Vertigine su Carmilla
Cosimo Argentina, Cuore di cuoio, Sironi, Milano, 2004
di Girolamo De Michele

Per comprendere questo libro bisogna immaginarselo come un'intersezione di luoghi dell'anima e luoghi della città: luoghi che si intersecano, e compongono possibili punti di passaggio, o di trasformazione. Questo libro è, in fondo, la storia di passaggi che sarebbero potuti avvenire, di trasformatori che sarebbero potuti attivarsi, di passaggi che ci sarebbero potuti essere.
Topografia del rione. Il libro ha una sede fisica, tra via Calabria e piazza Messapia, e tra questi due luoghi nella piazzetta che i panarìedde hanno chiamato “Maracanà”, e che è già un luogo dell'anima. Chi conosce Taranto sa che in questo punto corso Italia, la direttrice principale del “nuovo” Rione Italia, si inserta col tradizionale Tre Carrare, il rione proletario alle spalle del signorile Borgo, ma anche dell'Arsenale Militare. In quelle strade abitava il nuovo proletariato, quello che, grazie alla Fabbrica (il complesso dell'Italsider, primo in Europa per capacità produttiva e per mortalità operaia) era sfuggito alla rigidità sociale e si affacciava al benessere: la casa di proprietà, i figli scolarizzati, il salario garantito, la macchina e la gita domenicale – le mille lire al mese, arrivate alla buon'ora. In quegli anni il più popolare dei capipopolo tarantini era un figlio di pescatori, che la lotta politica aveva strappato a un destino già scritto.
Ma la rigidità sociale si era già ricreata, proprio attorno al mito piccolo-borghese del posto fisso: Camillo Marlo, figlio di operaio, ha già sul collo il fiato della Grande Fabbrica. I figli ricominciano a seguire le orme dei padri, la scolarizzazione professionale o tecnica diventa l'anticamera dell'Italsider: il trasformatore sociale comincia ad incepparsi. Camillo Marlo lo sa, e sa che solo il calcio può salvargli la vita: il miraggio di un ingaggio nelle giovanili della Juventus è lì, a un palmo di mano. Appena oltre la punta delle dita.
Secondo luogo di passaggio: il calcio. Millenovecentosettantasettantasettesesettantotto: per noi tarantini bisogna pronunciarlo così, lettera per lettera, assaporando ogni suono. Perché non c'è mai stato, e mai ci sarà, un anno come quello. Abituata al lato destro della classifica di serie B, a lottare per salvarsi all'ultima giornata, o alla penultima se l'anno era buono, il Taranto si trovò quell'anno catapultato al secondo posto, grazie a una irripetibile combinazione di classe e guasconeria. C'era Ciccio Selvaggi, l'artista, l'inventore del ruolo del 10 moderno, né vero regista né centravanti, ma capace di fare l'uno e l'altro, alla Baggio: arriverà in nazionale, fino ai mondiali di Spagna. C'era Graziano Gori, il cavallo matto, capace di entusiasmare gli osservatori di mezza Italia (tra questi Helenio Herrera) col suo gioco e di spaventarli con la sua “vita spericolata”. E c'era soprattutto lui, Erasmo Iacovone, una media gol impressionante, quasi una rete a partita. Un sogno da cui Taranto si svegliò alla mezzanotte del 5 febbraio, quando una BMW rubata sbucò a fari spenti da una laterale e fece strame del corpo di Iacogol e della sua Dyane di plastica. A ripensarla oggi, la vicenda di Iacovone sembra il segno d'una tragedia: non si sogna nei ghetti, non si sogna di uscire dai ghetti. La forza dei padroni non è nella capacità di vincere: è nella capacità di attribuire al destino il peso delle nostre sconfitte per toglierci il diritto al sogno.
Terzo luogo di passaggio: la scuola. Istituto tecnico Professionale: l'anticamera della fabbrica. I figli dei una certa Taranto al liceo, i figli di quell'altra Taranto al tecnico o al professionale, e poi al lavoro. La catena si allenta, ma non si rompe. La scuola che avrebbe potuto trasformare quella generazione non riusciva a parlare ai figli degli operai condannati a diventare operai padri di operai. Certo non fu colpa della scuola, non fu mancanza di generosità dei docenti del Righi, dei professionali, delle serali: lasciata sola a combattere la battaglia, la scuola non poteva farcela. I giovani proletari entravano a scuola perdendo la schiettezza, senza uscirne acculturati: restavano in un limbo rassicurante, buono a perpetuare gli equilibri sociali esistenti di una Taranto che aveva perso la veracità popolare mantenendone la grettezza, ed aveva acquisito dal modo borghese il culto del denaro, ma non l'apertura mentale. Per noi che parlavamo di rivoluzione e di proletariato, quella generazione semplicemente non esisteva. La logica dell'avanguardia ci rendeva impermeabili dall'insuccesso dei nostri cortei: i Camillo Marlo sarebbero arrivati, prima o poi.
