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di vertigine (23/05/2006 - 10:31)

 Ecco i primi avvistamenti della rivista Vertigine in Rete:

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recensione

di vertigine (23/05/2006 - 09:58)

Elio Paoloni

L’ombra e l’attualità della scrittura di Kerouac nello studio di Astremo

 

 La pubblicazione de Il violentatore della prosa di Rossano Astremo da parte della Libreria Icaro di Lecce è un’occasione per chiederci cosa sia rimasto, dalle nostre parti, dello stile di Jack Kerouac, l'unico vero prosatore della pattuglia beat (Burroughs è tutta un’altra faccenda). Pochi scrittori hanno davvero ripreso il suo modo, quel procedere senza cesure, senza prender fiato, oppure prendendolo come fanno i suonatori di sax: mentre ancora si sta soffiando di guancia dentro gli strumenti. Un procedere orizzontale, come in orizzontale si srotola il nastro delle highways. Non è neppure flusso di coscienza, sono le parole a fluire direttamente, quasi senza passare per la coscienza e neppure per il subconscio: scaturiscono dalle parole precedenti, si inseguono e si accavallano come nelle conversazioni familiari, nei discorsi infantili. Astremo infatti mette giustamente in evidenza il collegamento con Marinetti: il paroliberismo è  riferimento di sicuro più pertinente dei procedimenti di Joyce o dei surrealisti. Si potrebbe dire che invece di portare in superficie i pensieri - o le pulsioni - Kerouac li seppellisca. In lui c'è il terrore della consapevolezza: l'alcool traccia la sbronza ma sono le parole a tenerla alta, a portarla avanti, a impedire di sprofondare nel più triste dei doposbronza. Perciò si avanza senza climax, o in un inizio di climax protratto all'infinito, con angoscia più che con piacere, come se la fine dell'affannosa cavalcata potesse segnare la fine di tutto, come se arrestare la marcia significasse fermare il sangue nelle vene. Nel deserto - o sulle nevi - fermarsi significa morire. Le frasi di Kerouac sono il passo dietro l'altro che il marciatore estremo deve necessariamente posare. Un'infilata di parole come sospensione del giudizio: le frasi non vengono usate per ritrarre la vita ma per evitare di entrarci, illudendosi che l'epifania possa avere durata, possa costituire la vita. Avanti, dunque, di piccola epifania in piccola epifania, sperando che un rotolo infinito di microepifanie finisca per costituire la Grande Epifania. Scoprendo tardi che le epifanie illuminano la vita, ne scandiscono le tappe, le forniscono senso, non la possono sostituire. Ma, imboccando il nostro meno sconfinato ma altrettanto pianeggiante reticolo di strade, pare proprio che, curiosamente, il ritmo dello scrittore americano sia stato riadottato proprio nel Salento. Francesco Lanzo (I Lanzillotti) tende a rilanciare continuamente il discorso, in una conversazione che non prevede né interlocutori né soste ai crocicchi. Non c'è il sottofondo mortuario di Kerouac, naturalmente (nel barocco leccese pure le fiamme del castigo finiscono in trina) ma anche il Salento sembra qualcosa da attraversare armati di un chiacchiericcio perenne, anche lì l'impressione che al cessare della festa, o dell'alterazione di coscienza del tarantolato, si spalanchi un abisso. Non c'è più il morso, il dolorismo meridionale, ma è rimasto l’”ad libitum” dei musicanti che accompagnavano la danza, lo sfinimento programmato, la proibizione della pausa, il terrore del silenzio. L'horror vacui, costante dell’architettura salentina, investe anche il discorso.L'altra caratteristica di Kerouac, il ribellismo, era presente, insieme all'estetica del perdente, dello sbandato, del "matto", nel primo libro di Mario Desiati, Neppure quando è notte, e, in parte, nel Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio. All'epoca stigmatizzato da critici come Vito Amoruso, che gli scrittori li volevano rivoluzionari, il ribellismo è ora apprezzato da molti recensori, che, non riuscendo a credere più alla rivoluzione, si accontentano dello scontento. www.eliopaoloni.it   

Corriere del Mezzogiorno, 20 maggio 2006

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