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un mondo battuto dal vento

di vertigine (11/06/2006 - 11:39)

(Qui il pezzo completo di Tommaso Pincio apparso su Il Manifesto del 6 giugno sul recente libro di Jack Kerouac, Un Mondo battuto dal vento, che conteneva anche un box sul mio Jack Kerouac il violentatore della prosa)

Un mondo battuto dal vento

Jack Kerouac. Il lato oscuro della spontaneità

di tommaso pincio

La vita non è altro che un breve e vago sogno avvolto in carne e lacrime. Il passato gli scorreva costantemente davanti in forma di paradisiaca allucinazione, era infatti oppresso da una nostalgia di proporzioni mistiche. Fu questa sua inclinazione sentimentale a impedirgli di essere fino in fondo il vagabondo che aspirava a diventare. Di certo non risparmiava in enfasi dramnmatica, come testimoniano i diari tenuti tra il 1947 e il 1954 che oggi escono da Mondadori con il titolo «Una terra battuta dal vento».

Memory Babe, così lo chiamavano i suoi amici del Massachusetts quand’era ancora un ragazzo. In seguito, nei furiosi anni in cui diede il meglio di sé come scrittore e vagabondo a caccia di esperienze, altri amici gli affibbiarono nomignoli simili. Roba come «grande memore» e «angelo documentatore». Non avrebbe potuto essere diversamente. Tutti coloro che avevano a che fare con lui restavano colpiti dalla sua prodigiosa capacità di rievocare il passato. Non c’era evento, per quanto insignificante, che non gli si imprimesse in modo indelebile nella mente, nulla che andasse perduto, nulla che non si cristallizzasse in un ricordo vivido e gravido di dettagli.

Jack Kerouac non si limitò a servirsi di questa sua dote. Ne fece il motore, la benzina e perfino la destinazione verso cui tendere la sua macchina da scrivere. «Dove andiamo?» domanda Kerouac nel suo romanzo più famoso, Sulla strada. «Non lo so, ma dobbiamo andare» gli risponde Neal Cassady, per l’occasione presentato al lettore con il nome di Dean Moriarty. Per Cassady la vita era effettivamente un viaggio la cui meta consisteva nel puro e perenne spostarsi di luogo in luogo. Era un autentico vagabondo, ovvero una persona che non avrebbe potuto essere altro. Sosteneva di essere nato in una automobile e di averne rubate più di cinquecento al solo scopo di farci un giro. Forse esagerava un po’, ma non più di tanto. A detta di tutti, Cassady era uno strepitoso concentrato di sensuale e irresistibile impulsività.

Sulla strada con Neal Cassidy Quanto a Kerouac, il discorso è più complesso. Il nume della beat generation fu fatalmente attratto dall’irruente personalità di Cassady. Come lui stesso spiegò chiaramente, Kerouac aveva «spesso sognato di mettersi in viaggio verso l’Ovest per vedere il paese, ma si era trattato sempre di progetti vaghi». Fu solo con l’arrivo di Cassady che si decise realmente a partire dando inizio a quella parte della sua vita che egli chiamò «la mia vita sulla strada». Nonostante si somigliassero molto, i due non erano fatti della stessa pasta. Cassady morì come aveva sempre vissuto, girovagando e arrangiandosi. Il suo corpo fu trovato in Messico, vicino ai binari di una ferrovia. Era imbottito di alcol e barbiturici, e indossava un paio di jeans e una maglietta. Kerouac se ne andò invece guardando la televisione e trangugiando lattine di birra. Giunto il momento della «stanca mezza età», aveva fatto ritorno a casa per vivere a fianco della madre, la «Mémêre» che tanto adorava. La sua vita sulla strada era ormai soltanto un ricordo e in più di occasione disconobbe i giovani hippy che lo avevano eletto a modello. Ciò che rendeva Kerouac diverso dal suo amato Cassady era proprio il fatto di avere una casa cui tornare. Ripeteva di avere avuto un’infanzia stupenda. Non è esattamente così ma poco importa.

Il passato gli scorreva costantemente davanti agli occhi in forma di paradisiaca allucinazione poiché era affetto da una nostalgia di proporzioni mistiche. Fu questa sua inclinazione sentimentale a impedirgli di essere fino in fondo il vagabondo che aspirava di diventare. Girovagò molto e ne fece di tutti i colori, questo sì. A differenza di Cassady, però, Kerouac sapeva fin troppo bene dove andare. Si metteva in viaggio per vivere più intensamente, poiché più intensamente si vive più cose si hanno da ricordare e raccontare. La sua metà era la scrittura e il suo ideale letterario lo aveva mutuato da Thomas Wolfe, prima, e Marcel Proust, poi: fare della propria vita un enorme romanzo.

