aspettando manituana
Giap#1, VIIIa serie - Ripartire da quel che siamo - 1 settembre 2006
Ad Angelo Frammartino e Renato Biagetti
accoltellati a morte nell'agosto 2006
e di nuovo a Federico Aldrovandi
massacrato quasi un anno fa.
"Io non credo nella violenza.
Per questo voglio fermarla."
(Malcolm X)
PER LEGGERE TUTTO GIAP!
1. RIPARTIRE DA QUEL CHE SIAMO
Funky Monks. Quasi fuori dal Sabbatico, nuova serie di Giap
Wu Ming: chi siamo, cosa facciamo - nuova pagina biografica
2. MANITUANA
A proposito dei "prolegomeni" a Manituana - di Alessandro Gazoia
3. COSA C'E' DIETRO L'ANGOLO
Eleganza, ambiguità, ironia: Cary Grant
Un numero speciale della Chicago Review
I nostri cugini Yo Yo Mundi
4. AI FRATELLI MAGGIORI
Piermario Ciani. Un articolo e due frammenti video
Le inaspettate epifanie sulla strada di Valerio Marchi
5. COPYLEFT E DINTORNI
A Roma, una vittoria: la SIAE riconosce le licenze aperte
Intervista a scarichiamoli.org: Andrea Finizio eroe del copyleft
6. FEEDBACK
Piccioni estinti, Arbitri, Mario Placanica
estratto
Cormac McCarthy
Un estratto da Non è un paese per vecchi

Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L'ultima volta il giorno dell'esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non ne avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all'esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c'entrava niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno. Mi disse che se fosse uscito di galera l'avrebbe rifatto daccapo. Disse che lo sapeva che sarebbe andato all'inferno. Proprio così, parole sue. Io non so cosa pensare. Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona. Li ho guardati mentre lo legavano alla sedia e chiudevano la porta. Il ragazzo poteva avere l'aria un tantino nervosa ma niente di più. Lo sapeva che da lì a un quarto d'ora sarebbe stato all'inferno. Io ci credo. E ci ho pensato tanto. Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato proprio tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo.Dicono che gli occhi sono le finestre dell'anima. Io non so di cos'erano la finestra quegli occhi e mi sa che preferisco non saperlo. Ma da qualche parte intorno a noi esiste un'altra visione del mondo e altri occhi per vederlo ed è lì che questa storia sta andando a parare. Mi ha portato a un punto della mia vita dove non avrei mai pensato di arrivare. Da qualche parte là fuori c'è un profeta della distruzione in carne e ossa e io non voglio trovarmelo di fronte. Lo so che esiste davvero. Ho visto cos'è capace di fare. Sono già passato una volta davanti a quegli occhi. E non lo farò mai più. Non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo. E non posso neanche dire che dipende da quello che uno è disposto a fare. Perché l'ho sempre saputo che uno dev'essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro. E io sono sempre stato disposto. Non per vantarmene ma è così. Se non sei disposto a morire quelli lo capiscono. Lo vedono in un batter d'occhio. Credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo. Ora che ci penso forse non l'ho mai voluto.
Il vicesceriffo lasciò Chigurh in piedi in un angolo dell'ufficio con le braccia ammanettate dietro la schiena, poi andò a sedersi sulla poltroncina girevole, si levò il cappello e mise i piedi sulla scrivania e chiamò Lamar al telefono.
Sono rientrato in questo momento. Sceriffo, aveva addosso un aggeggio tipo bombola di ossigeno per i malati di enfisema o qualcosa del genere. E poi aveva un tubo che gli passava dentro la manica e andava a finire in una di quelle pistole ad aria compressa che usano al mattatoio. Sissignore. Be', è un affare fatto così. Lo vedrà quando arriva. Sissignore. Ci penso io. Sissignore.
