vertigine estate
Nel mese di agosto questo blog verrà aggiornato molto poco. Nel frattempo per chi non l'avesse ancora fatto vi ricordo che sono in circolazione due cose che mi riguardano:

rossano astremo, jack kerouac il violentatore della prosa, icaro editore

vertigine, periodico di scrittura e critica letteraria, luca pensa editore
news

La rete lentamente si spopola. Agosto è alle porte. Tutto muta. Con lentezza. Tutti gli scatoloni sono pronti. Domenica mattina carico tutto su un furgone e lascio Lecce, dopo otto anni. Si cambia vita. Ho appena finito di scrivere il romanzo del quale sporadicamene vi ho parlato in questo spazio. Piccole anticipazioni: è stato a scritto a quattro mani e il titolo provvisorio è "Tutto questo silenzio".
r.a.
io faccio parte del comitato di lettura
tratto da www.vibrissebollettino.net
A che punto sta vibrisselibri
di giuliomozzi
[tutti gli articoli su questo argomento]

il progetto vibrisselibri va avanti. Una cinquantina di persone (tante hanno aderito) sta discutendo fittamente di una quantità di faccende. Ad esempio: come fa a funzionare una redazione sparsa dalla Sicilia alla Val Belluna, da Venezia a Torino? E come fa a funzionare un ufficio stampa idem?
Poi: come organizzare il lavoro; come procedere alla lettura e selezione dei testi; come valutarli; come parlare dei testi (ciascuno di noi ha una lingua propria, nel raccontare le sue letture); il marchio e il logo di vibrisselibri; eccetera. E ne avremo, se ne avremo!, di cose da discutere e capire.
Nel frattempo, abbiamo già cominciato a discutere di un testo - un testo importante, anche imponente - sul quale ciascuno di noi ha un'opinione diversa.
L'idea iniziale, di cominciare le attività vere più o meno a metà ottobre, non è stata ancora messa in discussione. E io penso che potremmo farcela.
All'interno del gruppo abbiamo cominciato a distribuirci il lavoro. Un bel gruppo formerà il Comitato di lettura (e bisognerà trovare, appunto, un modo per farlo funzionare); un piccolo gruppo costituirà la redazione vera e propria; un altro piccolo gruppo si occuperà della comunicazione e del lavoro di ufficio stampa. Un prestigioso incarico è già stato assegnato: Lucio Angelini sarà il Decone del Comitato di lettura. Fabio Fracas, oltre che contribuire al Comitato di lettura, si occuperà del webmastering (come già fa per vibrisse).
Quindi, per farla breve.
[a] Se volete farvi un'idea dell'aria che tira nel laboratorio (anzi, nella cucina) di vibrisselibri, potete leggervi ciò che scrive Ramona.
[b] Se volete farvi un'idea del modo in cui discutiamo nella lista di discussione, potete leggervi ciò che scrive Lucio Angelini.
[c] Se siete interessati alla cosa e volete partecipare, scrivete a giulio mozzi (cioè a me), spiegando perché la cosa vi interessa e in quale modo pensate di poter contribuire al progetto (che è spiegato per benino qui). Secondo me la nostra redazione è ancora un tantinello striminzita: se ci fossero dei volontari...
[d] Se credete nella cosa al punto tale di volerci sottoporre un vostro testo, speditelo alla redazione e preparatevi a una lunga attesa.
[e] Se volete segnalarci testi di persone di vostra conoscenza, o che avete incrociati nel corso del vostro lavoro editoriale, potete farlo sempre scrivendo alla redazione.
[f] Se la faccenda vi piace, e vi vengono in mente idee o modi per darci una mano, lo spazio dei commenti qui sotto è tutto vostro.
Grazie.
collana nichel: prossime uscite