Non arrivarono mai: né la scuola né la politica riuscivano a trovare un linguaggio comune con quei ragazzi che vivevano rinchiusi dentro i loro codici linguistici basati sul calcio, con le loro ragazzette che portavano i nomi delle squadre europee e gli eventi del gran mondo che scivolavano via. Moro, in quell'anno, era una mezz'ala dell'Atalanta, il terrorismo un'eco sbiadita: «eravamo nel 1978 e quello che volevamo, noi compari, era solo di fare un po' di macello, spingerci, ridere, fare battute e sfotterci l'un l'altro. Le ragazze a quell'epoca venivano dopo. Venivano dopo gli amici e dopo il pallone; un terzo posto onorevole, direi». Il mondo è tutto quello che è fuori dallo schermo, ha detto un filosofo parlando i cinema: su questo schermo scorre il film del romanzo di formazione del giovane proletario tarantino che ha sognato di sfuggire al destino attraverso il calcio. La Taranto degli anni Novanta, la Taranto della crisi profonda, della perdita del posto di lavoro garantito, la Taranto del potere malavitoso, la Taranto dei Cito e delle Di Bello è già tutta qui: nasce dall'inceppamento dei trasformatori della politica, della scuola, del sogno.
Tutto questo Cosimo Argentina lo racconta, con qualche generosa (voluta?) concessione agli errori della memoria, con una lingua particolarissima: come il protagonista, che ha perso il dialetto “vero”, quello che si parla solo nella Città Vecchia, senza aver acquisito l'italiano, la narrazione si piega a un registro basso, sgrammaticato, un falso dialetto che non vuole scimmiottare quello “vero”, quanto piuttosto rilanciare l'effetto-Amarcord col riproporre un linguaggio che richiama quello del Pasolini di Una vita violenta. Effetto-Amarcord: o, come diciamo noi, m'a recuèrde.
Vertigine su Nazione Indiana
Hunter Stockton Thompson: Hell’s Angel (Shake, 2005)
di Francesco Raiola

Vale quasi sempre la regola per cui la morte di un personaggio famoso porta in dote inediti improvvisamente riapparsi da un baule in soffitta, corrispondenze di cui non si può proprio fare a meno, interviste ripescate da archivi polverosi o, più semplicemente, spesso quella morte dà il via all’inarrestabile rito delle ristampe e dei ripescaggi editoriali. E allora ecco che rispuntano versioni rivedute, ammodernate, trasformate, rimodellate, restaurate di album, film, dvd o libri che celebrano il grande artista o la sua grandiosità, la genialità perduta di personaggi che spesso in vita non avevano potuto godere di tali incensazioni.
E capita che un anno fa, il 21 febbraio 2005, l’inventore del Gonzo Journalism, Hunter Stockton Thompson, una vita vissuta col piede perennemente premuto sull’acceleratore, decide di farla finita a modo suo, con un coup de theatre, tirandosi un colpo di fucile (il suo amato fucile) alla tempia. E capita che da subito cominci l’elogio di questo scrittore che definire scomodo equivale a complimentarsi con lui. E capita infine che i commiati, non tutti si sa quanto necessari, si sprechino.
Qualche mese dopo la sua morte la ShaKe, piccola e coraggiosa casa editrice milanese, ripubblica uno dei migliori lavori di Thompson: Hell’s Angel (pp. 272, € 16, trad. Anna Mioni), dove lo scrittore statunitense, prima di scrivere dell’American Dream e di decretarne la morte col suo capolavoro Paura e disgusto a Las Vegas, aveva passato un anno a seguito di quello che per un certo periodo fu l’American Nightmare: gli Hell’s Angels.
