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recensione

di vertigine (03/05/2006 - 10:42)

ANDREA AUFIERI

KEROUAC LETTO DA ASTREMO

Jack Kerouac il violentatore della prosa

di Rossano Astremo, Icaro ed., "Letterature", 96pp, 10euro

 
"Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità"

Fedele all'interpretazione che Henry Miller ebbe della scrittura nuova, sperimentale, totale, rivoluzionaria quanto irreversibile espressa da Kerouac sul famoso rotolo da telescrivente, Rossano Astremo ci guida nell'universo deviato della generazione beat.
Già a metà degli anni Quaranta l’American Dream va sciogliendosi tra le dita dei nuovi giovani, quelli attratti dalla musica nera, i "best minds" che Allen Ginsberg immortala nel suo "Urlo", pieni di idee e alla ricerca di quella "perla" vitale che Kerouac sfiora in tutta la sua vicenda e annuncia di aver riconosciuto in Neal Cassady. Questa "gente nuova" cerca equilibri nuovi dandosi all'alcol e alla droga, strumenti essenziali all’urgenza del narrare di Kerouac, capace di terminare i suoi romanzi senza riposare, nell'arco di una notte come di tre giorni.
I beat rifiutano il conformismo e non vengono alienati dalla società, bensì rifiutano, con le variazioni di chi lotta e diviene vittima del maccartismo.
Ma più di questo fattore, noto agli scrittori già dalla notte dei tempi, dal boulevardier Ovidio per arrivare al compiacimento della decadenza di sé di cui ci testimoniano le vicende di Poe e i "petits poèmes en prose" di Baudelaire (come in una curiosa catena, fu il francese a tradurre l'inglese lanciandolo in Europa e l'autore de "L'albatros" è idolatrato da Kerouac), fino ancora, per tornare agli USA, a John Fante, beat ante-litteram e ispiratore di Bukowski. 
Ancor più delle biografie e dei contenuti è utile soffermarsi sulla metodologia utilizzata dallo scrittore di Lowell per comporre i suoi romanzi: la tecnica individuata è quella dell'orgasmo, dell'improvvisazione bop alla Charlie Parker, dove si parte da un nucleo centrale- il "gioiello"- per spendersi completamente nel vortice estatico del proprio io, tirato su con l'accumulo delle esperienze e delle intuizioni del momento, la sovrapposizione di più piani narrativi, con il racconto spezzato dal flashback e quest'ultimo deviato da divagazioni d'ogni genere.
Uno dei contributi fondamentali dei beat alla letteratura è stato senza dubbio questo mortificare l'interior monolgue joyciano, renderlo un flusso "d'incoscienza", processo in cui lo scrittore si trasforma in medium del cambiamento di stato di suoni e colori (da non tralasciare il contributo di Pollock all’immaginario e alla ricerca beat) che assumono la forma di parole.

TRATTO DA http://ilpotlac.clarence.com/permalink/239849.html#more

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recensione

di vertigine (03/05/2006 - 10:38)

NUNZIO FESTA

Nulla è per sempre, 59 ultimi respiri a cura di Flavia Piccinni

Nulla_per_sempre 

Nulla è per sempre esorcizza la morte per sorridere della vita. Cinquantanove persone, fra autrici e autori, affermate o affermati, esordienti o quasi, note e noti, hanno mosso la loro voce e messo in riga parole per raggiungere un obiettivo comune. Riuscendoci. Evidentemente. Anche se con risultati singolari del tutto differenti fra loro, come è giusto che sia. Anche il ghigno finale, che, al termine dell’antologia appunto, viene presentato in faccia a colei che “porta corona”, è pieno di sfumature; quindi più utile. Maggiormente efficace. Inoltre, la curatrice dell’opera, grazie a uno studio ben riuscito, è stata in grado di proporre i testi in maniera (rigorosamente) avvincente. Nel senso che gli scritti catturano, e, contemporaneamente, per merito anche d’una disposizione perfetta, scorrono agevolmente. Poi, va precisato, la maggior parte delle firme ha davvero talento. E questa non è cosa assolutamente secondaria. Spuntano, e rispuntano, voci sobrie ed eleganti, monelle e terrestri, oniriche. A volte, una scrittrice o uno scrittore riesce a contenere, sucitando emozione particolare, caratteristiche varie, personalissime e molto valide, nel contempo. Per la gioia di quanti e quante hanno voglia d’insinuarsi in storie e luoghi davvero ma davvero emozionanti.

Infatti, con le lacrime agli occhi, per esempio, si deve prendere la prosa violenta di Angela Buccella, che con Quel dannato bianconiglio raggiunge vette alte. Ma tornando indietro, in ordine d’apparizione, si potrebbe citare il testo della stessa Piccinni, che si presenta anche in veste di valida autrice (e lo fa dopo aver vinto nel 2005 addirittura il Campiello Giovani). Storie reali e inventate che si possono richiedere direttamente su www.giulioperroneditore.it, se non si trovano facilmente in libreria. Abbozzi vitali intrecciati in sei sezioni distinte: suicidi, omicidi, incidenti, conclusi, inconclusi e pillole. Per quanto riguarda La devo smettere, della Piccinni, la vista cade subito su quella superficialità ben Identificata dalla giovane autrice d’origini tarantine, che non dimentica, nonostante tutto, d’appartenere alla sua terra. E, nell’antologia, della sua terra di Puglia c’è molto, come in genere c’è tanto sud. Nel dire, e nel detto pure. Invece, oltre a un piccolo “sano” cinismo presentato da Flavia Piccinni, nello scritto della Buccella s’agita quel venticello fresco e a tratti caldissimo dell’erotismo; ma quello che si dimena nella fretta dei posti accessoriati e re-inventati Grazie, oltre che agli ultimi minuti, all’apparizione degli elementi infilati volontariamente o quasi nelle bocche.

