazione che contamina l’aria. Pensò che adesso si sentiva un odore simile al detersivo, o un cattivo deodorante; pensò ai capelli, alle finzioni, ai corpi che fingono, alla difficile sincerità del corpo; pensò tutto questo, ma quando si trovarono davanti all’ultima porta, quella accanto alla libreria, quella tappezzata di adesivi di squadre di calcio, non pensò più a nulla: una casella vuota, una perfetta neutralità. Spinsero la porta. A quel punto fu l’odore, più consistente di ogni pensiero, a riempire Dave. Era un odore totale, che sapeva di marcio e insieme di chimico, come se riunisse tutti gli odori della casa, alghe morte e detersivo, e i contrastanti odori del mondo intero. La luce delle torce entrò nel bagno, guizzante, tracciando una scia come la coda di una cometa: dallo specchio sopra il lavandino alle piastrelle della parete, alla ceramica del water, fino alla cera delle candele, quasi del tutto consumate, sul bordo della vasca. Lì si fermò. La pelle del cadavere non brillava. Assorbì la luce e le loro voci. Uno di loro due doveva aver gridato, o imprecato, ma Dave sentì solo una specie di eco. In seguito, avrebbe pensato alle mille cose che poteva dire in quell’istante: andiamocene. Dimentichiamo. Chiamiamo qualcuno… Non gli uscì nulla. Forse neppure era stupito. La sorpresa gli si era asciugata addosso, in un istante, come un velo di sudore; ogni sensazione scivolata via, lasciandolo nudo, scarnificato, niente più che uno scheletro di autocoscienza. Senza frasi, senza paragoni, davanti a quella realtà: un morto. Un corpo di uomo, nudo, nella vasca, in uno strato d’acqua troppo basso per capire se stesse galleggiando. Nell’acqua marroncina c’erano palline come piccoli iceberg. Dave riconobbe: naftalina. Non capiva che senso avesse. Il corpo era gonfio, quasi che la pelle si fosse allontanata per lo schifo dalla carne. Anche sul viso c’era qualcosa che ricordava il disgusto, o l’incredulità, come qualcuno che non si capacita del posto in cui si ritrova: in quella vasca, nell’acqua diventata di ghiaccio. Dave fissò ipnotizzato la bocca contratta, gli occhi dischiusi, quasi illudendosi di vedere qualcosa in quelle fessure. Non vide niente. Solo la traccia di barba sulle guance; il cranio rasato, forse parzialmente calvo, con qualche breve cicatrice; le orecchie piccole e un po’ infantili: doveva essere stato sui quaranta, ma le orecchie sembravano quelle di un bambino… E Anna si avvicinò. Sedette sul bordo, incurante dell’odore, dando le spalle a Dave. Avrebbe voluto vederla in faccia, sapere che sguardo avesse; quel che vide fu il modo lieve, un po’ esitante, con cui lei tese la mano; poi la mano si abbassò e sfiorò piano, quasi con tenerezza, quasi con nostalgia, quell’acqua schifosa. Non farlo, soffiò Dave. Le prese le spalle. La tirò indietro, la fece alzare. E la abbracciò troppo forte. Pensava che entrambi ne avessero bisogno. Cercando di stringere e stringere, per trovare un calore, per sentire un contatto, per riuscire a comprimere tutte le sensazioni, in un solo punto, nel centro perfetto e introvabile di quell’abbraccio.
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