nelle librerie
MARILU' S. MANZINI
estratto da IL QUADERNO NERO DELL'AMORE

L’amore è una cazzata.
Parliamoci chiaramente: nessuno ti dice mai la verità.
Da bambina ti raccontano le favole per farti credere che qualsiasi cosa ti succederà nella vita tutto comunque finirà bene.
Cazzate.
Poi sarà la volta di quando straccerai le palle all’inverosimile ai tuoi per avere Ken-fidanzato-con-i-capelli-sintetici-neri-e-non-biondi-colorati-su-plastica. E lo devi avere assolutamente perché Barbie, nella sua mega casa di quattro piani con terrazzo, si sente sola e triste e ha bisogno di un fidanzato che le bussi alla porta con in mano un mazzo di rose rosse di plastica. E dopo cinque minuti li hai già spogliati e li metti a letto uno sopra l’altro. E la tua manina inizia a sbattere Ken sopra Barbie, anche se lo sbatti un po’ troppo violentemente a dire la verità, ma ancora non hai ben capito cosa facevano mamma e papà quella sera che ansimavano sul letto con la porta mezza aperta.
Quando sarai un po’ più grande ti racconteranno che i giornaletti porno nascosti nella soffitta di tuo zio sono lì per caso e servono a incartare vetri troppo fragili. Ma ormai sarà tardi e tu ti chiederai cosa ci faceva quella donna con le tette grosse, due dita di una mano infilate in bocca e le cosce spalancate con due dita dell’altra mano in quel punto pieno di peli. Peli che tu non hai ancora. Cosa ci fanno quelle due dita tra le gambe?
E poi sarà sempre più tardi e una notte ti verrà in mente quel tuo compagno di banco, quello che fa sempre casino, e nel letto inizierai a strusciarti senza capire bene, andrai avanti e indietro, a pancia in giù, con quel punto in mezzo alle cosce dove non ci sono ancora i peli spinto contro il materassoe sentirai una sensazione strana che inizierà a invaderti dal basso ventre e di là prenderà possesso della tua mente, qualcosa di così piacevole che rimarrai a strofinarti per un bel po’.
Ma non capirai un bel niente. Solo che quel bel niente lo rifarai per diverse notti. E continuerai a non capire un cazzo per un bel po’ di tempo dopo quegli strofinamenti notturni.
E ancora nessuno ti racconterà la verità.
Perché la verità se la tengono ben stretti.
Finalmente arriverai a spalmarti il fondotinta sulle occhiaie e spennellarti il fard senza doverti nascondere in bagno per ore rubando i cosmetici a tua madre per poi doverti lavare via dalla faccia il faticoso lavoro perché lei non se ne accorga. E tutta fiera del tuo lavoro uscirai con Pino il figlio dell’amica di papà, e ti sentirai euforica, per la prima volta, e fondamentalmente saprai già che è più per il tuo gran lavoro sul viso e per il jeans nuovo che per Pino, ma non te ne renderai conto.
T’innamorerai, bacerai con la lingua, ti farai toccare il seno sopra il maglione, poi ti farai toccare sotto il maglione, esiterai sulla lampo dei jeans, poi la farai abbassare, le mani sfioreranno le mutandine e ti fermerai, ricomincerai e lascerai che le dita scendano in fondo, sospirerai, ti lascerai togliere i vestiti, accarezzerai la pelle nuda di qualcun altro. Un giorno le gambe si apriranno, qualcuno t’infilerà qualcosa di duro e caldo dentro, e ti farà male, un altro corpo abiterà il tuo, e scoprirai il sesso, finalmente.
Il sesso non è una cazzata.
Ti disinnamorerai, oppure qualcun altro si disinnamorerà di te, lo lascerai, altri ti lasceranno, piangerai, riderai, sarà tutto un gran casino come la giostra del calcinculo che gira troppo veloce e dopo un po’ ti verrà il vomito, e continuerai così per un bel po’ di giri, così tanto che alla fine avrai perso il conto e non saprai neanche quanto tempo sei stata su.
Andando avanti così supererai la soglia di quella che loro chiamano adolescenza e l’avrai passata senza accorgertene, ma loro continueranno a cucirtela addosso anche quando ti ribellerai urlando che sei diventata grande.
Un bel giorno te ne andrai, avrai un lavoro, degli amici, degli amanti, e reciderai quel cordone ombelicale che i tuoi genitori ti hanno tessuto intorno come una fitta ragnatela.
E scoprirai che nella vita tutti raccontano balle.
Che ti hanno sempre raccontato balle.
E che sempre ne racconteranno.
E che la vita è solo questo: una gigantesca balla.