Per continuare a raccogliere dal volume, si potrebbe andare a ripescare quel Fango di Stefano Ratti, che parla d’un peccato tutt’altro che originale, ovvero un omicidio avvenuto dopo l’esecuzione “obbligata” d’un mandato inoltrato da un boss. Lo scagnozzo di turno, povero e privo di male intrinseco alla sua anima, deve chiedere dei soldi. Ma con un pungo ammazza uno sconosciuto, cioè quell’uomo dal quale avrebbe dovuto farsi avere la grana. Come, si dovrebbe dire d’Aurora (testo di Francesco Zavattari), che disegna un quadro significativo d’un’esistenza molto ma molto particolare. Senza imbarazzi, e senza mezze misure. Apprezzabilmente. Per cambiare sezione, dal fiato della cronaca arriva il racconto di Rossano Astremo, che scende nel ventre di Taranto. Incontrando un operaio malato di lavoro, e malato per le corna gentilmente concesse della sua mogliettina. Il soggetto in questione compie un gesto assurdo, uccidendo una prostituta, facendola poi a pezzi, e mangiandone dei resti. La narrazione d’Astremo non fa brillare gli occhi come nel caso d’Angela Buccella, ma compie il Dovere d’ammaliare. Mentre, nel Il treno ha fischiato, Federica Bedini è brava a raccontare, ma il finale non è proprio dei più originali. Bis di Antonio De Rosa, lo cito soprattutto perché parla un po’ il linguaggio della Lucania. Mentre il racconto di Gennaro Chierchia è estremamente originale. Nonostante esso risenta l’influsso di qualche stereotipo di troppo. Eliselle, ormai nota autrice emiliana, si butta (questa volta) a capofitto nelle tragedie famigliari. Scolpendo la realtà che, a volte, le quattro mura domestiche esprimo anche all’esterno. Il tono d’Eliselle è quello solito; il piglio da narratrice pura. Elena Mitrani, in La stanza bianca, ha centrato il tema sull’effetto indispensabile del colpo di teatro.

“Tremava informe sotto il maglione grigio che Lei gli aveva comprato, un paio di mesi prima. Credere ai propri occhi era come spingersi un cacciavite nella tempia, un centimetro un millimetro alla volta. C’era da impazzire.” Dice Cristiano della Bella, nel suo breve racconto. Con le sue righe offre momenti di delicata sofferenza. A chi legge, e di chi fa leggere, certamente. Con stile asciutto. E narrando di gesti del tutto dettati dalla follia dell’amore. Maurizio Giometti usa una prosa “semplice”, ma che s’anima nei territori sterminati del mitico Fante; aggiungendo quel pizzico d’attualità, che fotografa uno stato di cose vergato da efferata violenza. In Sta per accadere, il notissimo Cosimo Argentina propone la classica figura della morte, sovrapponendola praticamente a un paesaggio venuto dalla mente e dal cuore. E Dino Campari dedica il suo bello scritto a Massimo Riva, prima che Duma giunga a ricordarci (addirittura) delle leggende sul morso della tarantola. Gianpaolo Palazzo riporta il mappamondo sulla terra di Basilicata, che lì lo vorrebbe far bloccare per un attimo almeno. Imbarazzante, per bellezza, le quindici righe d’Andrea Bocconi, scrittore che, fra le altre cose, di recente ha pubblicato una raccolta di racconti per i tipi della Guanda. Interessantissimo anche il lavoro di Maurizio Cotrona, da leggere con calma e attenzione.

Infine, le Pillole. Incisivissime, a volte. Come questa, per esempio: “Oggi: è il mio funerale. Sapere che è andata. Forse anche bene”. (Adriana Maria Sestibio). Graffianti: “- E’ morta la mamma di Marco. – Andiamo a giocare a pallone? – C’è il funerale alle sei. – Allora alle sette.” (Vincente Lefranc.

Dunque, importante questa opera corale di: Daltin, Natangelo, Piccinni, Quilici, Ratti, Zavattari, Astremo, Bedini, De Rosa, Chierchia, Eliselle, Mennuni, Mitrani, Monferrini, Repullone, Valsecchi, Della Bella, Giometti, Guerra, Mennuni, Petrini, Argentina, Campari, Duma, Esposito, Laurenti, Mola, Palazzo, Parisi, Toffano, Bocconi, Briziobello, Buccella, Colloca, Cotrona, Toschi, Trinca, Sestibio, Dinarli, Gialli, Matarra, Corneli, Sbirri, Sprare, Malagrinò, Lefranc, Armidi, Saneti, Tarisi, Zanini, Strada, Visentin, Visente, Sarbati, Nassi, Milo, Lipari.

59 respiri per la morte, quindi contro la morte.

TRATTA DA http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2006/04/nulla_per_sempr.html

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