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estratto

di vertigine (08/05/2006 - 11:34)

Kurt Vonnegut
Un uomo senza patria

Da bambino ero il membro più giovane della mia famiglia, e il figlio più piccolo è sempre quello che fa il buffone, perché solo grazie alle buffonate riesce a inserirsi nei discorsi dei grandi. Mia sorella aveva cinque anni più di me, mio fratello nove, e i miei genitori erano dotati entrambi di una bella parlantina. Perciò, quando ero molto piccolo e cenavamo insieme, a tutte queste persone io risultavo noioso. Non volevano sentirsi raccontare le sciocche novità infantili delle mie giornate. Volevano parlare delle cose veramente importanti che gli erano successe al liceo, o magari all’università o al lavoro. E allora l’unico modo che avevo per entrare nel discorso era dire qualcosa che li facesse ridere. Mi sa che le prime volte devo averlo fatto per caso: per caso devo essermene uscito con un gioco di parole che li ha lasciati a bocca aperta, o qualcosa del genere. E poi ho scoperto che le battute erano un ottimo mezzo per infilarsi in una conversazione fra adulti. Sono cresciuto in un’epoca in cui, in America, esisteva una comicità di altissimo livello: cioè durante la Grande Depressione. Alla radio c’erano un’infinità di comici assolutamente formidabili. E anche senza volerlo, io li studiavo. Per tutta la mia infanzia ho ascoltato varietà radiofonici almeno un’ora ogni sera, e mi interessava sempre di più capire com’erano fatte le battute e come funzionavano. Quando voglio far ridere, cerco sempre di non risultare offensivo. Credo che ben poco di quello che ho scritto sia roba veramente di pessimo gusto. Credo di non aver scandalizzato o sconvolto molta gente. Gli unici espedienti a effetto che uso sono, di tanto in tanto, le parolacce. Certe cose non fanno ridere. Non riesco a immaginare un libro o uno sketch comico su Auschwitz, per esempio. Così come non sono in grado di fare battute sulla morte di John Fitzgerald Kennedy o di Martin Luther King. Per il resto, non mi viene in mente nessun altro tema che preferirei evitare, sul quale non avrei nulla da dire. Le catastrofi totali sono decisamente divertenti, come ci ha dimostrato Voltaire. Ecco: può far ridere perfino il terremoto di Lisbona. Io ho assistito alla distruzione di Dresda. Ho visto la città com’era prima e poi sono uscito dal rifugio antiaereo e l’ho vista com’era dopo, e indubbiamente una delle reazioni è stata la risata. Lo sa Dio se la risata non è un modo in cui l’anima cerca un po’ di sollievo. Qualunque argomento può essere fonte di risate, e immagino che si sentissero risate particolarmente spettrali perfino tra le vittime di Auschwitz. L’umorismo è una reazione quasi fisiologica alla paura. Freud sosteneva che è una reazione alla frustrazione: una delle tante. I cani, diceva, quando non riescono a uscire da un cancello, cominciano a raspare e a scavare per terra e a fare movimenti senza senso, ringhi e quant’altro: è il loro modo di affrontare la frustrazione, la sorpresa o la paura. E in effetti spessissimo il riso viene provocato dalla paura. Anni fa ho lavorato per un programma comico della televisione. Cercavamo di creare una serie in cui, come regola di base, in ogni episodio si nominasse la morte: un ingrediente che avrebbe aggiunto intensità a ogni tipo di risata, senza che gli spettatori si rendessero conto di che trucco usavamo per farli sbellicare così tanto. C’è anche un riso superficiale. Bob Hope, per esempio, non era un vero umorista. Era un comico con del materiale molto esile, che non tirava mai in ballo nulla di scottante. Invece Stanlio e Ollio mi facevano piegare in due dalle risate. Nelle loro storie, per qualche motivo, c’è un che di tremendamente tragico. I due protagonisti sono troppo buoni per sopravvivere in questo mondo, e si trovano sempre in gravissimo pericolo. Potrebbero finire ammazzati da un momento all’altro

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di vertigine (08/05/2006 - 11:20)

D'Attis Nino G., Montezuma airbag your pardon

 Nino G. D'Attis

Montezuma airbag your pardon

Sesso. Alcolici. Codici a barre. Carrelli della spesa pieni di merce. Eva Henger e Miss Pomodoro. Cani feroci. Questa è la storia di un uomo che cade a pezzi

Dicembre 1999, poco prima del tuffo nel nuovo millennio. Quando c’erano ancora le lire, il governo D’Alema, Taribo West al Milan e Paola Barale in posa sul calendario di GQ. Quando c’era ancora "il pirata" Pantani. Uomo del Sud trapiantato a Bologna, addetto alla sicurezza in un centro commerciale, una moglie incinta, erotomane, manesco e spaccone, il protagonista di questo romanzo sogna una vita GQ - fighe da calendario, auto di lusso, un guardaroba firmato, viaggi intorno al mondo – e nel frattempo passa le sue giornate ad affrontare zingare e taccheggiatori e le sue notti tra enormi bevute e incontri sessuali con prostitute e mature ninfomani, incamerando rabbia e frustrazioni. A mandare definitivamente in frantumi il suo precario equilibrio e le sue illusioni patinate arriverà un fantasma dal passato, una donna che credeva sepolta e dimenticata per sempre, e che invece torna a tormentarlo. Spietata e feroce satira sociale a metà strada tra American Psycho di Bret Easton Ellis e Il lercio di Irvine Welsh, Montezuma airbag your pardon parte comico, diventa grottesco e finisce in dramma, allucinazione dopo allucinazione.

Nino Gianni D’Attis è nato nel 1966 e vive attualmente tra Roma e il Salento. Ha pubblicato articoli e racconti su numerose riviste. È tra i fondatori della web-zine www.blackmailmag.com. Montezuma airbag your pardon è il suo romanzo d’esordio.

[Visita il SITO del libro]

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