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da oggi nelle librerie

di vertigine (31/05/2006 - 18:30)

MASSIMILIANO PARENTE

estratto da ANTONIO MORESCO

 

 
Massimiliano Parente. Tu sei stato tra i fondatori di "Nazione indiana", hai cercato di usare la rete per aprire uno spazio autonomo di confronto dove confluissero più energie. Poi ne sei uscito, proprio in coincidenza con il discorso sulla Restaurazione. Com'è stata per te questa esperienza, e quali i suoi limiti?
Antonio Moresco. Per me è stata un'esperienza molto utile e che non considero conclusa. Perché anche lì si possono incontrare tutta una serie di possibilità, di vivacità che si sviluppano nelle persone, e però anche delle paure, delle doppiezze, gelosie, piccole invidie, una mancanza di coraggio nell'essere completamente radicali e diretti. Insomma, le solite cose… C'è chi si sente poco sicuro o ha paura di tagliarsi dei ponti, dei ponticelli che ritiene di avere alle spalle. C'è chi si è attaccato alla canna del gas e ha paura che gli tolgano persino quella. Sarà che io, avendo pubblicato così tardi, l'idea, l'illusione di poter coltivare una mia carrierina come scrittore l'ho completamente bruciata, per me sono passati in altro modo gli anni durante i quali queste cose possono allettare di più, sembrare importanti. Non mi sono mai neppure posto il problema di dover cambiare qualcosa in me per riuscire a entrare dentro queste logiche di appartenenza, di carriera. Non escludo che possa esserci un modo intelligente, non per forza meschino, di muoversi all'interno del mondo culturale, dell'editoria ecc., ma si vede che, in ultima analisi, questo non mi interessa, non sono mai riuscito a metterlo al primo posto. Se è su quel terreno lì che si decide qualcosa, allora cosa me ne importa, su questo terreno non mi interessa stare.


Parente. Ho visto che qualcuno, leggendo le polemiche in rete, sembra quasi rimproverarti di attaccare il sistema editoriale e al contempo di essere pubblicato da editori importanti.
Moresco. Lo so, qualcuno ogni tanto mi dice: "Ma tu che cazzo vuoi? Dici queste cose ma pubblichi da editori importanti!". Sì, certo, pubblico da editori importanti perché, insistendo insistendo, per molti anni, alzando il tiro ogni volta, ho trovato qualche fessura anche là, anche se non mi sembra di avere usurpato niente, che mi sia stato regalato niente.. Però poi, almeno finora, gli "editori importanti", in un modo o nell'altro, mi mettono alla porta, e allora devo caricarmi di nuovo lo zaino in spalla e cercarmi una nuova casa. Perché io non cambio "editori importanti" perché sono capriccioso, volubile, o perché tutti questi editori mi corrono dietro col libretto degli assegni in mano, ma perché dopo un po' mi percepiscono come un corpo estraneo e mi buttano fuori, perché non sono evidentemente abbastanza "commerciale" per loro, perché mi percepiscono come un elemento di disturbo rispetto alle loro strategie mediatiche e di gruppo. Ma ho pubblicato e continuo a pubblicare anche per editori piccoli e piccolissimi, che per me non sono meno importanti.


Parente. Io, tra l'altro, non vedo un limite nel fatto di pubblicare con editori importanti, al contrario. Hai pubblicato con editori importanti senza smettere mai di metterti di traverso. Sarebbe stato più facile venire risucchiati e assimilati, lasciarsi addomesticare. Sei andato avanti per la tua strada nonostante gli editori, e questa radicalità, questa intransigenza si paga sempre.
Moresco. Mi sono messo di traverso perché non è vero – per me come per chiunque altro carichi di bisogni forti la propria attività di scrittore – che il fatto di essere pubblicato da un editore più o meno importante cambi molto. Importante è capire cosa ha cercato di mettere al mondo uno scrittore, non tanto chi lo pubblica. Questo vale anche per gli scrittori del passato. Quando mettiamo in fila i loro libri, ci piacciano o non ci piacciano, ci emozionino o non ci emozionino, il nostro primo pensiero non va certo agli editori che li hanno pubblicati, di cui in genere non conosciamo neppure il nome. Un grosso editore può fare piacere, soprattutto se ti si presenta sotto le vesti di una persona intelligente e sensibile, può aiutarti a rendere un po' meno difficile, un po' meno gravosa la strada. Ma in ultima analisi non cambia molto. Non bisogna mai rinunciare a qualcosa per poter pubblicare con un editore importante. 


