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per non dimenticare

di vertigine (12/04/2006 - 17:33)

ALFREDO DELL'ERA

NOTIZIE SU TOMMASO DELL'ERA

 Insegna la sociologia della letteratura che il periodo di maggior rischio, per la sopravvivenza storica di un autore, è quello dei decenni immediatamente successivi alla sua morte. Ma c’è chi non corre rischi del genere, per la malinconica ragione che l’oblio non può colpire chi è già comunque ignorato.
   A qualcuno, però, inopinatamente la fortuna arride post mortem. E’ accaduto a Tomasi di Lampedusa, Morselli, Satta: ben più povera sarebbe, senza di loro, la letteratura italiana del secondo Novecento. Un po’ più povera forse continua ad esserlo, senza Tommaso Dell’Era.
   Qualche cenno biografico su questo scrittore. Nasce a Bari nel 1927, trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Modena, poi fa rientro alla città di origine; erano gli anni della guerra, perde il padre. Concluso il liceo cerca un impiego, lo trova al Genio civile; nel frattempo studia all’università, si laurea in lettere con Mario Sansone. Nessun evento di rilievo anche dopo: il matrimonio, i figli, il lavoro; l’età che avanza, i nipoti, la pensione. Nel 1994 si manifesta il male che lo porterà via, tre anni dopo. Funerali laici, per viatico le note del K477 di Mozart (“il più bel canto che mai la morte abbia ascoltato”, l’aveva definito in un suo libro).
I suoi libri, dunque. Quattro pubblicati in vita, tutti da Schena di Fasano: Un ficcanaso, 1969; I cari baresi, 1971; e Mozart, 1991; I cavalieri di san Nicola, 1992.
   Un ficcanaso esce nel 1969, l’autore ha quarantadue anni: alquanto tardiva come prova di esordio, se tale realmente fosse. Di fatto Dell’Era aveva incominciato a scrivere assai prima: versi soprattutto, cui man mano s’erano andate affiancando esperienze narrative; forse intorno ai trentacinque anni, tacque il poeta, ne prese definitivamente il posto lo scrittore. Dell’Era fu critico severo di sé stesso, salvò poco della produzione giovanile in prosa e nulla di quella poetica (ma Attilio Momigliano aveva apprezzato i suoi versi).
   Prima opera della maturità, Un ficcanaso, dunque, piuttosto che opera prima. E’ il racconto di un viaggio compiuto dall’autore, due concitate settimane in giro per l’Italia, piene zeppe di luoghi, incontri, emozioni, quasi per trafugare al tempo la maggior vita possibile. Perché Dell’Era è conscio della sua finitezza ma vuole affermarla sino in fondo, altro non chiede che di riempire di vita il mucchio d’anni avuto in sorte:
    "Felice del guazzabuglio di sensi che mi fanno amare questa vitaccia; questa vitaccia che, mettila come vuoi, è mia e non mollo: cicca fra miriadi di falò, ma cicca che io solo aspiro."
   L’opera, estranea com’era all’industria letteraria, passò quasi inosservata. I pochi che la lessero furono concordi nell’apprezzarla, Giancarlo Vigorelli la salutò come uno dei migliori libri del momento, poi tutto finì lì.
    Dell’Era aveva in preparazione un volume di racconti – ne fa anche cenno in Un ficcanaso – ma dentro gli urgeva un nuovo lavoro: doveva narrare della sua terra, scrisse I cari baresi.
    Apparso nel 1971, il libro è un indulgente pamphlet, ove l’autore “castigat ridendo mores” dei suoi concittadini (e, in controluce, quelli della borghesia nazionale dell’epoca). Ma è anche un’opera di forte sensibilità antropologica:  
"Il barese non è un meridionale verace. Ha del sud i riflessi svegli, la bocca aperta alla risata e la tasca alla bisboccia, il culto dell’amicizia, della famiglia, dei morti; ma non ha del sud il languore, l’ira sanguigna, il genio doloroso. Ha del nord l’intraprendenza, l’arrivismo, l’effettiva realtà delle cose; ma del nord non ha la frigidità dei rapporti umani. E’ progressista e conservatore, a metà strada fra il pragmatismo occidentale e la saggezza orientale."
 
    Come Un ficcanaso, anche I cari baresi ebbe pochi lettori; con la differenza che, dato l’argomento locale (sfuggiva il respiro più ampio), suscitò sì un minimo di interesse, ma solo nella città.
    Tommaso Dell’Era aveva dato il meglio di sé in quei due libri, ma per uscire dall’anonimato questo non bastava. Capì, toccò con mano che il mercato editoriale è appunto un mercato, e lui non era fatto per produrre merce. Furono anni di silenziosa amarezza, che spesso traspare nelle opere di quel periodo.
    Ma c’era il conforto della musica. Che non era solo un hobby, e nemmeno una passione: era la sua stessa strada, lo sarebbe stata se la vita non l’avesse lasciato orfano a sedici anni. Adesso dunque avrebbe scritto di musica – un libro su Mozart. Furono anni di studio, letture sterminate, tutto ciò che riguardasse il musicista e il suo tempo.
    Anni di viaggi, ricognizioni nei luoghi mozartiani, dai più noti ai più impensati. Nel 1991 esce e Mozart.
    Una congiunzione all’inizio del titolo, minuscola per di più, richiama due termini da congiungere. Ma quale il primo? Lo definisce l’autore, nella quarta di copertina:
    "Ah, il Settecento. Una musica l’Europa. Ai punti cardinali: Londra Napoli Parigi Pietroburgo, nell’infinità dei punti intermedi.
Cantavan tutti: i mercanti nelle contrattazioni, le servette nell’accapigliarsi; i penitenti nella confessione, i preti nell’assoluzione; il boia sul palco, il condannato sul ceppo. E cantava l’estinto nel mortorio.
Sonavan tutti: l’arpa o il colascione, il cembalo o il putipù. In cantina e sui tetti, nei lupanari e sui sagrati. Nelle regge. Gli stessi sovrani, fra una successione e una spartizione, staccavano dalla panoplia il loro strumento, trillavano arie fra un’allocuzione e un’orazione: da Sua Maestà Prussiana, Fritz flautista, a Sua Maestà Asburgica, la mater matuta cantatrice…
e Mozart"