CAROLA SUSANI
PECORE VIVE
Come ci si fa a difendere da un mondo troppo adulto? Semplice, si inventa un universo con regole proprie. Questo fanno le protagoniste di Pecore vive. Cinque anime femminili – bambine, adolescenti, madri – fedeli fino all’estremo ai propri sentimenti. Attraversano abbandoni, malattie, bufere sentimentali a modo loro: ovvero sfidando continuamente il senso comune e le convenzioni sociali fino a celebrare, mai arrese, nuovi modelli di famiglia, di amore, di desiderio, di possibili esistenze.
Carola Susani confeziona il suo libro più maturo e coraggioso, riuscendo a farci commuovere e irritare come solo i grandi raccontatori sanno fare. Una scrittura la cui forza morale è l’infinito affetto per la varietà del cuore umano.
l’autore:
Carola Susani è nata a Marostica (Vicenza) nel 1965. Nel 1995 è uscito il suo primo romanzo, Il libro di Teresa (Giunti), nel 1998 La terra dei dinosauri (Feltrinelli). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi per ragazzi Il licantropo (2002) e Cola Pesce (2004). Ha collaborato alla rivista Linea d’Ombra, e fa parte della redazione di Nuovi Argomenti.

ANTONIO PASCALE
S'E' FATTA ORA
Dopo il successo di Passa la bellezza e La manutenzione degli affetti (Einaudi), Antonio Pascale, uno dei più acclamati autori della nuova generazione, fa il suo ingresso nel catalogo minimum fax.
S'è fatta ora è un romanzo in cinque movimenti, che mette a fuoco quelle volte in cui la vita ha cambiato il suo passo: ha accelerato, si è scomposta, si è incarognita, si è biforcata verso il sentiero del successo o sulla strada che conduce al capolinea. Ha fatto tutto questo e noi al momento non ce ne siamo accorti, forse perché eravamo troppo impegnati a vivere l'ora.
In queste pagine aspre e divertenti incontriamo Vincenzo Postiglione (alter ego dell’autore già presente negli altri libri di Pascale) alle prese con cinque momenti chiave e altrettanti temi centrali della vita di un uomo: la giovinezza, lo Stato, l'amore, la scienza e il dolore. Cinque iniziazioni (sentimentali, civili, esistenziali) che si intrecciano tra loro dando vita a un particolarissimo, indimenticabile romanzo di formazione.
L’autore:
Antonio Pascale, nato a Napoli nel 1966 ma cresciuto a Caserta, ha pubblicato La città distratta (l’ancora del mediterraneo 1999, Einaudi 2001), un affresco della vita nella città di Caserta, con cui ha vinto l'edizione 2000 del premio Sandro Onofri; La manutenzione degli affetti (Einaudi 2003), con cui ha vinto molti premi letterari e Passa la bellezza (Einaudi 2005). Ha curato l'edizione 2005 dell'antologia Best Off, un'antologia dei migliori testi pubblicati su riviste letterarie italiane (minimum fax 2005). Il racconto "Io sarò stato" fa parte dell'antologia La qualità dell'aria (minimum fax 2004).
vertigine a gallipoli
COMUNICATO