Parente. Eppure c'è la fila di chi fa carte false, è letteralmente e letterariamente il caso di dire, pur di passare dentro il filtro della grande editoria. Seguendo non le proprie urgenze, che probabilmente neppure ha, ma quelle degli editori capaci di dare più denaro, più visibilità, più distribuzione, più successo.
Moresco. Sai… uno che deve cantare, e magari canta lungo una strada, di notte, lo ascoltano quattro persone infreddolite, mentre se uno canta alla Scala… insomma, non è che non faccia differenza! Mi è capitato di sentire persone sbalorditive cantare per le strade, con delle voci incredibili, commoventi, rabbrividenti. La gente passa, pochi si fermano ad ascoltare un po' e magari a mettere una moneta nel bicchiere di cartone, poi riprendono la loro strada. E quella persona là continua a cantare, per nessuno, da sola. Posso sentirla cantare anch'io, mentre passo, o può succedere, per fortuna, per caso, che passi di lì un intenditore, qualcuno in grado di apprezzare davvero la sua voce e di aiutarla. Ma in genere non succede. Quella voce venuta chissà da dove continua a cantare da sola. L'anno scorso ho sentito una donna russa che cantava per strada con una voce che ti faceva tremare le gambe per l'emozione. Lei non può fare dono del suo talento a un pubblico vasto se canta lungo una strada, ma se non canta neppure lì non può farsi sentire proprio da nessuno. Ecco, questo vale anche per gli scrittori. Se mi fanno cantare alla Scala canto alla Scala, se non mi fanno cantare alla Scala canto per strada. Però continuo a cantare. Questa è la cosa più importante.

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vertigine nelle librerie

di vertigine (31/05/2006 - 11:34)

 

Vertigine è già disponibile nelle seguenti librerie leccesi:

Libreria Icaro, via L. Romano 23, 73100 Lecce
Libreria Liberrima, Corte dei Cicala 1, 73100 Lecce
Libreria Palmieri, Via S.Trinchese, 62, 73100
Libreria Pensa, Viale lo Re 44, 73100 Lecce

A giugno la rivista si materializzerà nelle librerie d'Italia. Dove e quando lo scoprirete in questo spazio. Per chi volesse la rivista direttamente a casa sua può andare da queste parti.

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estratto

di vertigine (31/05/2006 - 11:29)