Per lui, ogni libro non era che un capitolo di questa grande opera di rimembranza dove ricordare e scrivere erano praticamente la stessa cosa. Sognava di poter riunire, un giorno, tutti i suoi romanzi eliminando le identità di comodo che gli editori gli avevano imposto nel timore di vertenze legali. Soltanto quando ogni personaggio avesse riacquistato il suo vero nome, l’insieme dei libri sarebbe diventato «un’immane commedia vista attraverso gli occhi del povero Ti Jean», vale a dire Kerouac stesso. Ti Jean, «piccolo Jean» era infatti il modo in cui, da sempre, lo chiamava sua madre.

Dietro il velo del suo mito A dispetto della memoria fotografica di cui era dotato, Kerouac scelse contorni sfumati e incerti per la sua immane commedia. Le affibbiò l’appellativo di leggenda. Un po’ perché ambiva a fare di sé e della sua vita un grande mito americano, un po’ perché a forza di imbeversi di quel che egli definiva la «morfina» del Buddha era giunto alla seguente conclusione: «la vita non è altro che un breve e vago sogno avvolto in carne e lacrime». In altre parole, la realtà delle cose era per lui un «immaginario concatenamento mentale» e dunque suscettibile di modificazioni. La sua immane commedia non è dunque del tutto attendibile né pretende di esserlo. Molte cose non sono andate come Kerouac le ha raccontate nei libri. Egli era il primo a esserne consapevole e infatti non faceva che scusarsi con gli amici per il modo in cui aveva descritto certi fatti. Ovviamente ciò non inficia affatto la qualità letteraria della sua opera, sulla quale peraltro il giudizio non è ancora unanime, ma rappresenta comunque un fattore imprescindibile se si vuole conoscere il Jack Kerouac nascosto dietro l’ingannevole velo del suo mito.

Una lettura molto utile in questo senso è certamente costituita da Un mondo battutodal vento (Mondadori, a cura di Douglas Brinkley, trad. di Sara Villa, pp. 400, Euro 15), un volume che raccoglie i diari tenuti da Jack Kerouac tra il 1947 e il 1954. Sono anni fondamentali, quelli in cui egli dà fondo alle sue energie migliori e scrive i libri che lo consegneranno alla storia della letteratura e al mito delle mode hippy e New Age, gli anni in cui Kerouac è ancora un giovane sconosciuto di smodate e seriose ambizioni. La città e la metropoli, il suo primo romanzo, esce nel 1950 ricevendo una tiepida accoglienza. Sulla strada , che segna l’esplosione del fenomeno beat, vede invece le stampe solo un decennio dopo, nel ’57.

Il primo viaggio nel West Le prime pagine ci mostrano un Kerouac venticinquenne che vive insieme alla madre in un modesto appartamento di Ozone Park, un sobborgo di Queens. Oppresso da cupi sensi di colpa e fallimento, il giovane passa intere nottate a scrivere sul tavolo della cucina cercando riscatto nella letteratura. Per far sì che i suoi sogni di gloria diventino realtà, si impone una ferrea disciplina e tiene il conto delle parole che ogni giorno mette su carta. Il 1947 è anche l’anno in cui Kerouac conobbe Neal Cassady. Avvolto da un alone di mistero delinquenziale, Cassady era giunto a New York insieme alla moglie minorenne LuAnne Henderson ma se andò poco tempo dopo a Denver portandosi dietro Allen Ginsberg. Intenzionato a raggiungere i suoi amici, il giovane scrittore chiese alla madre il permesso di partire. Fu il suo primo viaggio nel West e l’inizio di un’epopea che non ha eguali nella letteratura americana: stiamo parlando degli eventi narrati nei capitoli iniziali della Strada. I diari non consentono soltanto di seguire passo per passo l’evoluzione di Kerouac. Mettono in risalto alcuni aspetti centrali della sua personalità. Niente di particolarmente nuovo, sia chiaro. Il temperamento solitario, l’introversione mistica, il morboso attaccamento alla madre, l’impossibilità di conciliare l’educazione cattolica e uno stile di vita «peccaminoso»: sono tutte cose che da tempo fanno parte del personaggio Jack Kerouac. Tuttavia, per forza di cose, nei diari appiano più nudi e crudi. Letti oggi, a più di mezzo secolo di distanza, questi diari colpiscono soprattutto per la loro enfasi drammatica. Frasi come «Nessuno ha ancora compreso il tremendo significato dei weekend americani» sarebbero impensabili per uno scrittore dei nostri tempi se non in chiave ironica. Eppure Kerouac riesce a scriverle seriamente, con invasata, estatica intensità. Probabilmente il fascino che nonostante tutto continua a esercitare la sua prosa deriva anche dall’odierna impossibilità di esprimersi con altrettanta lirica assolutezza, a meno che non si voglia deliberatamente correre il rischio di essere scambiati per pazzi o, peggio ancora, idioti.