    Mozart e il Settecento, dunque, secolo della musica oltre che secolo dei lumi. E tuttavia la spiegazione convince solo in parte: resta, in quell’e Mozart, la suggestione sottile di qualcosa in sospeso, l’ultima vibrazione di una nota cessata.
    Tommaso Dell’Era scrive di musica da letterato e narra di un viaggio lungo i percorsi mozartiani, da Napoli a Vienna, alla ricerca dell’uomo e del musicista. Dalla visita dei luoghi scaturisce una biografia, tanto singolare quanto non cronologicamente ordinata; emergono ipotesi e osservazioni; nasce un saggio, una serie di piccoli saggi sulle persone e sull’ambiente. Tutto questo all’interno di una cornice che raccorda passato (la vita di Mozart) e presente (il viaggio dell’autore). L’opera sembra così collocarsi in una sorta di zona franca tra scrittura e musica, cronaca e storia, analisi e racconto: viene alla mente il Mittelglied pensato da Goethe, il felice “luogo di mezzo” sintesi di ogni processo artistico e culturale.
   Anche e Mozart ebbe vita difficile. Qualche critico musicale lo lesse, l’apprezzò; pochi altri lettori, poi basta.
   Ma Tommaso Dell’Era era già alle prese con il suo quarto libro, I cavalieri di san Nicola che scriverà e darà alle stampe in pochi mesi. E’ un racconto lungo, la rievocazione storica e fantastica, commossa e sorridente del cosiddetto “sacro furto”, il trafugamento delle reliquie di san Nicola. Protagonisti dell’impresa furono sessantadue marinai, ma l’autore preferisce chiamarli cavalieri perché s’avventurarono in una giostra rischiosa che, se vinta, li avrebbe premiati con le spoglie del santo. Accurata la struttura psicologica dei personaggi, e l’opera tuttavia ne risulta corale: le singole caratteristiche ricompongono nel loro insieme una mentalità collettiva, i cavalieri del Dell’Era parlano, pensano e si muovono in nome di un unico popolo. Ritratti fedeli di un’anima tutta barese, attori e autori di quell’epopea un po’ truffaldina che è stata, nella storia della città, la traslazione di san Nicola.
   Gli ultimi anni furono di inesausta scrittura, e in questa egli depositò forse le sue prove più alte; ma non è qui che si possa considerare la produzione inedita. Piuttosto, rimane da chiedersi, esiste una logica complessiva nei quattro libri pubblicati in vita? Chi scrive è di questo avviso. Allineati l’uno accanto all’altro, paiono infatti comporsi in un’architettura chiusa, simmetrica, stilisticamente omogenea: un libro di viaggi seguito da uno scritto sulla sua città; un lungo silenzio e poi ancora un libro di viaggi; a ridosso, un’altra opera di argomento barese.
    Si parte per tornare, recita un vecchio adagio, forse la chiave di volta è lì.


 

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incipit #3

di vertigine (12/04/2006 - 10:26)

MARIO DESIATI

VITA PRECARIA E AMORE ETERNO

desiati.jpg

Quando è iniziata la guerra eravamo tutti più sani, più calmi, più felici, anche più belli. È iniziata una guerra che non abbiamo voluto, molti di noi hanno scelto di stare sul fronte: stare sul fronte significa vivere dentro questa città. Qui dentro si sente più forte l’effetto della guerra. Per noi la guerra è questa, anche se è appena iniziata. Non ci sono sirene che annuncino il bombardamento imminente, non ci sono rombi di aerei sulle nostre teste, non ci sono tessere annonarie, file per la farina, l’acqua e la luce non vengono razionate. Eppure oggi hai la stessa paura dei tuoi nonni sotto i B52 che sorvolavano San Lorenzo. Oggi sei qui su un autobus semivuoto dove per la prima volta dopo mesi trovi posto a sedere: hanno tutti smesso di stare e vivere insieme. Anche questo è un segnale della guerra. Non è la nostra prima guerra, abbiamo vissuto anche quella fredda sul confine nato, visto le antenne e la grande base sotto cui abbiamo vissuto finché io non sono andato via. E quella volta il fronte era la provincia italiana militarizzata. Oggi è finita la guerra fredda ed è iniziata quella con il terrorismo. Passeremo anche questa, vedrete. I morti tornano sempre, noi italiani abbiamo bisogno di tragedie grandi per capire, siamo troppo piccoli per i fatti che accadono: i morti, per esempio, ci servono, e noi serviamo loro, i morti parlano come noi, hanno i denti brillanti e le laringi infuocate. I morti li sogno tutte le notti. Mi vengono sotto forma di eroi, fantocci di inchiostro e parole. I morti tornano nella mente ingiallita con le sembianze dei parenti mai conosciuti, tornano in carne e ossa nei corridoi di un ospedale di provincia, tornano nelle pellicole dei film al cinema. C’è chi è morto e non lo sa.

