Ciao sono vertigine
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notte bianca

di vertigine (12/07/2006 - 12:12)

MELPIGNANO 15 LUGLIO: NON SOLO TARANTA

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un racconto da under 18

di vertigine (12/07/2006 - 12:06)

UNDER 18

  • A cura di Flavia Piccinni
  • UNDER 18
  • Passione sesso e sentimenti raccontati da giovani scrittori
  • Uomo Pera
    di Margherita Ferrari

    Ti abbraccio, come tu mi stai strozzando
    Ti bacio, come tu mi stai mordendo
    Ti mando carezze leggere che fanno volere parole ai bordi del mondo
    E quello che dico è distante da quello che sono.
    Arsenico “Fratello Servo”

    Sono sdraiata sul letto sfatto e faccio finta di leggere un libro. Gli occhi scorrono tra una riga e l’altra dandomi l’illusione di capire il senso del capitolo, il motivo per cui sto sdraiata a far finta di leggere.

    Sto aspettando che l’Uomo Pera esca dal bagno.

    E’ andato a cucirsi la bocca, con le lacrime agli occhi.
    Sento il rumore delle sue testate contro il muro.
    Sono ritmiche, dolorose, intervallate da gemiti e da risucchi di catarro.
    Di notte a volte lo osservavo nella penombra.
    E’ una bella creatura; profuma di vaniglia e di giubbotti in pelle.

    Nessuno sa da dove sia venuto. Non è figlio di umani, non è stato colto da un albero.
    E’ l’Uomo Pera, l’unico della sua specie.
    Durante i mesi caldi vagava senza meta per la città, confondendosi con gli orafi, i pezzi di marmo e gli adepti di quella band che cantava ti amo quando sono sbronzo.
    Seguirlo significava dedicare ore ed ore alla lenta ed inesorabile consunzione degli arti inferiori. Entrava nei vicoli più stretti e, prendendo a calci i muri, si intrufolava in quei pub così inesorabilmente borghesi. Prima di fare il suo ingresso si fermava per qualche minuto fuori dalla porta. Poggiava la schiena al muro, frugava nelle tasche fino ad estrarne un pacchetto di sigarette.
    La prima veniva accesa con movimenti automatici.
    Era una deliziosa consolazione.

    Boccata dopo boccata chinava il capo verso l’asfalto; i piedi convergenti verso un mozzicone maciullato.
    Le gambe, stecchini audaci,
    il ventre vitreo.

    L’Uomo Pera controllava periodicamente lo stato dei suoi organi.
    Il cuore continuava a pulsare, nonostante l’oramai remota scomparsa dello Spirito e il conseguente trapasso dell’Ironia. Qualcosa di violaceo pioveva da tempo nello stomaco, mentre il catrame si accumulava nei polmoni.

    Ma l’Uomo Pera non esisteva per lo Stato. Non aveva documenti, non aveva nome.
    Avrebbe voluto andare in ospedale per un controllo, perché conviveva con la certezza di essere malato, ma le malefiche infermiere dal Capo Dolente e dalla Facile Risata erano per lui fonte di incubi troppo detestabili; non le avrebbe mai affrontate.
    Non possedeva una tessera sanitaria; lo avrebbero cacciato.

    Aveva una spalla fuori posto, due denti rotti e una massa tumorale nel cervello.
    Durante il suo periodo di permanenza in città venne picchiato ventitré volte. Questo perché in lui vegetava incontrastato il gene del teppismo.
    Con evidente noncuranza l’Uomo Pera rigava le fiancate delle automobili, imbrattava di merda le abitazioni rosa pastello, scuoiava i coniglietti morbidini del parco, rubava le caramelle ai bambini e derideva apertamente i passanti.
    A causa della sua non-identità ogni tentativo di denuncia cadeva nel vuoto. Per questo furono in molti ad optare per una forma di vendetta violenta.
    L’Uomo Pera si difendeva strenuamente, sfruttando quelle risse per sfogare la sua rabbia accumulata nel tempo.

    Buttata la cicca in un tombino, entrava nel pub e prendeva posto accanto al bancone.
    Contemplava i camerieri intenti a servire dosi ingenti di rum e pera.
    I clienti rigiravano i bicchierini tra le dita, se li sparavano in gola come proiettili gelati.
    Poi deglutivano tutti soddisfatti, mentre strizzavano quei loro piccoli occhi densi di languore artificiale.
    Una lacrima rigava allora il volto imperturbabile dell’Uomo Pera, rabbiosa come acido solforico.