VERTIGINE
Nuove serie, numero unico 2006
244 pagine, Luca Pensa Editore
Giovedì 27 luglio, ore 20,30
LIBRERIA KUBE (spazio letterario), via di S. Sebastiano 8, Gallipoli
Interverranno Stefano Donno, Walter Spennato, Rossano Astremo
Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria, curato da Rossano Astremo, dopo tre anni e la pubblicazione di sei numeri autoprodotti, cambia totalmente pelle. Oltre duecento pagine per ripercorrere la storia della rivista, a partire dal numero dell’esordio, uscito nell’agosto del 2003, per proseguire con il secondo numero, stampato nel novembre del 2003, dedicato ad alcuni episodi di sperimentazione letteraria. Il terzo numero, del marzo 2004, è dedicato ad Antonio Verri, poeta e narratore totalmente dimenticato dalla critica letteraria pugliese e non solo. Nel quarto numero, uscito nell’estate del 2004, comprendente interventi di alcuni grandi animatori della scena letteraria italiana, Vertigine ha ospitato in anteprima assoluta un estratto di New Thing di Wu Ming 1, che sarebbe poi uscito nell’ottobre dello stesso anno. Il quinto numero, Merda d’autore, uscito nel marzo 2005, è una raccolta di testi giudicati pessimi e impubblicabili dagli stessi autori. Vertigine ha reso possibile la pubblica lettura di interventi altrimenti destinati all’oblio. In Politicamente scorretto, dell’ottobre 2005, ampio spazio, invece, a racconti, poesie e riflessioni sulla situazione politica e sociale italiana. Oltre al già pubblicato, questo numero contiene una sezione di inediti, Tritature, nella quale sono presenti recensioni e riflessioni su libri dimenticati nel corso della passata stagione editoriale. A partire dai prossimi numeri la rivista presenterà al suo interno due sezioni, una sezione di argomento tematico sul quale si accederà per invito, come d’altronde è accaduto in questi anni, e, questa la grande novità, una sezione dedicata al laboratorio delle scritture, nella quale verranno ospitati poesie, racconti e contributi critici di giovani autori in cerca di nuovi luoghi d’espressione. Per contattare la redazione rossanoastremo@libero.it, per ordinare una copia della rivista penspol@alice.it.
NARRATIVA
I percorsi del dolore della narrativa contemporanea
Sto traslocando. Dopo otto anni lascio Lecce. Ritorno per qualche mese a casa dei miei genitori a Grottaglie, in cerca di una sistemazione migliore. I miei libri ora sono tutti ben incastrati in scarole di cartone. Son passati tra le mie mani molti libri letti negli ultimi mesi. In particolar modo, mi sono soffermato sui romanzi di scrittori italiani. “Dies Irae”, “Vita precaria e amore eterno”, “Il ritorno a casa di Enrico Metz”, “Caos calmo”, “La cultura enciclopedica dell’autodidatta”, “Escluso il cane”, tutti romanzi aventi come protagonisti personaggi maschili, tutte personaggi alle prese con momenti della loro vita di grande dolore, crisi e trasformazione. Ho immaginato una sorta di cena immaginaria tra i vari Giuseppe Genna (narratore, non autore reale), Martino Bux, Enrico Metz, Pietro Paladini, Giovanni Costa e Marcello Artiglio. Di cosa parlerebero? Di loro fallimenti? Dei loro amori sfumati? Delle loro patologie? Dell’elaborazione straziante dei loro lutti? Magari sorseggiando un buon bicchiere di whisky? Forse due? Sì, mi pare che la tematica del dolore sia una costante di molta narrativa contemporanea. Non è un caso, quindi, che Carlo D’Amicis in “Escluso il cane” chiami il suo husky col nome poco comune di Dolore.
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in ricordo
Ho appreso la notizia leggendo il Manifesto di ieri. E' morto Valerio Marchi, sociologo, storico dei movimenti giovanili, militante antifascista, skinhead, ultrà della Roma, libraio e scrittore. L'ho conosciuto di persona solo recentemente, l'11 luglio a Polignano a Mare, per la manifestazione "Il Libro Pissibile". Era lì con il suo banchetto di libri. Era lì con le sue pubblicazioni. Abbiamo parlato di editoria, beat generation, libri che non si vendono. Ho comprato alcuni libri da lui, tra cui le poesie erotiche di George Bataille. Carmilla lo ricorda ampiamente qui. Posto un estratto del suo ultimo libro.