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incipit #2

di vertigine (12/04/2006 - 10:07)

MASSIMO CARLOTTO

JASMINE

Eccomi qui per un’altra lunga notte da trascorrere insieme. Valerio Catfish Vallorani dai microfoni di Radio Zero.
Una notte buia e fresca, giusta per riprendere fiato dopo il caldo insopportabile di oggi. Anche domani Cagliari batterà il record: 38 gradi. D’estate, in questa città, la notte è solo una tregua in attesa del sole rovente. La gente esce di casa, affolla i baretti del Poetto, si infila nei locali con l’aria condizionata sparata al massimo. Oppure rimane a casa come voi, cari amici, le finestre spalancate che fanno girare la brezzolina che arriva dal mare, ad ascoltare il vostro Catfish sorseggiando qualcosa di buono e freddo al punto giusto. Il mio bicchiere è bello pieno di Wild Turkey e cubetti di ghiaccio.
Amici miei, ho un’altra storia da raccontarvi e un sacco di buona musica per le vostre orecchie raffinate. In sottofondo è partito I put a spell on you di Screamin’ Jay Hawkins remixata dai Plastikettle, un blues gridato, una ballata elettronica disperata per un amore perduto. Anche Jasmine, il personaggio della storia di questa notte, era disperata per amore. Avete già capito di chi sto parlando, vero? La sua fotografia è stata in prima pagina per un bel po’ di tempo. Allora sapete che Jasmine non era il suo vero nome, in realtà si chiamava Domenica, perché era nata proprio l’ultimo giorno della settimana. A volte i genitori giocano veramente dei brutti scherzi con i nomi. E se fosse nata di lunedì? Amici miei non voglio proprio pensare cosa si sarebbero inventati quei mattacchioni di mamma e papà. E Jasmine ha fatto bene a farsi chiamare con un nome così affascinante e misterioso, perché il mistero faceva parte del suo destino, era impresso nel suo DNA.
Era bella Jasmine. Capelli neri come la notte che stiamo trascorrendo insieme, gambe lunghe e curve da sogno. Gli occhi non li ho visti. Erano chiusi e coperti di sangue quando ci siamo incontrati. Jasmine… Amici miei lo confesso, era il tipo di donna che avrebbe fatto girare la testa al vostro Valerio Catfish Vallorani e mi dispiace non averla incontrata prima. Domani leggerete sui giornali l’epilogo di questa brutta storia ma questa notte, solo voi, fedeli ascoltatori di Radio Zero, avrete l’esclusiva.
Ricordo che erano le sei del mattino e avevo appena terminato il mio turno alla radio. Stavo facendo colazione da Lilliu in via Roma quando il cellulare ha iniziato a vibrare nella tasca dei pantaloni. Era un poliziotto che mi deve un sacco di favori. Mi dice che, se non ho ancora voglia di andare a dormire, c’è qualcosa di interessante per un ficcanaso come me e mi dà l’indirizzo di un locale, l’Obsession, un posto alla moda che avevo sempre evitato perché le ragazze che ballano attaccate a un palo hanno costantemente la faccia annoiata. O triste. Un altro giorno ne parleremo… Il poliziotto, prima di riattaccare, mi avverte che ho venti minuti di vantaggio sulle pattuglie della olizia perché a quell’ora c’è il cambio degli equipaggi.
E qui comincia la nostra storia. So cosa state pensando, stasera Valerio ci racconta qualcosa di forte. Avete ragione, questa è una notte che non dimenticherete facilmente.
Non conoscevo Jasmine, non l’avevo mai vista. Ma quando una storia mi attraversa la strada non riesco proprio a evitarla. Soprattutto se c’è una verità da scoprire. E non aspetto che sia qualcun’altro a farlo. Voglio arrivarci da solo. Come un vero investigatore. Vi chiederete dove ho imparato i trucchi del mestiere. Be’ vi svelerò un segreto, un tempo ero un poliziotto. In un’altra vita e in un’altra città. Poi un giorno un rapinatore mi ha sparato dritto al petto e, dopo un bel po’ di ospedale e qualche mese a passare carte alla questura di Cagliari, sono stato congedato per cause di servizio. Termine burocratico per farti capire che non puoi più indossare la divisa. Ma la passione di ficcare il naso mi è rimasta dentro come una brutta malattia. E adesso sono un giornalista investigativo. Uno degli ultimi. Uno di quelli che braccano la verità che si nasconde nei meandri più bui della nostra bella città. E lavoro in questa radio proprio perché ve la posso raccontare così come l’ho scoperta. La verità non ha mezzi termini. È una e basta. E voi avete il diritto di conoscerla. Io sono il vostro segugio e quando fiuto una buona pista non l’abbandono mai.
Pensate che mi sto dando delle arie? O che sto esagerando con il bourbon? Forza, amici della notte, datemi un po’ di fiducia e non rimarrete delusi. Intanto deliziatevi le orecchie con Paul Weller e la sua From the floorboards up… perché poi dovrete fare attenzione a ogni parola.
Il locale sembrava chiuso ma quando spinsi i battenti della porta notai un gruppetto di persone sedute ai tavolini. Ragazze in lacrime col trucco sfatto, buttafuori e altri dipendenti. Un tizio, invece, era appoggiato al bancone del bar. Ogni tanto allungava il collo e sbirciava dall’altra parte. Il locale era tutto illuminato ma nessuno parlava. C’era un silenzio irreale, si sentiva solo il rumore dei miei passi. Il tizio si voltò a guardarmi. Non disse nulla e tornò a guardare oltre il bancone. Lo imitai e vidi una donna stesa a terra. La testa fracassata. Il sangue si abbinava perfettamente al suo vestito color pesca. E non si trattava certo di un incidente. La bottiglia di champagne usata dall’assassino era ancora a fianco del cadavere. In piedi. Bella diritta come se aspettasse solo di essere stappata. Alle mie spalle, una delle ragazze singhiozzò il suo nome: Jasmine. Eh, ascoltatori della notte, ve l’ho già detto: avrei voluto conoscerla in un’altra occasione, quella era davvero la peggiore per sfoggiare tutto il mio fascino. Per voi sono solo una voce ma vi assicuro che sono un bel tipo. Non ho ancora trovato la ragazza giusta perché questo è il mestiere sbagliato. Appena pronunci le parole “giornalista investigativo” svaniscono nel nulla… Ma non siete sintonizzati su questa frequenza per ascoltare le mie pene d’amore. Mi faccio perdonare subito con questo dub suadente e sporco di Playgroup per le vostre orecchie esigenti…