Viktor Pelevin

Un estratto da La vita degli insetti

ENTOMEPILOGO

“Ecco come voglio fare, Paša”, Sam parlava ad Arnold con voce sottile da tenore. “Io vado là e prendo un po’ di ruote, poi me ne tornoda solo. Poi prendo le ruote qui, e io, Paša, le vendo alla grande. Ora costano care. E così faccio i soldi per comprarne altre due”.
Sedevano su un’alta palizzata di legno all’inizio del lungomare, le gambe penzoloni. Le dita di Sam stringevano le estremità di plastica della valigetta con una forza tale che le nocche si erano fatte bianche, mentre il viso, ricoperto di minuscole perle di sudore, era concentrato; guardava dal lato del mare, ma al posto del mare vedeva qualcos’altro.
“Tutto questo, ovviamente in dollari”, continuava. “Non come quegli idioti che hanno venduto tutto in rubli, e sono rimasti sfottuti. Tu capisci che buon affare sto per fare, vero Paša? A proposito, ti serve un tesserino da caccia?”
“E per farci che?”, chiese Arnold.
“Per appendere un fucile alla parete. Se ti vengono a rubare in casa, tu lo stacchi e… pensaci, Paša, pensa che bello! Io sto già facendo la pratica: bisogna passare quattro istanze, pagare bustarelle un po’ dappertutto. Ti viene a costare più o meno duemila e cinque. E ho pure un’altra idea…”
Arnold lo scosse per le spalle.
“Sam”, disse, “si svegli”.
Sam trasalì, scrollò la testa e si guardò intorno. Poi apri la valigia, sputò del liquido rosso nel vasetto di vetro e lo rimise a posto. “Può essere interessante”, disse con la voce di sempre, “si intravede già una certa prospettiva”.
Improvvisamente Sam e Arnold sentirono un forte ronzio che arrivava dal lato del mare. Videro una vespa – tipico insetto della Crimea – che si avvicinava al muretto. Indossava un doppiopetto scuro e stringeva in mano una piccola Bibbia. Aveva le labbra distese in un ampio sorriso di gioia, e il sole batteva senza pietà sui suoi denti bianchi. La vespa si avvicinò e cominciò a parlare in inglese, rivolgendosi a Sam con tono pacato mentre indicava verso destra con la mano appesantita da un Rolex d’oro massiccio.
“Oh, Signore!”, disse Sam, “Lo sapevo”.
Saltò sul prato e attese che Arnold concludesse le sue complicate evoluzioni: spostamento del peso, giro completo del corpo grasso a centottanta gradi e sospensione con le mani attaccate al muro.
“Se vuole sapere come la penso”, disse Arnold dopo essere atterrato peresantemente sull’erba, “in queste situazioni bisogna essere duri fin dall’inizio. Altrimenti è peggio per entrambi. Non bisogna mai dare nessuna speranza”.
Sam non disse nulla. Sbucarono sul lungomare e in silenzio si incamminarono verso il caffè all’aperto.
Intorno a dei tavolini si era raccolta una piccola folla, e fin dalla prima occhiata capirono che doveva essere successo qualcosa di spiacevole. Sam impallidì e corse avanti. Facendosi largo tra gli spettatori, si intrufolò fino al tavolino e restò impietrito.
Dal tavolo penzolava una striscia gialla di carta moschicida che dondolava al vento. Vi erano rimasti appiccicati foglie e pezzi di carta e, nel centro esatto, con la testa inclinata, priva di sensi, era riversa Nataša. Aveva le ali schiacciate sulla superficie della striscia. Si erano già impregnate di muco velenoso: una era ripiegata da un lato e l’altra era alzata oscenamente verso l’alto. Sotto gli occhi chiusi si vedevano dei lividi che coprivano metà del viso, e il vestitino verde, il cui bagliore allegro aveva un tempo stupito Sam, si era offuscato e ricoperto di macchie marroni.

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di vertigine (31/05/2006 - 11:20)

John Cheever

Autobiografia di un commesso viaggiatore

Sono nato a Boston nel 1869. La mia famiglia ha sempre vissuto a Boston. Da che se ne abbia memoria, una famiglia di precettori e capitani di mare. Eravamo poveri e mia madre era vedova. Mandava avanti una pensione a conduzione familiare. Mio fratello e mia sorella lavoravano e anch’io mi apprestavo a farlo, non appena avessi terminato la scuola elementare. Avevo deciso di darmi al commercio delle scarpe e di fare il commesso viaggiatore. Io volevo essere un commesso viaggiatore, proprio come altri vogliono essere dottori, generali e presidenti.