Si potrebbe ragionare a lungo su cosa è cambiato in questi ultimi decenni, sul perché sia diventato così sconsigliabile - per non dire proibito - prendersi troppo sul serio. Quando si sollevano dubbi sull’effettiva qualità letteraria di Kerouac in effetti si contesta la possibilità che si possa rappresentare il reale fregandosene di qualunque mediazione linguistica. In totale libertà. Spontaneamente, volendo metterla alla Kerouac. Ma forse anche la sua «prosa spontanea» è una leggenda, vale a dire un misto di verità e finzione o quantomeno una verità esagerata. William Burroughs, altro grande profeta beat, la contestava: «Io non scrivo in quel modo. Io curo un testo. Lui ha sempre detto che la prima versione è la migliore. Io ho risposto: «Può essere la migliore per te, ma non lo è per me». Nella parte finale della sua vita lo stesso Kerouac sembrò mettere da parte l’ideale dell’immediatezza a tutti i costi. Vanità di Dulouz - pubblicato nel ’68, un anno prima della morte - è un libro decisamente moderato sia per stile che per contenuti. Giunto il momento della resa dei conti, gli anni si fanno sentire in tutto il loro peso. Kerouac è stanco e ciò che da giovane vedeva come un sogno - diventare una celebrità della letteratura - ora si è trasformato in un «segno del fato», fonte di tormenti e angosce che lo inducono a scagliarsi contro un mondo nel quale non si riconosce più e del quale non vuole essere considerato un padre. Molto acutamente, però, Burroughs avverte: «In genere si dice che Jack abbia subito una sorta di cambiamento e che sia diventato conservatore. Ma lui è sempre stato un conservatore. Non era un’idea sopraggiunta negli anni. C’era sempre stata e non ci fu alcun cambiamento per tutto il tempo in cui ci siamo frequentati. Certo, non si adattava al suo modo di vivere, pero c’era».

Questa indole di conservatore aveva assai poco di politico. Era frutto del suo retaggio cattolico e del complicato rapporto con la madre, due cose che in pratica erano una e che gli impedirono di essere spontaneo fino in fondo. LuAnne Henderson, che dopo essere stata scaricata da Cassady ebbe modo di conoscere Kerouac nell’intimità, ha dichiarato che non era affatto un tipo sensuale bensì un distaccato, uno che osservava senza lasciarsi coinvolgere dalla realtà.

Un falso confezionato da Boris Vian Nella vita come nella scrittura, Kerouac ha stabilito di perseguire la spontaneità a ogni costo, arrivando al punto di darsi delle regole pur di ottenerla. Difficile ignorare la profonda contraddizione di tutto ciò. Ma la forza dello scrittore - il motivo per cui non sorridiamo di fronte alla prosa seriosa dei suoi diari - risiede proprio nella lancinante nostalgia per il volere essere ciò che non avrebbe potuto diventare mai, un autentico vagabondo come il suo amico Neal Cassady. Un’ultima considerazione a margine in merito al problema dell’autenticità. Quantunque a Kerouac non abbia fatto mai piacere, al suo apparire Sulla strada fu assimilato al fenomeno della delinquenza giovanile, divenuto particolarmente rilevante all’indomani della seconda guerra mondiale. Ebbene, proprio negli anni del famoso viaggio on the road, un editore francese tradusse un romanzo americano pieno di ragazzi sfrontati, sbronze, jazz, sesso e violenza. Si intitolava Sputerò sulle vostre tombe (ora ripescato negli Oscar Mondadori, a cura di Stefano Del Re, pp. 138, euro 7,80) e suscitò non poco scandalo.

In effetti si trattava di un falso sapientemente confezionato da Boris Vian che pagò a caro prezzo lo scherzetto. Processo, multa, costrizione a confessare di essere il «vero» autore e un lungo ostracismo. In Francia fu riscoperto soltanto nel 1968, da noi è praticamente sconosciuto. Ma è una chicca da non perdere per varie ragioni, non ultima l’avvertenza dell’autore: «la storia è interamente vera poiché l’ho immaginata dall’inizio alla fine». Anche la spontaneità ha i suoi lati oscuri.

il manifesto, 6 Giugno 2006

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