Rimasi come ipnotizzato a osservare le gambe di Jasmine. Gambe da ballerina. Ma il mio istinto da ficcanaso ebbe il sopravvento. Quell’omicidio aveva tutta l’aria di essere pane per i miei denti. Eh già, cari amici, i delitti non sono tutti uguali. L’ho capito quando ero uno sbirro. Alcuni ti fanno ribollire il sangue. Altri meno. Altri ti lasciano indifferente. Vedere quella ragazza uccisa nel fiore degli anni mi aveva riempito di rabbia e tristezza. Mi aveva ricordato un delitto di molti anni prima. Un’altra ragazza innocente. E l’assassino era rimasto impunito. E allora avevo giurato a me stesso che avrei scoperto il colpevole.
Mi guardai attorno, osservando i presenti. Prima le signore, come fa sempre un vero gentiluomo. Le prime tre non potevano che essere ballerine da “palo”. Il fisico, l’abbigliamento, la stanchezza che si leggeva nei loro occhi. Un’altra doveva essere la barista. Lo si capiva da come osservava la scena. Quel bancone era il suo regno e qualcuno l’aveva profanato con un omicidio. L’altra non poteva che essere la cassiera. Era l’unica vestita come un’impiegata. Sembrava fosse capitata lì per sbaglio. Degli uomini, invece, due erano sicuramente della security. Quei tipetti li riconosci subito… Pettorali massicci, braccia e cosce grossi come prosciutti e l’espressione perennemente minacciosa. Il terzo, invece, quello appoggiato al banco, era misterioso come Orson Welles in quel film, ve lo ricordate Il terzo uomo? Certo, che ve lo ricordate… Vienna, contrabbando e borsa nera… e una colonna sonora indimenticabile…
Ma all’Obsession c’era solo il silenzio della morte e quel tizio aveva un’espressione impenetrabile, da vero duro. Ne avevo conosciuti diversi come lui e sapevo che violenza e galera facevano parte della sua vita. Ma non era uno della security, per come era vestito doveva essere per forza il proprietario della baracca. E non era cresciuto nella marmaglia cagliaritana. La sua faccia raccontava un passato nella malavita organizzata.
Mi lanciò un altro sguardo. Non sapeva come inquadrarmi. Forse pensava che fossi uno sbirro. Non gli lasciai il tempo di chiedermi qualcosa e mi avvicinai a Jasmine. Mi chinai, stando attento a non toccare nulla, sennò poi chi li stava a sentire quelli della scientifica. Non era il primo cadavere che vedevo… non ci si abitua mai alla morte ma almeno impari a rispettarla e a conoscerla, sapete, amici.
È proprio vero che i cadaveri parlano, ti raccontano un sacco di cose. Anche questo l’avevo imparato quando ero in polizia. Un assassino lascia sempre qualcosa di sé sul luogo del delitto e la vittima ti aiuta a scoprirlo. Jasmine mi fece capire che non si aspettava proprio di morire. Era stata una brutta sorpresa, improvvisa e crudele.
Non aveva nemmeno tentato di difendersi. Le braccia nude e sottili non erano sporche di sangue. Eppure l’assassino l’aveva colpita anche sulla fronte.
Lei lo aveva guardato in faccia mentre lui la massacrava. O lo conosceva bene oppure aveva agito in modo veloce e silenzioso. Da vero professionista. Tornai a osservare i presenti.
Forse chi aveva ammazzato la ragazza era uno di loro. Guardai i loro vestiti a caccia di macchie di sangue. La camicia del tizio che avevo inquadrato come il proprietario aveva delle chiazze scure che non sembravano affatto di pomodoro. Colse il mio sguardo e scosse la testa per dirmi che stavo sbagliando. Continuai a fissarlo. Uno così poteva essere capace di tutto. Ma se era colpevole perché non era fuggito?
«Dove sono le altre ragazze?» domandai.
«Le entraîneuses? Sono fuori con i clienti» rispose il tizio alzando le spalle.
Dovevo immaginarlo. In quei locali ogni santa notte si chiude con un bel numero di marchette. Non so cosa ne pensate ma a me quei posti non piacciono proprio. È tutto falso, i sorrisi, le chiacchiere, lo champagne francese che arriva dritto dritto dalla Cina. Un teatrino di quart’ordine per tirare alla chiusura e poi trattare sul prezzo di una scopata. E le ragazze devono pure spartire il guadagno con il proprietario. Personaggi con un pelo bello folto sullo stomaco. Come quello che avevo di fronte.
In quel momento arrivò la polizia. Quattro uomini della omicidi. Quattro professionisti con anni di servizio alle spalle, per nulla contenti di iniziare la giornata con un omicidio subito dopo il caffè e la prima sigaretta.

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incipit

di vertigine (12/04/2006 - 10:02)

BENJAMIN KUNKEL

INDECISION

 