A dodici anni lasciai la scuola e presi a fare il fattorino per una nota ditta di scarpe e stivali. Il salario al primo anno era di cento dollari. Poi fui promosso apprendista-commesso e il salario salì a duecento dollari. Non era facile trovare un impiego all’epoca e io dovevo sgobbare per tenermi il mio. Quando uscivo per andare a lavorare le strade erano deserte e quando tornavo a casa le strade erano buie e deserte. Alla fine, ebbi l’opportunità di imparare a confezionare scarpe seguendo l’intero processo in una fabbrica di Lynn. Andai a vivere sul posto in una pensione a poco prezzo e imparai come fare le scarpe. Ancora adesso so come si fa un paio di scarpe. Posso dirne il prezzo e a volte persino da quale manifattura provengano, anche se a volte mi duole guardarle, quando sono così di bassa lega. Beh, ho lavorato in quel posto per cinque anni e nel 1891 il mio salario ammontava a 700 dollari. Fu allora che per la prima volta andai per le strade a vendere.
Non lo dimenticherò finché vivrò. Presi un treno da Boston a New York e da New York a Baltimora. Mi piace viaggiare in treno. (Ogni volta che mi capitava di passare le vacanze in campagna, andavo in stazione tutti i giorni, per veder passare l’unico treno della giornata). Mi feci un completo e una valigia nuovi, un campionario e un paio di scarpe nuove. Le scarpe mi facevano soffrire le pene dell’inferno. Non avevo mai calzato un paio di scarpe nuove fino ad allora. Avevo il portafogli pieno di soldi da spendere. Adoro il denaro. Ogni volta che ho i soldi nel portafogli e prendo un treno per andare in un’altra città è sempre come iniziare una nuova vita. Quando presi quel treno, fu come iniziare una nuova vita.

Come ho già detto, quella volta andai a Baltimora. Ci arrivai che era pomeriggio inoltrato. Presi una stanza al Carrollton Hotel, con acqua corrente ma senza bagno. Costava quattro dollari al giorno, inclusi quattro pasti abbondanti, se li volevi. L’uomo che ti prendeva il cappello all’ingresso della sala da pranzo non ti dava nemmeno il contrassegno, ma ti riportava sempre il cappello giusto. Qualche centesimo di mancia era anche troppo. I camerieri erano cortesi e ben vestiti. La sala da pranzo si trovava al secondo piano. Mi fermai due giorni e guadagnai abbastanza da coprire le spese, che erano state al di sotto delle attese della ditta. Quando feci ritorno, il capo si congratulò con me.

Quello è stato il mio primo successo. Il primo di una lunga serie. Mia madre nel frattempo era morta e mio fratello e mia sorella si erano sposati. Ho sempre rimpianto di non essere stato vicino a mia madre sul finire della sua vita. Non mi interessava granchè quel che facevano i miei fratelli. Avevo la mia di vita. Mi tenevo sempre impegnato. Qualunque cosa vedessi, ombra o colore che fosse, persino la pioggia o la neve, mi faceva pensare soltanto alle vendite e alle scarpe. Cominciai a farmi una reputazione. Lavorai con la stessa ditta fino al 1894, quando ricevetti un’offerta migliore a Syracuse, e ci andai. Presi a guadagnare tremila dollari l’anno. Viaggiavo con i treni più veloci, indossavo vestiti fatti su misura da un ottimo sarto e mi fermavo negli alberghi più costosi. Avevo un mucchio di amici e di donne. Il tempo passava in fretta e il mio stipendio saliva di un migliaio di dollari l’anno.

Quelli trascorsi sulla strada furono gli anni migliori e sembrava non dovessero finire mai. Vendevo scarpe a vagoni, con la facilità con cui si manda giù un bicchiere di whiskey. Per la gran parte del tempo avevo più soldi di quanti ne potessi spendere. Ero un uomo di successo. Avevo avuto più successo di quanto sperassi a dodici anni. Spesi i miei anni fra treni, club e alberghi. Cambiavo zona a intervalli regolari, tanto da aver coperto, alla fine, ogni centimetro degli Stati Uniti. Conosco gli Stati Uniti e li amo. Posso ripeterne i nomi delle città a centinaia, come fossero nomi di donna. Ne conosco gli alberghi, gli orari dei treni e quell’odore di fumo dei vagoni ferroviari che tanto mi piace.

Avevo una decina di completi e una ventina di paia di scarpe, nonché due barche a vela, con le quali gareggiavo quando mi trovavo a Boston, la città dove le avevo comprate. Scommettevo sui cavalli e giocavo a Canfield, ai dadi e alla roulette. Ero membro della massoneria, membro onorario degli Elks e avevo due costose polizze sulla vita.