    Durante il periodo che passò a casa mia, parlammo poco.
    Il suo passato era un buco nero. Si diceva speranzoso nella morte e nella reincarnazione, nonostante non avesse aderito ad alcuna religione. Diceva che Dio era dentro di lui, sotto gli strati di carne e acqua.
    Il suo Dio era tale perché parlava una lingua palindroma che nessun uomo era in grado di udire.
    Diceva che la sua parola in punto di morte lo avrebbe straziato fino a dargli la pace, facendolo tornare sulla terra come scarafaggio. Allora non sarebbe più stato una creatura malata in via d’estinzione, non avrebbe più dovuto portare il peso di una specie intera sulle sue spalle. L’autodistruzione e l’attaccamento maniacale alle vita si sarebbero fuse in un’unica forma di estasi.
    A volte lo vedevo intento a prendersi a martellate le dita. Diceva di non avere il coraggio di suicidarsi.

    Non mi rivelò mai la sua età. Avrebbe potuto essere una suora.
    Viveva con me da quando avevo tredici anni.
    A quindici mi ero innamorata di lui, perché era misterioso e stavamo abbracciati sul tappeto a rimpiangere.
    Lui rimpiangeva la Donna Pera a lui destinata.
    Io mi dolevo della mia inadeguatezza, nei suoi confronti e nei confronti del mondo intero.
    Non so perché lo facessi.
    Ero sola.
    Lui sprigionava un calore che mi era del tutto estraneo. Quando mi toccava ero scossa da un fremito di cui non saprei descrivere la natura. Era pregno di paura ed abbandono, lieve come un bombardamento, una corsa a perdifiato, una frustata.
    Mi grattava la nuca e sospirava rumorosamente. A volte mi appoggiavo a lui ed ascoltavo il battito del suo cuore. Quel rumore era la mia sola musica.

    Aveva un rapporto particolare con il Gatto. Li vedevo spesso insieme in giardino. Si osservavano negli occhi, masticavano fili d’erba e discutevano a voce molto bassa, di modo che nessuno potesse sentirli.
    Poi un giorno uscii in strada per andare a scuola e trovai il Gatto spappolato sull’asfalto.
    Da allora l’Uomo Pera non fu più lo stesso.
    Andava spesso sulla sua tomba, stringendo i pugni con rassegnazione. Gli portava dei fiori rubati dai giardini dei vicini. Restava lì per ore e gli raccontava le novità, fissando la lapide.

    Perse con gradualità i suoi istinti distruttivi. Li manifestava molto di rado, urlando selvaggiamente e tagliandosi meticolosamente le vene, ma non riuscì mai a morire entro i confini del mio appartamento.
    Restavo per ore a guardarlo mentre si contorceva sul pavimento, implorando il suo Dio dalla lingua palindroma affinché lo sopprimesse. Si era fracassato una mano contro il muro, lasciando macchie indelebili di sangue in bagno e in cucina.
    C’erano settimane in cui stava zitto con gli occhi sbarrati, altre in cui dormiva oppure si faceva ancora del male.
    I miei vicini sapevano cosa stava accadendo. Mi fissavano in silenzio, ostentando il loro potere con sguardi glaciali.

    Un giorno mi arrivò una lettera dalla capitale. Diceva che il governo era venuto a conoscenza dell’ospitalità che avevo dato ad una creatura deviata. Mi informava dell’esistenza di una legge secondo cui era mio dovere consegnare l’Uomo Pera all’autorità, di modo che medici specializzati potessero occuparsi del suo caso.
    Le pagine si estendevano in modo prolisso, spiegando il perché di tale imposizione.
    Le creature deviate rientravano in una delle razze in via d’estinzione, ma dotate di un Anima. Per questo il governo riteneva necessario che venissero internate in particolari istituti dove avrebbero potuto essere aiutate ad accettare la loro condizione di individui unici, anche se in qualche modo legati drammaticamente alla morte di una specie.
    Alla lettera era allegato un avviso. Diceva che entro due giorni l’Uomo Pera sarebbe stato prelevato dalla mia abitazione e trasferito in una casa di cura.

    Mi guardo le dita. Tremano come foglie al vento.
    L’Uomo Pera è uscito dal bagno. Ha la bocca trafitta da filo da cucito, gli occhi spenti; si è tolto la parola.
    Non ha preparato alcun bagaglio, perché sa che non ne avrà bisogno.
    Attraversa la stanza e si siede accanto a me, su di un lenzuolo liso.
    Mi fissa per qualche istante.
    Lo abbraccio piano, in silenzio, poi sempre più forte, disperatamente, ma lui resta immobile, con la testa reclina e gli occhi persi nel vuoto.
    Quando il campanello suona le sue dita si irrigidiscono.
    Lo sento ancorarsi a me, ma io non posso fare nulla.
    Gli bacio la fronte e aspetto.

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