Archivio Febbraio 2006
ESTRATTO
di vertigine (15/02/2006 - 17:36)
Amélie Nothomb
estratto da ACIDO SOLFORICO

Per essere fermati non serviva alcun requisito. Le retate si verificavano ovunque: chiunque veniva portato via, senza possibilità di appello. L’unico criterio era l’appartenenza al genere umano.
Quella mattina Pannonique era uscita per fare una passeggiata al Jardin des Plantes. Arrivarono gli organizzatori e setacciarono il parco. La giovane si ritrovò su un camion.
Non era ancora andata in onda la prima puntata: la gente non aveva idea di cosa gli sarebbe successo. Erano tutti indignati. Alla stazione, li stiparono su un carro bestiame. Pannonique vide che li stavano riprendendo: li scortavano numerose telecamere che non perdevano una virgola della loro angoscia.
Comprese allora che ribellarsi non solo non avrebbe affatto giovato, ma sarebbe risultato telegenico. Rimase dunque di marmo durante il lungo viaggio. Intorno a lei i bambini piangevano, gli adulti ringhiavano, i vecchi soffocavano.
Li scaricarono in un campo simile a quelli, non poi così remoti, di deportazione nazista, con un’unica eccezione: telecamere di sorveglianza erano installate dappertutto.
Per entrare nell’organizzazione non serviva alcun requisito specifico. I capi facevano sfilare i candidati e selezionavano quelli con “i volti più interessanti”. Bisognava poi rispondere a una serie di questionari comportamentali.
Zdena, che in vita sua non aveva mai superato un esame, venne accettata. La cosa la riempì di orgoglio. Ormai, avrebbe potuto dire che lavorava in televisione. Un primo impiego, a vent’anni, senza alcun titolo di studio: amici e parenti avrebbero finalmente smesso di prenderla in giro.
Le spiegarono le regole della trasmissione. Poi i responsabili le chiesero se fosse rimasta scandalizzata.
– No. È un pugno nello stomaco – rispose.
Pensieroso, il cacciatore di teste le disse che era proprio così.
– È quello che vuole la gente – aggiunse. – È finita l’epoca della finzione e del buonismo.
Superò altri test che dimostrarono la sua capacità di picchiare sconosciuti, gridare insulti gratuiti, imporre la propria autorità, e confermarono che non si sarebbe lasciata commuovere da alcun genere di piagnisteo.
– Quello che conta è soltanto il rispetto del pubblico – disse uno dei responsabili. – Nessuno spettatore merita il nostro disprezzo.
Zdena approvò.
Le fu assegnato il ruolo di kapò.
– La chiameremo kapò Zdena – le venne detto.
Quel termine militaresco le piacque.
– Hai del fegato, kapò Zdena – disse alla sua immagine riflessa nello specchio.
Già non si accorgeva più che la stavano filmando.
I giornali non parlarono più d’altro. Gli editoriali divamparono, gli intellettuali tuonarono.
Il pubblico invece ne volle ancora, fin dalla prima puntata. Il programma, che si chiamava sobriamente Concentramento, ottenne ascolti record. Non si era mai visto l’orrore così in presa diretta.
“Sta succedendo qualcosa” diceva la gente.
La telecamera aveva parecchio lavoro. Con i suoi occhi multipli monitorava le baracche dove erano confinati i prigionieri: latrine, arredate con pagliericci uno sopra all’altro. Il conduttore evocava il fetore di urina e la gelida umidità che la televisione, ahimè, non era in grado di restituire.
A ciascun kapò fu concesso qualche minuto di presentazione.
Zdena non riusciva a crederci. Per più di cinquecento secondi la telecamera avrebbe avuto occhi solo per lei. E quell’occhio sintetico anticipava milioni di occhi di carne.
– Non perdete questa occasione per conquistarvi la loro simpatia – disse uno degli organizzatori ai kapò. – Il pubblico vi considera dei bruti decerebrati: mostrategli la vostra umanità.
– E non dimenticate: la televisione può essere un pulpito per quanti di voi hanno idee e ideali – suggerì un altro con un sorriso perverso che la diceva lunga sulle atrocità che sperava di sentir proferire ai kapò.
Zdena se lo chiese, se aveva delle idee. Il frastuono dentro la sua testa che chiamava pomposamente pensiero non la stordiva al punto di rispondersi di sì. Ma pensò che non avrebbe avuto alcuna difficoltà a ispirare simpatia.
È un’ingenuità piuttosto diffusa: la gente non si rende conto di quanto la televisione la renda peggiore di come è realmente. Zdena si preparò il discorso davanti allo specchio senza capire che la telecamera non avrebbe avuto per lei la stessa indulgenza della sua immagine riflessa.






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