Le mie entrate potevano essere più o meno alte, ma si mantenevano sempre vicino ai diecimila. Certe volte andavo sotto e certe altre sopra. La siccità, le grandi piogge, le mode, i lutti e le liti tra amanti, tutto aveva il suo effetto sugli affari ma, come avevo imparato già all’età di dodici anni, sono soltanto affari. Se perdevi un cliente te ne facevi subito un altro. A comprare erano i singoli, da singole ditte. Le scarpe che vendevo erano belle e costose. Gli affari seguivano le stagioni, perché gli uomini indossano stivali d’inverno e mocassini Oxford d’estate; nessuno indosserebbe degli Oxford in inverno, a meno di non essere pazzo.

Nel 1925 il mio stipendio cominciò a calare, da diecimila a ottomila. All’epoca lavoravo per una ditta di Rockland e il mio quartier generale era all’Hotel Statler di Detroit. Alla fine di quell’anno, la ditta chiuse. Avevano capito che la moda stava girando verso scarpe a basso prezzo. Furono scaltri a tirarsene fuori quand’era il momento, invece di girare in tondo come il resto di noi poveri fessi.

L’anno dopo mi rimisi sulla strada per una ditta di Lynn, che fallì dopo appena nove mesi che lavoravo con loro. Tutti gli uomini dotati di buon senso si chiamarono fuori dagli affari e lasciarono perdere. Ma io non potevo chiamarmi fuori e non potevo lasciar perdere. Avevo 57 anni. Mi stavo facendo vecchio. E non ricordavo altro che treni, alberghi e scarpe.

Cercai un’altra ditta che fabbricasse le scarpe che ero abituato a vendere, ma non la trovai. Avevano chiuso o erano fallite. Alla fine, mi ritrovai a vendere scarpe a buon mercato per una ditta di Weymouth, nel Massachusetts. Era la prima volta in tutta la mia vita che vendevo scarpe da poco e lo detestavo. Devi venderne migliaia di paia per guadagnare quanto avresti fatto con un centinaio di quelle dei vecchi tempi. I miei incassi a malapena coprivano la commissione e le spese. Lavoravo duramente, vendevo un sacco di scarpe e non guadagnavo nulla. Era come cercare di fermare la pioggia con le mani. In quegli anni non guadagnai mai più di tremila dollari.

Dopo tutti i viaggi che avevo fatto finii in rosso. Il modo di fare soldi era cambiato, più in fretta di me. Le catene di montaggio e le industrie presero il posto delle piccole ditte individuali. Le scarpe economiche presero il posto di quelle costose. I biglietti ferroviari salirono e non si trovavano più alberghi a prezzi convenienti. I pochi commercianti che ancora restavano non vendevano abbastanza per ripagarsi delle spese. Li chiamavamo i “precari”. Il giorno del mio sessantaduesimo compleanno ero senza lavoro. Non mi era mai capitato prima. Mi ero fatto vecchio. La mia polizza assicurativa era estinta. I miei soldi spariti. Mio fratello e mia sorella erano morti. I miei amici erano morti. Il mondo che conoscevo, quello che avevo attraversato e ascoltato, al quale avevo parlato, non c’era più. Il rumore del traffico fuori dalla finestra di questa camera ammobiliata me lo rammenta.

Siamo stati dimenticati. Tutto quello che sappiamo è inutile. Ma quando ripenso ai giorni sulla
strada, a quello che ho fatto e che mi è capitato, non riesco a provare amarezza. Siamo stati dimenticati come i vecchi elenchi del telefono, gli almanacchi, le lampade a gas e quelle grandi case gialle, con i cornicioni e le cupole, che si costruivano un tempo. Questo è quanto. Però alcune volte avverto la sensazione che la mia vita è stata una rovina completa. Mi accade la mattina, talvolta, quando mi rado. Mi sento mancare come se avessi mangiato qualcosa che mi ha fatto male, devo poggiare il rasoio e sostenermi al muro.