Solo quando mi si stapparono le orecchie e l’aereo cominciò ad abbassarsi sulle luci ammiccanti di Bogotá – ma di fatto era uguale a qualunque altra città vista di notte – alzai gli occhi dalle pagine sulle quali mi stavo lambiccando il cervello e cominciai a pensare alla ragazza, o donna, all’amica o conoscente, a Natasha insomma, che stavo andando a trovare così lontano. Ecco come ero fatto, allora: non riuscivo a pensare al futuro finché non ci ero già dentro.
Eppure tutti sottolineavano di continuo la mia apparentemente notevole e inossidabile dwightità, inalterabile nel tempo e nello spazio. «Dwight, mio caro, tu sei sempre lo stesso, davvero!» mi diceva un vecchio compagno di scuola. Oppure «Mi ha fatto molto piacere rivederti, Dwight, non sei cambiato neanche un po’!» commentava un amico della mamma. Persino la mamma lo diceva, a volte. E io sapevo che tutte quelle persone dovevano avere i loro buoni motivi, perché altrimenti si doveva ipotizzare a) una cospirazione, o b) un’assoluta incompetenza collettiva in tema di identità personale. Due possibilità che tendevo a rifiutare in partenza, essendo stato uno dei migliori studenti di filosofia al college, e avendo adottato una visione pragmatica delle cose – la migliore, tra le pessime opzioni a disposizione – secondo la quale ciò che la maggior parte della gente riteneva vero era probabilmente vero sul serio, o abbastanza vicino al vero. Non ho mai approfondito né questo né altri concetti filosofici, se non quel tanto che bastava per assicurarmi una media discreta in un’epoca di galoppante inflazione dei voti, e in ogni caso ero un pragmatico. E non erano soltanto le mie spassionate indagini a confermare questa posizione, ma anche un carattere complessivamente gradevole, che mi aveva sempre procurato una grande popolarità.
Mi dispiace cominciare in modo tanto astratto la storia degli importanti eventi che mi hanno cambiato la vita, soprattutto perché essa comprende – oltre a un po’ di sesso, molta droga e infine la mia personale diagnosi su ciò di cui il mondo ha bisogno – moltissimi dati percettivi specifici. (Mentre l’aereo scendeva c’erano bambini che piangevano, e il tizio seduto accanto a me leggeva un articolo sulla Colombia in una rivista di economia e prendeva appunti in inchiostro blu – scrisse «STRATEGIA», e poi «IMPORTANTE!!!» – tracciando cerchi frenetici e appassionate sottolineature.) Ma lassù in aria, sull’aereo, in quel momento, era proprio così che mi sentivo: astratto. Gli altri potevano pensare che io rimanessi sempre identico ovunque andassi, ma io mi ritenevo costantemente calato nell’ambiente che mi circondava, colorato delle sfumature locali, e ora, trovandomi in una fase di transizione, ero pervaso da una sensazione di non-luogo, un po’ come se fossi sul punto di scoprire che non ero nessuno.
Solo cinque ore prima mi trovavo ancora a New York. Lì avevo vissuto per quattro anni e più, quasi sempre a Manhattan, a Chambers Street, con altri tre ragazzi e di tanto in tanto un quarto, che aveva ancora le chiavi e a volte veniva e si buttava sul divano meno malconcio, almeno da un punto di vista strutturale.
Non me ne ero andato per sempre da New York, ovviamente: solo per dieci giorni, niente di più. Credo di aver lasciato il letto disfatto perché desse maggiormente l’impressione di essere lì ad aspettare il mio ritorno. Inoltre, al rientro avrei dovuto andare a una rimpatriata scolastica, e così era iniziata tutta quella faccenda con Natasha.
Come Natasha, io godevo di una certa popolarità al collegio privato St. Jerome dove entrambi avevamo frequentato le superiori – come centinaia di altre persone, per la verità – e quando, nel 1992, erano arrivati i sospirati ultimi mesi di scuola, io ero stato eletto Rappresentante della classe. (Si sparse la voce che ai voti veri ne fossero stati aggiunti anche alcuni fasulli, e posso testimoniare che per riconteggiarli ci volle forse un pomeriggio, ma alla fine i risultati vennero certificati, e io risultai il vincitore.) Essere Rappresentante della classe significava avere per tutta la vita l’incarico di raccogliere fondi, organizzare rimpatriate e cose del genere, e per assolvere questo impegno sorprendentemente gravoso avevo inviato di recente un’e-mail collettiva per ricordare a tutti di venire alla rimpatriata del decennale se non volevano essere considerati dei falliti che non avevano nemmeno il coraggio di farsi vedere. Alcuni avevano risposto dicendosi dispiaciuti di non poter partecipare, oppure per raccontare qualche novità, e a colpirmi era stata l’e-mail di Natasha, nella quale comunicava che forse sarebbe venuta e forse no.
Casualmente, subito dopo aver appreso questa tremenda notizia, ricevetti una telefonata da mia sorella Alice. Era bello che Alice volesse ricominciare a parlarmi, e per contraccambiare quel gesto di rinnovata apertura tra noi le lessi il messaggio di Natasha, che poteva essere interpretato come un sincero invito ad andarla a trovare a Quito. «Dov’è Quito?» le domandai. «Perché stavo pensando di andarci.»
Quito (che, per chi non lo sapesse, si pronuncia Chito) si trova in Ecuador, nell’America del Sud. Alice me lo spiegò, e io cominciai a raccontarle – non per la prima volta, sostenne lei – della cotta che, con fasi alterne, avevo sempre avuto per questa sua conoscente, più giovane di lei. Al mi interruppe: «Parliamoci chiaro, Dwight: che cos’è questa tua fissazione per le donne straniere?»
In effetti Natasha era olandese. E Vaneetha veniva dall’India. E con Vaneetha avevo davvero diviso il letto per qualche tempo, anche se non eravamo poi andati a letto insieme tanto spesso. Ultimamente i corpi altrui tendevano proprio a riportarmi al famoso problema della diversa mentalità, e le donne che conoscevo non mi parevano mai tanto sconosciute come quando (e se) ci baciavamo, per non parlare del vero e proprio fare sesso.