Quando arriverai a questa conclusione probabilmente avrai ancora un lavoro, alcuni amici ti avranno tradito, alcuni amanti ti avranno spezzato il cuore e i tuoi genitori saranno sempre i tuoi genitori. Ecco, i tuoi genitori saranno sempre uguali, questo non cambierà mai, sempre pronti a romperti i coglioni e a raccontarti favole sul vissero felici e contenti. Sarai single e il tuo letto sarà sempre di più il tuo letto e sempre meno quello di qualcun altro.
Se invece ti dice bene, un giorno qualsiasi in un mese purchessia di un anno qualunque, per uno strano scherzo del destino sarai una paraculo incredibile e un uomo non particolarmente bello ma affascinante, intelligente, ma che fa ridere solo te, che fondamentalmente non sopporta i tuoi amici ma li subisce perché sono i tuoi amici, essenzialmente buono ma acido con il resto del mondo, ti scoperà come mai nessun uomo aveva fatto prima. Passerai più tempo a letto che in giro per negozi, s’innamorerà di te e ti tratterà come una regina.
E allora il principe azzurro esisterà per davvero.
E sarà venuto col suo cavallo bianco, che nel frattempo s’è trasformato in cabrio, solo per te.
Allora ricomincerai a credere che Dio esiste e quando passerai davanti a una chiesa non le lancerai più un’occhiata sommaria, e rimpatrierai a casa dai tuoi per il pranzo della domenica, e poi le domeniche diventeranno lunedì, e poi martedì e alla fine non saprai più che giorno della settimana è, e inizierai a pentirti di aver dubitato di tua madre e delle leggende su Cenerentola mentre lei ti ripete «Io te l’avevo detto».
E l’amore non sarà più una cazzata.
Un bel giorno ti rigirerai nel letto e ti prenderà un colpo scoprendo accanto a te uno sconosciuto che dorme sbavando sul tuo cuscino. E allora ti alzerai furtivamente e qualcuno ti afferrerà le ginocchia senza preavviso gridando «Mamma» e lì capirai che qualcosa non dev’essere andato come avevi previsto.
Ti ritroverai senza lavoro, perché il lavoro lo avevi lasciato quando Giacomino non andava ancora all’asilo, l’uomo affascinante avrà barattato tutto il suo fascino per cinque chili in più sul girovita, intelligente lo sarà ancora, solo che non te lo ricorderai più, proverai a cercare in agenda il nome di un tuo amico per raccontargli che le cose non vanno proprio come immaginavi ma un’agenda non ce l’avrai più e neppure il nome del tuo amico scritto sopra. E in quanto al sesso, be’, non sai nemmeno se la fugace scopata mensile con mano davanti alla bocca per non svegliare Giacomino questo mese non l’hai segnata sul calendario oppure non c’è proprio stata.
Manderai affanculo tua madre, tuo padre, Cenerentola e pure la carrozza.
Divorzierai, cercherai un posto di lavoro, il tuo avvocato avrà preso il posto di Dio da quando l’assegno mensile del coglione inizierà ad arrivare regolarmente, la macchina diventerà il tuo polmone d’acciaio mentre vai a prendere Giacomino a scuola, porti Giacomino all’allenamento di calcetto, ritorni a prendere Giacomino da nuoto, scarrozzi Giacomino fuori città per una gita, accompagni Giacomino alla lezione di piano.
Ma probabilmente tra un impegno e l’altro avrai di nuovo degli amici, e ritornerai a fare sesso.
E capirai di non avere mai capito un cazzo.
Né sull’amore.
Né sul sesso.
Nell’onestà della tua solitudine saprai definitivamente di averla presa in culo. Sempre.
E dopo tutto questo ti rimarranno solo due cose da fare: ridere.
E scrivere.
un libro da leggere assolutamente
CARLO D'AMICIS
estratto da ESCLUSO IL CANE

La palestra è piena di froci.
“No, guarda. Sono proprio froci!”, insisto quando Morgan inarca le sopracciglia e m’invita ad abbassare la voce. Amoderare i termini. Aessere politicamente corretto.
“E poi”, mi sfogo, “non ce n’è uno che non vorrebbe portarti a letto”. Aquesto punto, blandito dal suo narcisismo, con un sorriso civettuolo il mio uomo si avvia verso la doccia e io rimango a trapassare con lo sguardo i miei rivali, chiedendomi come sia possibile che non ci sia nessuno che gli piaccia più di me.
“Com’è possibile”, mi chiedevo, “che non ci sia nessuno?”, e fremevo di gelosia.
“Com’è possibile?”, mi chiedo, e all’improvviso mi assale il terrore che Morgan non mi tradirà mai. Che resteremo insieme per sempre. Che, sotto sotto, mi ami davvero. Piego il mento verso il basso e lancio uno sguardo all’interno del mio accappatoio. Lo strato adiposo che mi cinge i fianchi, leggero ma quasi ributtante al confronto con i suoi addominali, suggerisce di avere fiducia, di lasciare che la naturale incompatibilità dei nostri corpi a poco a poco si manifesti e prenda il sopravvento.