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estratto

di vertigine (30/05/2006 - 10:53)

THOMAS PYNCHON

estratto da Entropia

Quando era giovane, a Princeton, Callisto aveva imparato uno statagemma mnemonico per ricordare le Leggi della Termodinamica: non si può vincere, le cose peggioreranno prima di migliorare, e chi può dire che andranno meglio. A 54 anni, alle prese con il concetto di universo secondo Gibbs, si rese improvvisamente conto che quella formuletta da studente si era rivelata profetica. Quel sottile labirinto di equazioni divenne per lui la visione di una morte calorica finale, cosmica. Certo aveva sempre saputo che un motore o un sistema può funzionare con un rendimento del 100% soltanto in teoria; e che secondo il teorema di Clausius l'entropia di un sistema isolato aumenta continuamente. Tuttavia, fu soltanto quando Gibbs e Boltzmann applicarono a questo principio i metodi della meccanica statistica che esso gli apparve in tutta la sua importanza terrificante: solo allora capì che ogni sistema isolato — una galassia, un motore, un essere umano, una cultura o qualsiasi altra cosa — deve evolversi spontaneamente verso lo Stato di Maggiore Probabilità. E così nel triste autunno morente della mezza età, fu costretto a rimettere radicalmente in discussione tutto quanto aveva imparato fino ad allora; tutte le città, le stagioni e le passioni casuali della sua vita andavano riviste in una luce nuova e vaga. Non sapeva se sarebbe stato all'altezza del compito. Era cosciente dei pericoli di un illusorio riduttivismo e sperava di essere abbastanza forte da non finire alla deriva, nella dolce decadenza di un fiacco fatalismo. Il suo era sempre stato un pessimismo vigoroso, all'italiana: anche lui, come Machiavelli, dava un 50% di possibilità alle forze della virtù e un altro 50 a quelle della fortuna; ma adesso le equazioni introducevano un fattore accidentale, e ciò spingeva le probabilità verso una proporzione così indicibile e indeterminata che lui aveva addirittura paura a calcolarla.

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ancora riviste

di vertigine (29/05/2006 - 11:25)

nuovi_argomenti_small_34.jpgDa lunedì 29 maggio sarà in edicola il numero 34 di Nuovi Argomenti (aprile-giugno 2006)con una sezione - "Articolo 1" - in cui Ferracuti, Bajani, Liguori, Santi, Susani, Saviano, Zambetta, Melone, Piperno, Pavolini, Trevi e Ventroni raccontano a modo loro il mondo del lavoro (racconti nati su iniziativa di "Rassegna Sindacale"). Nel numero, inoltre: un incontro con Kenzaburo Oe; un dialogo scritto da Valeria Parrella; poesie di Mark Strand, Amelia Rosselli, Alba Donati, Massimo Gezzi, Frank Bidart, Vincenzo Della Mea, Carlo Carabba, Gianni Clerici, Helena Janeczek ; saggi di Bartolomeo Di Monaco su Remo Teglia, di Raffaella D'Elia su Vollmann, di Giuliana Petrucci su Vincenzo Pardini, di Fabiriza Giuliani sulla bioetica, e di Leonardo Colombati su Ovidio. Nel suo diario, Enzo Siciliano scrive a proposito degli ultimi romanzi di Claudio Piersanti e Giuseppe Genna.

SOMMARIO

DIARIO di Enzo Siciliano

CONVERSAZIONE di Massimo Rizzante con Kenzaburo Oe

ARTICOLO 1
Angelo Ferracuti, Certi giorni sono più belli di altri giorni
Andrea Bajani, All inclusive
Elisabetta Liguori, Tastiere
Flavio Santi, La raccomandazione
Carola Susani, La semina
Roberto Saviano, Il mestiere dei soldi
Massimiliano Zambetta, Sabato, afterhour
Andrea Melone, Gilberto
Alessandro Piperno, Lettera aperta ai miei inquilini
Lorenzo Pavolini, Il colpo
Emanuele Trevi, Psicotici e precari a Paperopoli
Roberto Canò, Primavera di diritti