«Mah, quando sono straniere...»
«Sì, Dwight?»
«... in quel caso ha più senso che siano estranee.» Alice – che in effetti somigliava un po’ a Natasha a ben guardare, ma io mi rifiutai di pensarlo – fece un mezzo grugnito quasi indulgente. Però poi, stranamente, ritelefonò un’ora dopo e disse: «Vai. Insisto, Dwight. Devi andare!»
«Sei sicura? Aspetta che cerco la monetina» risposi, cominciando a frugare nelle tasche di vari pantaloni a caccia di una di quelle speciali monetine senza valore d’acquisto che la mamma mi aveva dato per consultare l’I Ching e affidarmi all’antica guida cinese, cosa che non facevo mai. Al primo lancio uscì testa. E questo, sommato alla benedizione di Alice, mi dette la sensazione di dover andare. Però lanciai di nuovo la monetina, e poi ancora una terza volta. Sapevo che una casistica più ampia avrebbe reso la statistica più attendibile. Dovevo davvero andare? Ma come si fa a saperlo sul serio prima di essere effettivamente partiti? Alice era ancora al telefono quando feci il quinto lancio. «Sei un malato di mente» disse.
«Non per molto» le assicurai, e avevo le mie buone ragioni. «Lancio numero cinque... è testa» dissi, «e quindi...»
«Maledizione, ma fai sul serio?»
«E quindi vado.»
Eppure, durante i cinque giorni successivi all’acquisto del biglietto per Quito via Bogotá, andai da casa alla rosticceria, al cinema multisala, al ristorante, al parco, in tutti i posti dove andavo di solito tranne uno, ossia quello dove prima lavoravo, e nell’andare in giro, per qualche ragione, il pensiero di Natasha non mi passò mai nemmeno lontanamente per la testa.
C’era l’e-mail. E i lanci di monetina. Ed ero anche stato licenziato dalla Pfizer. Il viaggio imminente acquisiva ancora più significato per un disoccupato, che al momento pativa oltretutto i postumi di una sbornia. Era come una fialetta di buoni propositi che potevo stappare e fiutare la mattina. Non sapevo proprio cosa avrei fatto della mia vita una volta che i risparmi si fossero esauriti, seguiti a breve distanza dal fido bancario; e forse la sconsiderata spesa per un biglietto aereo last minute era soltanto, nel mio oscuro inconscio o subconscio, un modo di accelerare gli eventi e le conseguenze. O forse pensavo che la risposta alle domande sul mio futuro aleggiasse sopra di me come una specie di Idea platonica, e che avrei potuto incontrarla per caso, in modo più o meno approssimativo, durante la visita a Natasha in Ecuador, e magari proprio lei era la risposta.
Il carrello si abbassò nel cielo di Bogotá con un ronzio idraulico e un piccolo tonfo.
La cosa che credo di aver sempre ammirato di Natasha, fin dall’inizio, era la facilità con cui si adattava a qualunque cosa. Così era parso a me e agli altri ragazzi quando, appena arrivata da fuori al quinto anno, aveva giocato a lacrosse – una tradizione irochese e WASP – come se si trattasse in realtà di un gioco tipicamente olandese; e quando si era presentata a una cena formale con quel genere di abitino nero che le pollastrelle della buona società di Manhattan indossavano di solito; quando era venuta al concerto dei Grateful Dead, a sballarsi di funghetti allucinogeni con noi, ridendo e scherzando e lasciandosi sprofondare negli abissi della droga, come se lo avesse già fatto mille volte; e soprattutto quando si rivolgeva a noi con quel suo inglese fluido e senza incertezze, praticamente privo di accento. Solo molto di rado si riusciva a percepire qualche traccia di olandese, eccitante quasi come se l’abito le si fosse sollevato di cinque centimetri sulla coscia.
Ma nonostante questo suo modo di adattarsi perfettamente alle situazioni, non sentii mai nessuno accusare Natasha di conformismo, cosa che tutti al St. Jerome consideravano unanimemente un crimine imperdonabile. (Quanto a me, ero ritenuto innocente, ero già un perfetto fighetto da collegio privato: da tempo immemorabile portavo i capelli castani e ondulati alla maniera di Bobby Kennedy, il primo giorno di scuola mi presentai all’istituto con gli stessi pantaloni di cotone Levi’s a coste sottili e una delle camicie Brooks Brothers che indosso ancora, solo in taglie più grandi, e appena arrivato possedevo già, grazie ad Alice, una collezione di tutto rispetto di cassette copiate dei Dead.) Ma tornando a Natasha: nonostante tutta quella faccenda dell’adattabilità, in qualche modo lei riusciva a mantenere una distanza e una certa superiorità. Era estremamente popolare ma non apparteneva a nessun gruppo, aveva opinioni molto precise e sorprendenti, soprattutto sull’eutanasia, la prostituzione legalizzata e il metadone. E, per quanto ne sapessimo, con nessuno andò oltre il bacio.
Se dovessi descrivere gli ultimi mesi al St. Jerome, direi che fu un periodo di ubriachezza minorile, di nostalgia anticipata e di bagni, tutti nudi, nei laghetti dove galleggiavano i soffioni leggerissimi del dente di leone, che sembravano nuvole in miniatura precipitate sulla terra. Una volta Natasha e io eravamo seduti sulla diga di Long Pond, e l’acqua ci scorreva attorno e in mezzo alle cosce mentre ci passavamo e ripassavamo la fiaschetta proibita. Eravamo tutti e due dell’idea che ci sarebbe piaciuto conoscerci meglio. Poi ci fu il diploma, e Natasha se ne andò, come aveva fatto anche Alice – e come non feci io – alla prestigiosissima università di Yale. (La mia laurea, cum niente, conseguita all’Eureka Valley College in California, non fa bella mostra di sé nello studio di papà, come invece quella di Alice a Yale e poi anche la sua specializzazione alla Columbia.) Comunque, stando a quanto Alice mi diceva o immaginavo io stesso, Natasha andò avanti per tutti gli anni del college con quel suo particolarissimo abbinamento di partecipazione ed estraneità messi insieme, e continuò a non baciare molti ragazzi.