ESTRATTO DA IL DERBY DEL BAMBINO MORTO
di Valerio Marchi
Assistere al derby da casa, davanti al televisore, induce in chi frequenta o ha frequentato con passione una curva un sottile senso di colpa. Non essere lì a sgolarsi, a sventolare bandiere, a partecipare alle coreografie, a dannarsi e a soffrire insieme alla squadra ti fa sentire inutile, un misero tesserino del vasto e anomico popolo di Sky Tv. Questo vale non soltanto per il derby romano, ma per tutte le tifoserie e per tutti i match dei nostri campionati e coppe. La dimensione televisiva ti priva di quel senso di protagonismo che soltanto lo stadio, e in particolare la curva, ti regala. Te ne stai lì, davanti allo schermo, a trepidare inutilmente. Gli echi delle tue urla sono destinati a spegnersi nella stanza, senza unirsi a quelli altre decine di migliaia di voci che a pochi o a centinaia di chilometri di distanza galvanizzano i propri ragazzi e annichiliscono gli avversari. Il peso della colpa è tale da spingere molti ai pietosi palliativi delle visioni di gruppo - nei pub, nei ristoranti, sul maxischermo in piazza - attraverso cui esorcizzare il rimorso in un tripudio di anacronistici e inutili atteggiamenti curvaroli: le bandiere, le sciarpe e le maglie coi colori sociali, l'incitamento a gola spiegata, addirittura i cori e gli slogan. La verità è che, ovunque si sia, davanti al televisore si soffre due volte: per quel che avviene in campo - o meglio per quel che la regia televisiva decide di farti vedere - e per quel sentirti un vile, un traditore, un disertore. Perché le partite guardate in televisione non contano, non fanno classifica. Questo libro nasce dallo stato d'animo con cui ho seguito dalla televisione l'incontro Lazio-Roma del 21 marzo 2004, appunto «il derby del bambino morto». Il mio ultimo abbonamento in Sud risale ormai al lontano 1996-97. Da allora le volte che sono andato all'Olimpico si contano sulla punta delle dita (ricordo un Roma-Milan soprattutto per un ininterrotto tormentone di circa 40 minuti contro il portiere Rossi, il primo e doveroso Roma-Liverpool, poco altro). Così, anche domenica 21 marzo placo l'ansia da televisore innervandomi ai cellulari di chi invece c'è. Mi giungono notizie che contrastano con la presunta tranquillità con cui Sky parlerà del pre-partita. Gli amici mi raccontano di un paio di contatti con i cuginetti, ma soprattutto delle cariche che si allargano dalla Sud fino a ponte Duca d'Aosta, dei pericolosi caroselli motorizzati e della «cattiveria genovese» della guardia di finanza. L'ultima telefonata è prima delle 20: le notizie non sono buone, gli scontri si sono spostati nell'antistadio della Sud e sembrano crescere d'intensità, il fumo dei lacrimogeni già invade parti della curva. Attendo impaziente fino alle 20,24, quando il monoscopio di Sky lascia finalmente il posto alle telecronaca, per saperne di più: i saluti, le prime banalità retoriche, le formazioni, le coreografie, l'ingresso in campo delle squadre. Sugli incidenti, niente. Solo un accenno minimizzante ai «soliti, piccoli tafferugli», gli stessi termini che utilizzerà il questore di Roma, Nicola Cavaliere, a partita già interrotta. Inizia il gioco e le poche inquadrature della curva mi suggeriscono che non tutto procede per il meglio, il movimento convulso intorno ai boccaporti mi fa temere che sta avvenendo qualcosa di brutto a ridosso della curva, ma dalla telecronaca nulla traspare. Segue l'intervallo e, alla ripresa del gioco, i commentatori di Sky non possono infine non notare e riferire la scomparsa degli striscioni prima in Sud e successivamente in Nord, in Tevere, in parte della Monte Mario. Né possono ignorare i cori contro le forze di polizia e per la sospensione della