CANTIERE
Mark Strand, Mare nero
Amelia Rosselli, Tre poesie da Sleep/Sonno
Gabriella Palli Baroni, Il pensiero "strutturato" di Amelia Rosselli
Alba Donati, Firenze
Massimo Gezzi, La stanza
Frank Bidart, Stella polvere
Vincenzo Della Mea, I sogni di guerra
Bartolomeo Di Monaco, Remo Teglia, un narratore di fatti
Giuliana Petrucci, Sull'ultima narrativa di Vincenzo Pardini
Raffaella D'Elia, Vollmann, il quinto punto cardinale
Carlo Carabba, Roma-Parigi-Roma
Fabrizia Giuliani, Qualcosa è cambiato
Helena Janeczek, Oltre le nebbie
Gianni Clerici, Boldini
Federica De Paolis, Via Oglio 10
Leonardo Colombati, Persistenza e impermanenza (Una lettura di Ovidio)
Valerio Magrelli, La famiglia Poe
Francesco Feola, Lotteria nucleare

DIALOGHI
Valeria Parrella, Una questione di attese

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le foto

di vertigine (29/05/2006 - 10:51)

Ieri più di cinquanta persone erano presenti alla prima presentazione di Vertigine. Qui sotto un po' di foto.

 Il sottoscritto a poche ore dall'incontro

 

 

 

 

 L'ingresso del Fondo Verri
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Al mio fianco Elisabetta Liguori
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Al mio fianco Mauro Marino
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Al mio fianco Luciano Pagano
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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28 maggio 2006

di vertigine (27/05/2006 - 19:12)

Domani vi aspetto tutti al Fondo Verri

ore 20

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Vertigine su Carmilla

di vertigine (26/05/2006 - 10:53)

M'A RECUÈRDE

Cosimo Argentina, Cuore di cuoio, Sironi, Milano, 2004

di Girolamo De Michele

Per comprendere questo libro bisogna immaginarselo come un'intersezione di luoghi dell'anima e luoghi della città: luoghi che si intersecano, e compongono possibili punti di passaggio, o di trasformazione. Questo libro è, in fondo, la storia di passaggi che sarebbero potuti avvenire, di trasformatori che sarebbero potuti attivarsi, di passaggi che ci sarebbero potuti essere.
Topografia del rione. Il libro ha una sede fisica, tra via Calabria e piazza Messapia, e tra questi due luoghi nella piazzetta che i panarìedde hanno chiamato “Maracanà”, e che è già un luogo dell'anima. Chi conosce Taranto sa che in questo punto corso Italia, la direttrice principale del “nuovo” Rione Italia, si inserta col tradizionale Tre Carrare, il rione proletario alle spalle del signorile Borgo, ma anche dell'Arsenale Militare. In quelle strade abitava il nuovo proletariato, quello che, grazie alla Fabbrica (il complesso dell'Italsider, primo in Europa per capacità produttiva e per mortalità operaia) era sfuggito alla rigidità sociale e si affacciava al benessere: la casa di proprietà, i figli scolarizzati, il salario garantito, la macchina e la gita domenicale – le mille lire al mese, arrivate alla buon'ora. In quegli anni il più popolare dei capipopolo tarantini era un figlio di pescatori, che la lotta politica aveva strappato a un destino già scritto.