Alice, mentre eravamo ancora al telefono, disse: «È chiaro che è lesbica».
«Magari è soltanto timida.»
«Non ha mai avuto l’aria da timida, Dwight.»
«Be’, anche io non ho l’aria da timido» risposi a titolo di contestazione.
Per qualche motivo, pensando a Natasha finivo sempre per aggrovigliarmi nell’autoreferenzialità.
Ora le ruote del carrello urtarono la pista con un lieve stridore, come un gemito trattenuto. L’asfalto fumava di vapore, ed era punteggiato di lucine rosse e bianche. Mi guardai intorno, rivolgendo a tutti allegri cenni di apprezzamento per la fortuna che non ci aveva traditi.
«Felice di essere di nuovo sulla terraferma, eh?» disse il tipo elegante seduto accanto a me. Non l’avrei rivisto mai più, perciò mi sentii libero di parlare. «Il fatto è che io detesto i luoghi indefiniti.» Intendevo dire «intermedi», ma era tutto il giorno che non mi esercitavo con le parole.
Il tipo annuì, aggrottando la fronte. «Suppongo che la Colombia sia un po’... già, be’, però è un Paese perfetto per gli investimenti. La gente vuole lavorare. Nessun problema con i sindacati.»
«Che cosa simpatica.» E anche io ero così simpatico!
«Come mai?»
Lui fece un gesto, a significare tutto e niente. «Buona fortuna anche a lei» disse, alzandosi per recuperare la valigetta dallo scomparto superiore. Mi accorsi che lo apriva con attenzione, con prudenza. Perché è vero quello che dicono: il contenuto può spostarsi durante il volo.
Di lì a poco i posti vuoti erano già stati occupati dai passeggeri diretti a Quito, e gli assistenti di volo stavano ripetendo la loro filastrocca, prima in inglese e poi in spagnolo. Non avevo mai imparato a hablar español nemmeno un poquito. Credo di aver studiato francese perché sembrava la cosa giusta da fare. Nel giro di un’ora sarei stato alla mercé dell’impeccabile spagnolo di Natasha.
O del Jolly, come la chiamavamo ai vecchi tempi. Lei aveva questo incredibile sorriso, una profonda mezzaluna da cartone animato racchiusa tra le parentesi delle fossette, e una volta qualcuno – va bene, sì, in realtà ero io – pensò di soprannominarla «Il Jolly». Il nomignolo le rimase appiccicato, e noi ragazzi di tanto in tanto la chiamavamo così, affettuosamente, anche in sua presenza. Lei lo accettò con sorridente magnanimità, come pareva fare per qualsiasi cosa.
Ma adesso, mentre allacciavo la cintura di sicurezza bene in basso, la stringevo attorno ai fianchi e mi accertavo che il tavolinetto ribaltabile davanti a me fosse ripiegato e ben chiuso, mi sentii un po’ in colpa per aver coniato quel nomignolo. Dopotutto solo io ero stato amico di Natasha, se «amico» può essere una definizione adeguata in questo caso. Ed ero certo che, presentandomi alla rimpatriata scolastica del decennale, la mia recente visita a Natasha van der Weyden sarebbe stata appuntata al mio bavero in bella evidenza come un prestigioso tesserino di riconoscimento. Almeno avrei potuto vantarmi di quello rivedendo i miei ex compagni, tutti con i loro successi professionali e i loro vantaggiosi matrimoni di cui io sapevo ogni dettaglio, come se mi fosse stato tatuato nel cervello in caratteri piccolissimi da il-tuo-nome-su-un-chicco-di-riso. Del resto era il mio lavoro, in quanto Rappresentante della classe, inviare trimestralmente al giornale scolastico carrettate di simili vanterie.
Invece io ero da poco disoccupato, e non c’era molto di cui potessi vantarmi se non il fatto di non aver perso i capelli. Sì, di recente l’attaccatura era un po’ arretrata, ma a un certo punto, guardandomi allo specchio, avevo tracciato una sorta di immaginaria linea di confine, e da quel giorno l’attaccatura se ne era rimasta obbediente dov’era. Probabilmente il vero problema erano i peli mostruosi (per quanto biondi) che mi crescevano sul collo, sulla schiena, sul petto, sulle gambe, sul sedere e sulle braccia. Per qualche motivo, le donne che mi avevano visto nudo e anche manipolato non parevano disturbate dal fatto che fossi interamente coperto di una leggera pelliccia lanuginosa. Mentre il jet decollava sulla pista di Bogotá, mi domandai ancora una volta come mai non ci badassero. Forse pensavano che fossi l’anello mancante dell’evoluzione?
A un tratto, quando fummo di nuovo in aria, mi venne in mente che sarebbe stato un gran bel colpo se mi fossi presentato alla rimpatriata con Natasha. Quanto sarei stato orgoglioso, sia come Rappresentante della classe sia come uomo, se fossi riuscito a convincerla o persino a sedurla! Fantastico: adesso mi sembrava di avere una buona ragione per quel viaggio in Sudamerica. E poi speravo che, dopo dieci giorni trascorsi con lei, avrei avuto qualcosa di nuovo da raccontare sulla questione Natasha in generale. Forse, mentre lei era sul prato con indosso un abito estivo, l’avrei indicata con un cenno del capo e avrei detto a Stratton o a Bill T.: «Amico mio, che sprovveduti eravamo a chiamarla Jolly, perché in realtà la cosa fondamentale di Natasha, ed era lì, sotto i nostri occhi, è che...» E lì avrei rivelato quel che avevo scoperto. Nel frattempo tutto quello che avevo appena pensato di Natasha era qualcosa che sapevo già. Un po’ come quando facevo un viaggio in qualche Paese straniero e al ritorno tutti mi chiedevano com’era: i miei resoconti diventavano pian piano sempre uguali, circoscritti a quella certa impressione, a quel certo posto speciale, a quel certo buffo aneddoto, e alla fine non rimaneva che un unico resoconto, che poi andava a sostituirsi alla memoria. Ripensando a questa tendenza, ebbi sinceramente paura. Una paura famigliare, resa sincera dall’improvvisa intensità: un giorno, quando tutte le sensazioni della mia vita fossero evaporate, non ne sarebbe rimasto che uno stereotipo. Sarei morto, san Pietro avrebbe chiesto una cosa tipo «E allora, com’è andata?», e io avrei detto: «Gran bel posto. Il cibo mi è piaciuto, anche se a volte mi ha fatto venire mal di pancia. Però la gente era davvero piacevole».