partita, sempre più alti e sempre più condivisi dall'intero stadio. Provo a richiamare i soliti amici ma i cellulari non hanno campo, un gigantesco ingorgo telefonico blocca ogni possibilità di comunicazione con l'Olimpico. Vorrei infilarmi in un paio di scarpe e correre lì a fare una qualsiasi cosa di una qualsiasi natura, nemmeno io so bene cosa, ma quel po' di razionalità ancora in funzione mi inchioda davanti al televisore. La prima reazione all'intero spettacolo è di pura arroganza intellettuale: come ho già scritto non serve mica aver letto i saggi di Jan Harold Brunvand o di Cesare Bermani per riconoscere la natura della voce sulla morte del bambino. Sin dagli inizi, e ancor più nei fatti successivi, si manifestano in forme evidenti le caratteristiche dei boatos, delle voci incontrollate che si diffondono oralmente - una sorta di telegrafo senza fili - e che nella storia hanno abbondantemente manifestato le proprie potenzialità persuasorie. L'idea originaria del libro nasce dunque dalla «fortuna» di poter trattare un così eclatante caso di boato sviluppatosi in un contesto socialmente e strutturalmente chiuso e in un lasso di tempo particolarmente ristretto. I carichi di ansia sociale, l'assegnazione del ruolo di capro espiatorio, le valenze che in questi casi assumono i tentativi di smentita, la distorsione degli avvenimenti anche oltre ogni evidenza: «il derby del bambino morto» si presentava, fin dal titolo, come una storia degna delle leggende metropolitane raccolte, tra gli altri, anche da questi due grandi etno-antropologi. La seconda reazione è stata di consapevolezza: quel che stava avvenendo - ed è avvenuto in seguito - attorno alla vicenda del derby interrotto, dalle cronache falsificate del pre-partita alle strategie di piazza dopo la sospensione, dalle accuse di complotto alla successiva ondata repressiva, dimostrava come l'intera vicenda travalicasse i confini del Grande raccordo anulare per porsi come risultato esemplare delle politiche di ordine pubblico perseguite negli stadi in questi ultimi trenta anni e, più in generale, della crisi generale del sistema-calcio. La terza e ultima reazione è stata infine di fierezza: la presa di posizione del pubblico - "non si gioca di fronte alla morte" - mi è sembrata e continua a sembrarmi l'ennesima conferma di come nelle curve e nelle altre gradinate risieda l'ormai unica componente del sistema-calcio ancora dotata di senso etico e morale. Quel che sentivo condannare in ogni forma e tipologia mi sembrava - e mi sembra tuttora - la prima risposta valida ed efficace alle consuete litanie dello "show must go on" e dei "motivi di ordine pubblico" che impongono di giocare a ogni costo. La valanga di fango che istituzioni e mass media stavano gettando sugli ultras e, in cerchi concentrici, sul popolo di curva e su quello dell'intero Olimpico, considerati e definiti nel peggiore dei casi come degli untori e nel migliore come dei poveri creduloni, mi offendeva come credo offenda chiunque abbia messo piede in un stadio di calcio. Mi sono tornate in mente tutte le occasioni in cui non si sarebbe dovuto giocare e invece niente, avanti tutta per le consuete e radicate ragioni, e il libro che avevo in mente ha così assunto toni e accenti che pur mantenendo la dovuta e auspicabile "scientificità" riuscissero anche a rendere giustizia a tutti coloro che quella sera hanno reclamato la sospensione del gioco, compresi i tre ragazzi che con innocente inconsapevolezza hanno voluto a ogni costo comunicare i sentimenti della curva ai propri idoli. Ci sarà un processo, meritano di essere assolti. Ma intanto, in questa nostra "era del daspo", pagheranno il loro gesto con una lunga rinuncia allo stadio.
premio città di bari