Ma la rigidità sociale si era già ricreata, proprio attorno al mito piccolo-borghese del posto fisso: Camillo Marlo, figlio di operaio, ha già sul collo il fiato della Grande Fabbrica. I figli ricominciano a seguire le orme dei padri, la scolarizzazione professionale o tecnica diventa l'anticamera dell'Italsider: il trasformatore sociale comincia ad incepparsi. Camillo Marlo lo sa, e sa che solo il calcio può salvargli la vita: il miraggio di un ingaggio nelle giovanili della Juventus è lì, a un palmo di mano. Appena oltre la punta delle dita.
Secondo luogo di passaggio: il calcio. Millenovecentosettantasettantasettesesettantotto: per noi tarantini bisogna pronunciarlo così, lettera per lettera, assaporando ogni suono. Perché non c'è mai stato, e mai ci sarà, un anno come quello. Abituata al lato destro della classifica di serie B, a lottare per salvarsi all'ultima giornata, o alla penultima se l'anno era buono, il Taranto si trovò quell'anno catapultato al secondo posto, grazie a una irripetibile combinazione di classe e guasconeria. C'era Ciccio Selvaggi, l'artista, l'inventore del ruolo del 10 moderno, né vero regista né centravanti, ma capace di fare l'uno e l'altro, alla Baggio: arriverà in nazionale, fino ai mondiali di Spagna. C'era Graziano Gori, il cavallo matto, capace di entusiasmare gli osservatori di mezza Italia (tra questi Helenio Herrera) col suo gioco e di spaventarli con la sua “vita spericolata”. E c'era soprattutto lui, Erasmo Iacovone, una media gol impressionante, quasi una rete a partita. Un sogno da cui Taranto si svegliò alla mezzanotte del 5 febbraio, quando una BMW rubata sbucò a fari spenti da una laterale e fece strame del corpo di Iacogol e della sua Dyane di plastica. A ripensarla oggi, la vicenda di Iacovone sembra il segno d'una tragedia: non si sogna nei ghetti, non si sogna di uscire dai ghetti. La forza dei padroni non è nella capacità di vincere: è nella capacità di attribuire al destino il peso delle nostre sconfitte per toglierci il diritto al sogno.
Terzo luogo di passaggio: la scuola. Istituto tecnico Professionale: l'anticamera della fabbrica. I figli dei una certa Taranto al liceo, i figli di quell'altra Taranto al tecnico o al professionale, e poi al lavoro. La catena si allenta, ma non si rompe. La scuola che avrebbe potuto trasformare quella generazione non riusciva a parlare ai figli degli operai condannati a diventare operai padri di operai. Certo non fu colpa della scuola, non fu mancanza di generosità dei docenti del Righi, dei professionali, delle serali: lasciata sola a combattere la battaglia, la scuola non poteva farcela. I giovani proletari entravano a scuola perdendo la schiettezza, senza uscirne acculturati: restavano in un limbo rassicurante, buono a perpetuare gli equilibri sociali esistenti di una Taranto che aveva perso la veracità popolare mantenendone la grettezza, ed aveva acquisito dal modo borghese il culto del denaro, ma non l'apertura mentale. Per noi che parlavamo di rivoluzione e di proletariato, quella generazione semplicemente non esisteva. La logica dell'avanguardia ci rendeva impermeabili dall'insuccesso dei nostri cortei: i Camillo Marlo sarebbero arrivati, prima o poi.
Non arrivarono mai: né la scuola né la politica riuscivano a trovare un linguaggio comune con quei ragazzi che vivevano rinchiusi dentro i loro codici linguistici basati sul calcio, con le loro ragazzette che portavano i nomi delle squadre europee e gli eventi del gran mondo che scivolavano via. Moro, in quell'anno, era una mezz'ala dell'Atalanta, il terrorismo un'eco sbiadita: «eravamo nel 1978 e quello che volevamo, noi compari, era solo di fare un po' di macello, spingerci, ridere, fare battute e sfotterci l'un l'altro. Le ragazze a quell'epoca venivano dopo. Venivano dopo gli amici e dopo il pallone; un terzo posto onorevole, direi». Il mondo è tutto quello che è fuori dallo schermo, ha detto un filosofo parlando i cinema: su questo schermo scorre il film del romanzo di formazione del giovane proletario tarantino che ha sognato di sfuggire al destino attraverso il calcio. La Taranto degli anni Novanta, la Taranto della crisi profonda, della perdita del posto di lavoro garantito, la Taranto del potere malavitoso, la Taranto dei Cito e delle Di Bello è già tutta qui: nasce dall'inceppamento dei trasformatori della politica, della scuola, del sogno.
Tutto questo Cosimo Argentina lo racconta, con qualche generosa (voluta?) concessione agli errori della memoria, con una lingua particolarissima: come il protagonista, che ha perso il dialetto “vero”, quello che si parla solo nella Città Vecchia, senza aver acquisito l'italiano, la narrazione si piega a un registro basso, sgrammaticato, un falso dialetto che non vuole scimmiottare quello “vero”, quanto piuttosto rilanciare l'effetto-Amarcord col riproporre un linguaggio che richiama quello del Pasolini di Una vita violenta. Effetto-Amarcord: o, come diciamo noi, m'a recuèrde.

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