Nata negli anni ’50, questa banda di motociclisti (fuorilegge, come pian piano li definirà Thompson) ebbe il suo periodo di notorietà negli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, quando una serie di reati (tra cui molte accuse di stupro) e il dossier Lynch li buttarono sulle prime pagine dei quotidiani americani più importanti. Quella, però, fu anche la fine. Violenze, risse, stupri (non sempre accertati) hanno caratterizzato la vita di questi “perdenti emarginati, falliti e scontenti”, reietti persi nell’alienazione di una società “alla deriva e confusa con se stessa”. Un viaggio nella parabola della vita di questi motociclisti che si conclude con il funerale di uno dei loro capi, ma che in realtà è distrutta dalla loro vanità, dalla voglia di apparire, di leggere i propri nomi sui giornali, facendo la fine “delle prime donne, divenendo una controfigura sbiadita di quel famigerato mito affermatosi a cavallo tra i ’50 e i ‘60”. “ Erano vere celebrità – scrive Thompson – senza più mondi da conquistare”. Insomma, uno dei maggiori e veri lavori su un fenomeno importante degli anni della controrivoluzione americana.
Ebbene, in nove mesi (il libro è del maggio 2005) le recensioni uscite sono due (una del sottoscritto, l’altra di Giuseppe Genna). Perché, mi domando, un libro bello e interessante su un argomento per nulla abusato - almeno qui in Italia - scritto da uno dei maggiori scrittori americani, addirittura inventore e rappresentante di uno stile, il Gonzo Journalism, che unisce il reportage a uno stile narrativo delirante e allucinato , amato da divi Hollywoodiani (Johnny Depp lo adora e lo interpreta nel film Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam) e soprattutto, cosa non da poco, morto da poco tempo e, quindi, come detto, al massimo del fulgore mediatico (non solo le tv e le radio ne avevano parlato, ma anche il mondo di internet ne piangeva la scomparsa), perché quel libro ha avuto solo due recensioni?
È il momento di restituire a Thompson quel che è di Thompson. Cosa non è andato? Da svariati mesi il sito della ShaKe dà il libro esaurito. Un successo? Chissà! Certo le recensioni non sono la cartina tornasole del successo di un volume: ma è altrettanto certo che sono il termometro della ricezione critica di un libro e, di conseguenza, in una liason semiotica causa-effetto, l’indicatore dei passi che, a monte, l’editore ha fatto (o non ha fatto) per far conoscere il libro. Quante copie sono state vendute? E perché se il libro è esaurito da mesi ancora non si è pensato a una ristampa?
Roso da queste domande che mi invadono i pensieri, cerco conforto andando alla fonte. E così una mattina chiamo la ShaKe per avere qualche informazione.
Mi risponde una voce maschile. Chiedo di poter parlare con chi di quel libro si è occupato.
“Cosa vuole sapere di preciso?”
Parlo con lui. Gli spiego la situazione, soprattutto gli chiedo di quelle due dannate recensioni.
“Due? No, sono molte di più, ora controllo”.
Gli dico che se la rassegna stampa completa è on line il mio dato è corretto.
”Allora ha ragione” dice.
“Grazie,” dico.
“Quali sono i dati di vendita del libro?”
Resta in silenzio qualche secondo. “È ancora troppo presto per darle dei numeri”.
“Scusi, ma il libro è uscito più di dieci mesi fa!”
La Voce non transige. “Sì, ma è ancora presto”.
Punto sulla distribuzione.“Quante copie avete stampato?”
La Voce fa una pausa ancora più lunga.
“Sono dati che non posso fornirle”.
“…”
“…”
“Lo ristamperete?”
“Certo.”
“Quando?”
“Non lo sappiamo. Tra qualche mese, forse”.
“…”
“…”
“Senta, ma come mai, secondo voi, il libro ha avuto così poco spazio sui giornali?”
La Voce dà risposte criptiche, monosillabiche. Mi dice che no. Che loro. Che i giornali. Mi dice che è una ristampa. Che i critici. Mi dice che l’ufficio stampa. Che i lettori. Che l’editore.
Quando saluto, ringraziando, la Voce è ancora lì.
Diventa allora di urgente attualità la riflessione che Emanuele Trevi fa su Alias riguardo alle novità letterarie, ovvero che bisognerebbe allargarne il concetto “fino a comprendere almeno i libri usciti da un annetto, per combattere l’importante usa e getta dell’informazione culturale”.
E, aggiungerei, per combattere anche il silenzio e l’oblìo al quale molte di quelle novità sono destinate.
Aspettando il giorno in cui quelle recensioni diventeranno, almeno, tre.






Ultimi commenti