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AURELIO PICCA
IL MONDO E' FELICE

Il cielo era livido. Era quello di un funerale. Anche i nuvoloni sembravano cavalli bianchi. E quell’addensamento nero, che proveniva dal mare, aveva l’aspetto di un carro funebre. Se poi si stornavano gli occhi dal cielo, e si osservava la terra, allora non si poteva avere nessun dubbio, il mondo era infelice.
Le città, i paesi, le strade, le contrade, versavano nell’abbandono. Una grande massa di cose era ammucchiata in ogni angolo. E queste gigantesche cataste sembravano altrettanti tumuli fumanti.
Tutto ciò lo si poteva vedere a colpo d’occhio, in una panoramica veloce e distratta, ma se lo sguardo, come una telecamera, si avvicinava sempre più alla crosta terrestre, ebbene, i dubbi e le residue incertezze svanivano.
I negozi erano stati saccheggiati. I resti dei salami, dei televisori, delle automobili, dei computers, giacevano sventrati lungo le arterie principali e i viottoli di campagna. Per non parlare della campagna, appunto.
Le mucche, i polli, i maialini correvano come vespe impazzite, nel tentativo di cacciare il cibo che non c’era. Infatti i pascoli, i terreni un tempo coltivati, ora sembravano bruciati non dal fuoco, bensì da un acido chimico che aveva reso la terra nera come una suola di scarpa.
Ma in questa immane desolazione, c’è da chiedersi: e gli uomini? Gli uomini erano ancora in vita? E se erano in vita, che cosa facevano? Come vivevano?
Gli uomini erano in vita. Ma sapeste che vita!
Ormai passavano i giorni sprofondati in una noia mortale. E quando si risvegliavano di tanto in tanto dall’inedia prendevano ad inveire al solo scopo di farsi del male. Per non parlare poi del loro aspetto esteriore, che li accostava ad animali sporchi di fango e sterco. Insomma, in una sola parola, gli uomini erano INFELICI. Ma perché, c’è da chiedersi, erano arrivati a tanto?
Scusate. Ora è arrivato il momento di raccontarlo.
Gli uomini, al culmine del progresso e della civiltà, non avevano voluto più pagare né la Tassa e neppure l’Imposta.
C’è da ricordare che la Tassa e l’Imposta sono due vecchie signore che fin dal sorgere della storia hanno cercato di regolare la vita civile attraverso complessi meccanismi (il cittadino paga una tassa e riceve uno specifico servizio; paga un’imposta e ottiene in cambio molteplici servizi: dalla scuola alla sanità, dalla pensione all’assistenza sociale).
A un certo punto, trascurate e poi del tutto abbandonate dagli uomini si sono ammalate, così da dimenticarsi del loro nobile dovere.
Per farla breve, la Tassa a un certo punto ha smesso di mangiare fintanto che è diventata talmente magra da non reggersi neanche in piedi, e alla vecchia signora Imposta è capitato altrettanto. Anzi, a lei è andata peggio della sua amica.
Infatti ha cominciato a mangiare talmente tanto che è ingrassata come un pallone aerostatico.
Il mondo, per colpa anche delle malattie della Tassa e dell’Imposta, precipitò un po’ alla volta nell’infelicità.
Ma come accade ad ogni favola che si rispetti, c’è sempre qualcuno che, nei momenti peggiori, si risveglia dal torpore e dice finalmente in faccia a tutti dove, come e perché hanno sbagliato.
Così, un giorno, proprio come accadde alla Bella addormentata, pure la Tassa e l’Imposta si sono risvegliate. E sapete come guarirono? Senza medicine. Guarirono prendendosi a cazzotti come due pugili.
Certo la scena non fu tra le più encomiabili: due signore di famiglia aristocratica che fanno a pugni di fronte all’intera umanità, non si era mai visto. Né si era assistito ad un match senza esclusione di colpi, tra due contendenti, poi, neanche dello stesso peso, perché ormai la Tassa poteva essere una piuma, e l’Imposta un super massimo. Comunque il combattimento avvenne lo stesso, con grande soddisfazione per tutti gli uomini.
Ad ogni pugno, la Tassa e l’Imposta si rinfacciavano le loro malattie. Facevano anche un po’ pena, perché, in fondo, se si erano ammalate – c’era da chiedersi – la colpa era soltanto loro?
Insomma si trattò di un sei sette riprese da infarto. La Tassa e l’Imposta se ne diedero e dissero talmente tante che alla fine stramazzarono sul tappeto nello stesso istante.
Sembrò un’esplosione atomica il boato di entusiasmo che si levò dall’umanità. Finalmente, la Tassa e l’Imposta avevano vuotato il sacco.
E giusto fu pure che il fato volle farle rialzare in piedi, curiosamente con il sorriso sulle labbra. Si abbracciarono perfino, ecco perché il boato dell’umanità tardava a cessare. Cosa avranno pensato gli extraterrestri in quel momento, ascoltando l’immane confusione, chissà?
Comunque, per farla breve, da quel giorno il mondo si è ripreso dalla sua disperata malattia. Come sono tornate amiche e gran dame, la Tassa e l’Imposta. E ciò, a molti, ancora oggi non sembra vero. Non sembra infatti proprio vero che gli uomini abbiano preso l’abitudine di pagare i pranzi alle Signore, lasciando addirittura ingenti mance affinché le città, i paesi, le strade, la vita comune in genere, possano tornare a prosperare nella serenità, meglio che un tempo.
Questo, ripeto, sembra ancora impossibile, invece è vero.
Come è vero il fatto che moltitudini di cittadini con bei cappelli in testa, alla fine di ogni mese si recano presso gli sportelli delle banche e degli uffici postali, in compagnia della Tassa e dell’Imposta. Vanno a fare i conti affinché il mondo non si fermi più. E alla domenica, soprattutto nelle belle giornate, vanno a mangiare insieme nelle vecchie osterie.
Ma non è finita. Anzi, è meglio dirlo sottovoce…
In alcune città sono apparsi dei cartelli, come drappi per la festa, dove mani anonime hanno scritto:
IL MONDO È FELICE
una poesia

tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
è vero se è vero che tua cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l'importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
chè tu cammini ancora! cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.






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