(Sull’innaturale compatibilità delle nostre anime?)
“Perché non entri mai in palestra?”, si lamenta Morgan passandomi davanti tutto nudo. “Giusto un po’ di panca”. Lo guardo co me un sottoproletario guarderebbe un surfista che gli consiglia di
andare alle Maldive.
“Bravo”, rispondo astioso, “e chi me lo dà il tempo? E a Dolore chi ci pensa?” Quindi puntualmente gli ricordo che un cane ha bisogno di cure. Che già rimane da solo tutto il giorno. Che ci manca solamente la palestra, e dopo siamo a posto. Morgan emette uno strano gemito. Non si capisce bene se stia sbuffando o se è un sospiro. “Come sta”, sussurra, “il nostro bambino?”, e poi dice che quel cane è il suo cruccio. La sua croce. Che
non ci può pensare. Infatti, appena entrati nella sauna, smette di farlo e comincia a domandarmi del processo. Nella cabina ci sono circa sessanta gradi. Solo, a casa, il mio cane forse dorme e sogna di rotolarsi nella
neve. (“Comunque a me piaci cicciottello”, dice Morgan mentre mi lega alla testata del letto e si cosparge il membro con la vasellina.
“Non è vero”, protesto, e intanto penso che non sono affatto cicciottello. Al massimo, penso alquanto risentito, leggermente sovrappeso. Il mio uomo mi inchioda pancia in sotto. “Sì che è vero”, ribadisce.
“Mi piace perché posso immaginare che sei gravida. Che presto avremo un nostro bambino”.)
(Chiuso nel bagno, seduto sulla tazza come una donna, penso che certo, siccome lui non ci può pensare, a Dolore devo pensarci io!)
“Come mai non mi chiedi dei soldi?”
“Non ne ho bisogno”.
“Strano. Me li chiedi ogni settimana. Non dirmi che ti sei deciso
ad affrontare Spizzichini”.
“Non dire stupidaggini. Ti sembra questo il momento di muovere
il contante?”
“E allora?”
“Non ne ho bisogno. Non ne ho bisogno e basta”.
Morgan si alza pensieroso, afferra un catino colmo d’acqua e la rovescia sui carboni ardenti, sollevando una nuvola di vapore. Alle nostre spalle, sulla panca più alta, un noto presentatore televisivo, che un quarto d’ora prima avevo notato piegato in due sulla cyclette, con le pupille dilatate si fissa le unghie dei piedi, boccheggia,
emette un rantolo acutissimo, quasi lacerante, praticamente un ultrasuono, e di fatto sfida la morte nella prospettiva di non sfigurare di fronte alla sua nuova, giovanissima amante. Aparte Morgan, le cui pose plastiche ricordano le colazioni sull’erba di certa pittura impressionista, tutti i presenti, me compreso, danno la sensazione
che da un istante all’altro si avventeranno con le braccia protese e le pupille rovesciate verso l’uscita. Tipo Zattera della Medusa. “Non è che quel povero cane lo tieni a digiuno?”, mi provoca Morgan. “Se hai bisogno di soldi, dimmelo”. Prima di rispondere m’impongo di controllare le mie pulsazioni, ma non riesco a trovare
il polso.
“Ti ripeto che non ne ho bisogno”, gli ringhio. Attraverso il vapore io e il mio uomo ci guardiamo, cercando di
indovinare l’uno i pensieri dell’altro. Ma come sempre succede in questi casi, basta che io abbassi un po’ lo sguardo perché il gioco, da mero esercizio cerebrale, diventi all’improvviso una prova fisica che investe, attraverso le violente contrazioni del mio corpo, l’intero apparato muscolare, e poi le ossa, i nervi, il sistema cardiovascolare e quell’area astratta e indefinita che definiamo istinto.
“Che c’è?”, domanda Morgan.
“Niente”, gli rispondo. “Che ci deve essere”.
una poesia
STEFANO LOREFICE
tratta da L'ESPERIENZA DELLA PIOGGIA

La schiena pulita, incisa dal sole
le parole cerchiate
scritte sulle gambe
sui miei passi sincerci
con tutte le distanze negli occhi
e le partenze
come il mio amore, che ha una punteggiatura a casaccio,
le caviglie legate
e nelle piccole strade i suoi veri muri
con tutte le ferite, le incrinature e il dialetto conosciuto
fatto di silenzi, di gesti rapidi,
di una cadenza sua, che ha radici da gente di lago
ch'è una faccenda di stomaco
che quando torno mi basta ascoltare
e a volte mi affacio, annuso il profumo di pioggia
prima del temporale.






Ultimi commenti