quotidiano letterario online, cut-up, fold-in a cura di Rossano Astremo
Febbraio 2006 | ||||||
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IGINO DOMANIN
estratto da Aperitivo con pornocrate, primo racconto di Gli ultimi giorni di Lucio Battisti

Durante la mia fase di rodaggio nel marketing ebbi come maestro un manager svedese. Proveniva da una famiglia massonica e cosmopolita. Aveva vissuto la propria infanzia in Kenya. Mi raccontava dei safari lunghi e interminabili. Mi parlava degli elefanti che si abbeveravano presso pozze calde e fangose. Mi figuravo spiagge preistoriche, abitate solo dai leoni che vi giungevano per prendere sonno, cullati dal suono invadente dell’oceano. Si chiamava Sven. Non capiva nulla di tecnologia. Ma aveva una solida preparazione in materia finanziaria, acquisita in duri stage presso Lehmann Brothers.
Gli chiesi se avesse mai fatto colazione al Savoy e se avesse mai ordinato un uovo sodo al ristorante. In genere questo tipo di domande lo mettevano di buon umore.
Chiacchieravamo spesso. Seduti in comode poltrone post-avveniristiche. Pezzi di modernariato anni settanta che arredavano la sala lounge dei nostri uffici.
Sven adorava bere caffè americano. Usava delle tazze enormi. Non fumava.
“Il nostro obiettivo è definire un’immagine friendly del nostro brand. Adesso ci sono molti in giro che cercano d’imporsi. Ma il mercato è una cosa per chi ha esperienza. Insomma le regole della finanza governeranno questo enorme casino. Il trucco è il giusto mix tra capitali d’investimento e killer application. Ad esempio penso a costruire un portale tematico sulle case. Penso che potresti occupartene tu....”
Non sapevo nulla di mercato immobiliare. Non capivo in cosa consistesse questa mirabolante idea di business. Ma ero pronto a realizzare alla cieca ciò che mi chiedevano. Non ero più assillato dall’incompetenza.
“Cosa hai in mente Sven?”
Chiedevo in modo meccanico. Sven probabilmente non aveva in mente nulla. Ma era abituato a parlare d’affari. Mi ero accorto in fretta che la retorica fosse una dote essenziale del management. Durante i meeting Sven era torrenziale. Diceva con il sorriso entusiastico della cagate abominevoli. Nessuno si scandalizzava.
“La gente ha difficoltà a scegliere. E’ troppo faticoso orientarsi nel mercato delle case. Noi svolgiamo per loro la ricerca e gli garantiamo dei risultati assoluti. Lo stesso potremmo fare per il mercato delle tariffe. Dopo la liberalizzazione nel settore della telefonia è troppo difficile per l’utente capire quale sia il contratto più vantaggioso per lui. L’offerta è troppo complessa. Perciò noi gli offriamo un servizio che esonera le persone dal sovraccarico cognitivo. La vita quotidiana nell’epoca della società dell’informazione è il nostro target!”
Sven era apodittico. Mi fece scoprire le potenzialità insite nel marketing. Non era una strategia per ottenere semplicemente dei vantaggi competitivi sul mercato. Il posizionamento di un brand aveva a che fare con le varianti più sofisticate del nostro cervello.
“Ti ricordi quello svitato di William Burroughs?”
“Ti confesso, carissimo Sven, che Il pasto nudo è uno dei miei cult....”
“Esatto. Burroughs sostiene che la droga è la merce perfetta. Poiché non si tratta di vendere la merce al consumatore. Bensì di vendere il consumatore alla merce. Ed è così che funziona la nuova economia. Noi raccogliamo informazioni. Profiliamo gli utenti.”
“E’ vero. Vedo che ad ogni passaggio inventiamo un escamotage per cavare informazioni dai nostri navigatori. Li costringiamo a fare tutti quei terribili moduli. Ma in cambio, però, gli offriamo un sacco di cose gratuite!”
“Apparentemente. In realtà gli assegniamo una identità, che diventa una funzione della circolazione della merce. Un meccanismo semplice basato sull’inversione pura della legge classica della domanda e dell’offerta....”
“La nuova economia, dunque, si basa su un rovesciamento sistematico dei principi!”
“Bravo! Non più proprietà, ma dono, non più valore di scambio, ma valore d’uso, non più lavoro, ma gioco.”
“In effetti, quest’azienda assomiglia a un enorme e improbabile falansterio. Ho sentito che esiste un gigantesco open space situato nel nord-est dove tutto è in funzione 24 ore su 24. Non si dorme mai. O meglio gli impiegati vivono dentro quello spazio. Scelgono i turni che preferiscono. Hanno a disposizione i letti dove riposarsi. Non hanno spese di alloggio. C’è perfino la piscina dove fare il bagno!”
“Anche qui avremo presto la sauna e magari una sala attrezzata dove far palestra. Per il momento accontentiamoci del lounge.”
Sven si muoveva come un orso polare che succhiasse coca cola da un bicchierone di carta colorata. Non aveva interesse per le meravigliose applicazioni interattive che spuntavano all’orizzonte. Ma aveva capito l’essenziale. Soprattutto, abitava comodamente nello stile di vita che emergeva nel contesto impazzito della nuova economia. Per i giovanotti mondani e sorridenti la sostanza eterea di questi inediti processi di produzione era come un vestito perfettamente aderente. Al contrario, per via delle mie precedenti miserie, l’ala idiota del dubbio mi schiaffeggiava in volto. Ero perpetuamente indeciso. Da un lato il terremoto che faceva crollare il terreno sotto i miei piedi era dotato di una forza irresistibile. Dall’altro tutto quanto accadeva era in contrasto con le più comuni intuizioni dell’esperienza.
L’economia era sempre stata una regione fredda e inaccessibile. Uno zoccolo duro su cui poggiava l’edificio della civiltà. Un mondo rude ed egoistico, popolato di lupi mannari. Dominato dall’intelletto matematico. Un cosmo di cifre inappellabili. Tutto il resto erano chiacchiere. Coloro che vollero sconfiggere il mostro dell’accumulazione furono sbranati. Nel caso più nobile erano solo elucubrazioni per utopisti.
Adesso, invece, dal ventre di quel mostro nasceva un mondo nuovo. Assai più dolce e narcotico. L’economia aveva spezzato le catene della fatica e del ragionamento. Il motore della crescita e del profitto erano diventate le idee. Nella nostra azienda fabbricavamo l’iperuranio. L’ozio era più produttivo del lavoro. Le carriere non contavano più nulla. Per questo motivo mi avevano assunto. Serviva qualcuno che sapesse solo pensare, cioè esercitare l’attività più comune e meno specializzata del genere umano. Per certi versi la scelta era azzeccata.
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