HA VINTO OSVALDO CAPRARO
In questi giorni sono a Bari. Ieri sera ero presente alla finale del Premio Città di Bari. Ha vinto Osvaldo Capraro con Né padri, né figli. Ha avuto la meglio su due autori che io amo molto, ossia Tommaso Pincio, con La ragazza che non era lei, e Claudio Piersanti, autore de Il ritorno a casa di Enrico Metz. Serata soporifera, condotta da Maurizio Mannoni. Momento peggiore la lettura di un certo Totò Onnis di un frammento del romanzo di Pincio.
nuovo numero di musicaos
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recensione
Sadismo e solitudine nei racconti di Yates
Tassisti con ambizioni letterarie, sergenti addetti all'addestramento di reclute, malati di tubercolosi, coppie sull'orlo di un matrimonio sbagliato, bambini difficili: i personaggi dell'autore di «Revolutionary Road» si rendono visibili attraverso lo schermo del loro isolamento. E l'autore americano, tradotto da minimum fax, li racconta innestando la lezione di Fitzgerald su quella di Flaubert
di Emanuele Trevi

Forse è un po' esagerata l'affermazione di Kurt Vonnegut, che definisce Undici solitudini di Richard Yates (prefazione di Paolo Cognetti, trad. di Maria Lucioni, minimum fax, pp.261, euro 10,00) addirittura «la migliore raccolta di racconti mai pubblicata da un autore americano». Quello che è certo, in ogni modo, è che si tratta di un'ulteriore dimostrazione della grandezza di questo scrittore nato nel 1926 e morto, dopo una vita non facile segnata da alcolismo e depressione, nel 1992. Spetta alla minimum fax il merito di aver riscoperto l'opera di Yates, non del tutto inedita ma rimasta sostanzialmente inosservata qui in Italia, iniziando a ripubblicarla a partire dal capolavoro del 1961, Revolutionary Road, che è anche il suo libro d'esordio, e proponendo in seguito Disturbo della quiete pubblica, uscito nel 1975. Ma anche negli Stati Uniti sembra in corso una rivalutazione postuma, che fa perno, più che sulla critica in senso stretto, sull'ammirazione professata da molti scrittori, come Richard Ford, Michael Chabon, Tobias Wolff. L'essere spesso considerato uno «scrittore per scrittori» a corto di un grande pubblico dovette essere un altro dei crucci che afflissero la vita di Yates, assieme a quello, ben più grave e paralizzante, della coincidenza tra il primo libro e il suo capolavoro, pubblicato a trentacinque anni e di fatto rimasto ineguagliato.
Undici solitudini uscì a Boston da Little & Brown nel 1962, un anno dopo Revolutionary Road, a confermare la presenza di un nuovo e straordinario talento sulla scena letteraria americana. Yates iniziò a collaborare con dei racconti a riviste letterarie negli anni cinquanta, e dunque questo libro contiene le prime prove della sua arte narrativa. Per rubare l'espressione a Thomas Pynchon (anche lui la usa a proposito dei racconti giovanili), si tratta di un vero e proprio slow learning, il lento apprendistato di uno scrittore alla ricerca del suo timbro, e impegnato a saggiare nel concreto le strategie di rappresentazione che gli dettano l'istinto e la cultura. Quanto a quest'ultimo punto, Yates stesso in più d'una occasione ha dichiarato di aver innestato la lezione di Fitzgerald su quella, fondamentale, di Flaubert. Pienamente flaubertiane, infatti, sono le premesse del suo libro d'esordio: Revolutionary Road è la Madame Bovary di una middle class nevrotica e alcolizzata, che vive nei placidi e lindi sobborghi familiari dove è facile far crescere i bambini e i vicini sono tutti amici e tutti simili, almeno in apparenza. I maschi, la mattina, abbandonano i sobborghi per andare a lavorare a Manhattan. Così come la signora Bovary è identica a migliaia di altre mogli di medici di provincia, anche i coniugi Wheeler sono gente perfettamente normale. Non fosse, tanto per l'eroina di Flaubert quanto per i suoi tragici epigoni inventati da Yates, che per un particolare: il veleno fatale dell'immaginazione, tanto più fatale quanto più debole è l'organismo mentale che deve sostenerlo e assimilarlo. Di questo pessimismo antropologico offrono già alcune splendide miniature certi racconti di Undici solitudini, forse con più efficacia dove Yates è già padrone della sua formidabile terza persona che quando usa la prima. Ma in tutti i racconti di questo libro c'è almeno qualche pagina già magistrale.
La loneliness che fin dal titolo dà unità alla raccolta pi&ug






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