INCIPIT
Dario Voltolini
BENTORNATO
3a Coppa del Mondo FIFA – Spagna 1982
11 luglio
ITALIA-GERMANIA OVEST: 3-1
L’11 luglio del 1982 Bruno Conti e Hans Peter Briegel si scontrano nell’area tedesca e l’arbitro Coelho fischia rigore per noi.
Antonio Cabrini ha davanti a sé il pallone sul dischetto. In porta Schumacher.
Tra il pallone e il portiere una nuvoletta di fumo. Questo è l’annuncio di una confusione, di un velo che copre le cose.
Cabrini parte, calcia verso l’angolo alla sua destra, il portiere non si fa spiazzare, e comunque il pallone va fuori. La traiettoria del pallone che si perde fuori campo e quella di Cabrini che prosegue la sua corsa curvando a sinistra disegnano una divaricazione che ancora oggi, a vederla, è dolorosa. Ciascuno per la propria strada: il pallone da una parte e il calciatore dall’altra.
Fino a quel momento Cabrini era stato uno dei migliori calciatori del Mondiale.
Il pallone si allontana, si perde chissà dove. Il piccolo fumogeno è smaltito dall’aria, ma la coltre opaca invece sembra essersi ampliata e addirittura pare che Cabrini senta meno rumore dei suoi compagni, come se anche l’udito fosse calato. Tutti i sensi, e tutta l’intelligenza, sono in sopore. Cabrini corre, tiene la posizione, i compagni non mollano, e nemmeno gli avversari.
La partita è un torrente in piena, è la finale, non ci sono zone per rifiatare. Quindi Cabrini si muove, sta in campo, ma in apnea. Il mondo che percepisce, nel quale comincia a sentirsi incluso, è ovattato.
Voci giungono da lontano, parole straniere, qualcosa da qualche compagno, dalla panchina, forse, dal bordo imprecisato del campo. Corpi che urtano, spalle, stinchi, ma nell’anestesia non sembrano nemmeno di uomini. Verde dell’erba, indifferenziato a perdita d’occhio, puntini silenziosi sugli spalti, infinitamente lontani. Passa come un rapido animale ogni tanto da queste parti un pallone rotolante.
Cabrini tiene la posizione.
Il suo volto ha una sola espressione, attonita, persino un po’ divertita. Non la cambia mai. Intanto il mondo si allontana, si distorce. Calciatori come forme leggere si muovono senza senso, chi da una parte velocemente, chi dall’altra lentamente, chi in verticale, chi in orizzontale, chi curvando, ma chissà perché.
Il segno netto della china sul foglio bianco lascia il posto alla goccia di inchiostro diluita che cade sulla carta assorbente e comincia a dilatarsi, a sfaldarsi, a trasparire, senza una forma riconoscibile, simile al massimo al fumo che si disperde.
Il peso dei corpi diminuisce, svuotato da qualche falla che lascia uscire le sostanze, le cose concrete.
Le cose concrete diventano spugnose, le cose concrete diventano immagini. Leggere, trasparenti.
Le cose sono immagini, sono distanti e tremolano come fiammelle nell’aria. Qualche colore, qui e là.
Cabrini tiene la posizione e continua a correre.
C’è stato (ma quando? poco fa? mille anni fa?) un colpo, un botto, e da allora l’orecchio si difende, attutisce. L’occhio cerca in giro quello che non trova dirimpetto. Il polmone titubante si apre e si chiude poco poco, per non disfarsi, per stare attento, come in un nido.
Passano attorno cose di vento. Arrivano parole, suoni musicali. Nel vuoto che le cose lasciano diventando impalpabili, affiorano pezzi di altre visioni, di altri tempi. Si mescolano con l’attuale, in una specie di danza, come quelle configurazioni che fanno i fiumi e le nebbie, le onde e i mulinelli.
[...]
premio città di bari
Premio Città di Bari: la cinquina dei finalisti è così composta

Osvaldo Capraro “Né padri né figli” – edizioni E/o
Elena Gianini Belotti “Pane amaro” – Rizzoli
Claudio Piersanti “Il ritorno a casa di Enrico Metz” – Feltrinelli
Tommaso Pincio “La ragazza che non era lei” – Einaudi
Ugo Ronfani “Memoriale delle caverne” – Manni
Premiazione finale prevista per il 20 luglio






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