Ed ecco tutto.
Guardai l’oscurità perfetta e senza stelle fuori del finestrino.
E decisi che, quando mi avessero chiesto di quel viaggio, avrei raccontato cose sempre diverse, senza mai ripetermi nemmeno una volta, men che meno due o tre. E se ci fossero state cose spiacevoli da raccontare, avrei preso in considerazione anche quelle: perché il mondo poteva essere doloroso, anche e soprattutto la Colombia, come avevo scoperto da quando ero rimasto disoccupato qualche giorno prima e avevo trovato il tempo di leggere il giornale.
Purtroppo io e i miei compagni di stanza, di recente, avevamo contribuito alla lunga guerra civile colombiana comprando e sniffando cocaina. Non avevo molta voglia di confessarlo a Natasha. E tuttavia, poiché la conoscevo appena, avrei voluto che lei mi raccontasse tutto, e per correttezza avrei dovuto aprirmi completamente anche io. Speravo solo che non mi avrebbe domandato chi, secondo me, dovesse vincere la guerra civile in Colombia. Non c’erano terroristi su entrambi i fronti? E allora forse stava arrivando l’ora di prendere le parti dei terroristi della miglior specie!
Ben presto l’aereo atterrò senza intoppi. Due su due.
Sono cose che fanno piacere. E mentre venivamo trasportati al gate con la navetta, tutti i bambini smisero di piangere. Avete mai notato come questo non accada senza che i pargoletti emettano qualche grugnito di riluttanza assolutamente infantile, sforzandosi di singhiozzare ancora un paio di volte prima di lasciarsi andare al nuovo umore? È come se non volessero ammettere che la cosa che li aveva tanto turbati non era poi così grave, persino nella Colombia dilaniata dalla guerra. Ma quella non era la Colombia, mi dissi scendendo la scaletta di alluminio e posando i piedi sull’asfalto.
Quello era l’Ecuador, una terra sconosciuta di cui non sapevo niente. Avevo dato un’occhiata alle guide turistiche che c’erano in giro, Let’s Leave! e Tough Planet, ma non le avevo comprate, incapace di sceglierne una.
L’unica cosa di cui avevo una reale consapevolezza era che l’aria qui – è sempre sconcertante essere qui, di qualunque posto si tratti – era fresca e odorava di fumo di legna. Forse con appena una puzza di fogna? Mi domandai se per caso non fossi dotato di un naso particolarmente sensibile, e se dovessi scegliere, come prossimo lavoro, di fare il sommelier: guadagnarmi la vita bevendo e assicurare il mio naso per cifre da capogiro. E poi forse avrei potuto millantare un danno cerebrale che comprometteva irrimediabilmente l’olfatto e diventare ricchissimo.
Suonava vergognoso ed eccitante, visto che non sapevo che fare della mia vita.
Mentre aspettavo il mio zaino sul tapis-roulant, mi accorsi che tremavo: l’EO. EO, o Effetto Olanda, era un altro dei soprannomi che avevamo dato a Natasha, perché al St. Jerome si diceva che chi aveva una cotta per lei si prendeva l’EO.
E allora, forse, ero stato innamorato di lei per tutti quegli anni? Solo che, prima, lei non aveva mai dimostrato un minimo di interesse per me? E, adesso che si era spinta al punto di invitarmi a Quito, potevo finalmente confessarlo a me stesso? A volte, mentre ci caliamo nei cunicoli della psiche, la piccola lampada che abbiamo sul casco si spegne. In ogni caso stavo tremando. Dopotutto quello era un posto nuovo, e quindi una nuova vita, e quindi un motivo per sentirmi scosso all’idea di essere libero di fare un’infinita quantità di cose, se volevo, e se ero capace di prendere delle decisioni.
Mi caricai lo zaino sulle spalle e mi avventurai oltre la porta, nella sala de esperanza. Naturalmente una bionda alta svettava tra tante teste di lucidi capelli neri. Anche se non era alta come me la ricordavo. Né tanto bionda. Proprio per niente. Tuttavia il suo sguardo si illuminò in modo evidente nel riconoscermi, quando mi feci strada verso di lei gridando «Hola! El Jolly!» Però il sorriso che ricevetti in risposta non era quello che avevo conservato nella memoria, e subito rimasi inorridito, non tanto dalla natura del cambiamento – ai miei occhi appariva ancora piuttosto graziosa – ma dalle sue inaudite proporzioni. Quando, con quel suo viso chirurgicamente modificato, tra le labbra gonfie di collagene, lei disse a voce deliziosamente bassa «Ciao, Dwight», io non riuscii a far altro che sorridere, nell’intima consapevolezza che un viaggio lungo e strano stava per cominciare.
«Natasha è andata in bagno» fece la donna, e il sollievo di scoprire che quell’estranea era un’estranea – assolutamente non Natasha! – mi spinse ad abbracciarla forte, dicendo: «Dio, è così bello vederti!»
La donna e io stavamo ancora ridendo quando Natasha arrivò. «Ma guarda! Avete subito fatto amicizia!»
Aveva un accento olandese più forte di quanto mi aspettassi, o di quanto ricordassi. Era sempre Natasha, ma effettivamente un po’ diversa. Aveva un’aria strana, ansiosa, un po’ come mi sentivo anche io. E poi sfoggiò il suo famoso sorriso. «Hai visto, Brigid? Dwight è proprio come te l’avevo descritto. Basta un attimo e diventa amico di tutti.»

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