Poi si alzò dalla poltroncina e si sganciò le chiavi dalla cintura e aprì il cassetto della scrivania per prendere le chiavi delle celle. Mentre era chino in avanti, Chigurh si accovacciò e fece scivolare le mani legate fin dietro le ginocchia. Con un unico movimento si sedette e si dondolò all'indietro e si passò la catena delle manette sotto i piedi, e poi si rialzò all'istante e senza sforzo. Sembrava una mossa che aveva provato molte volte e infatti lo era. Gettò le braccia ammanettate attorno al collo del vicesceriffo e con un salto andò a sbattergli le ginocchia contro la nuca e tirò violentemente indietro la catena.
Caddero a terra. Il vicesceriffo cercava di infilare le mani sotto la catena ma non ci riusciva. Chigurh faceva forza sulle manette, con le ginocchia fra le braccia e il volto girato dall'altra parte. Il vicesceriffo si dibatteva come una furia e aveva cominciato a scalciare lateralmente per tutto il pavimento, in cerchio, rovesciando il cestino della carta straccia e scaraventando la poltroncina all'altro capo della stanza. Chiuse la porta con un calcio e avvoltolò entrambi nel tappeto. Gorgogliava e sanguinava dalla bocca. Si stava strozzando col suo stesso sangue. Chigurh non fece altro che tirare più forte. Le manette nichelate tagliarono fino all'osso. La carotide destra del vicesceriffo scoppiò e un fiotto di sangue schizzò per tutta la stanza, colpì la parete e colò giù. Le gambe del vicesceriffo rallentarono e poi si fermarono. Rimase a terra scosso dagli spasmi. Poi smise di muoversi del tutto. Chigurh restò lì a respirare piano, tenendolo fra le braccia. Quando si rialzò prese le chiavi dalla cintura del vicesceriffo, aprì le manette, si infilò la rivoltella del vicesceriffo nella cintura dei pantaloni e andò in bagno.
Si fece scorrere l'acqua fredda sui polsi finché non smisero di sanguinare, poi strappò dei brandelli di asciugamano con i denti, si fasciò i polsi e tornò nell'ufficio. Si sedette sulla scrivania e fissò le bende con il nastro adesivo, studiando il morto che lo guardava a bocca aperta da terra. Quando ebbe finito prese il portafoglio dalla tasca del vicesceriffo e tirò fuori i soldi, se li mise nel taschino della camicia e gettò a terra il portafoglio. Poi raccolse la bombola dell'ossigeno e la pistola ad aria compressa e uscì dalla porta, salì sulla macchina del vicesceriffo, mise in moto, venne fuori in retromarcia dal parcheggio e partì lungo la strada.
Sulla statale adocchiò una berlina Ford ultimo modello con solo il guidatore, accese i lampeggianti e suonò per un attimo la sirena. La macchina accostò. Chigurh si fermò poco più indietro, spense il motore, si mise la bombola a tracolla e uscì. L'uomo lo guardò avvicinarsi nello specchietto.
C'è qualche problema, agente?, disse.
Le dispiace uscire dall'auto, per favore?
L'uomo aprì la portiera e uscì. Perché, cosa c'è?, disse.
Si allontani dall'auto, per favore.
L'uomo si allontanò dall'auto. Chigurh scorse il dubbio affiorargli negli occhi alla vista della figura sporca di sangue che aveva davanti, ma era troppo tardi. Gli appoggiò la mano sulla testa come un guaritore. Il sibilo e lo scatto dello stantuffo pneumatico fecero il rumore di una porta che si chiude. L'uomo scivolò a terra senza un suono, con un buco rotondo sulla fronte da cui il sangue uscì gorgogliando per poi scorrere fin dentro gli occhi portando con sé il suo mondo che si smembrava pian piano, visibilmente. Chigurh si asciugò la mano col fazzoletto. Non volevo sporcare la macchina di sangue, tutto qui, disse.
appunti dell'invaso

Questa è una sera d’estate lunare,
appunti sparsi su dossi di piume:
cerca la cicatrice che invade la memoria,
adagio, senza sillabare, in mormorio.
Questa è l’attesa del tutto dentro,
un pugno di voci che satura la mente:
sventra lo spettro del lecito svanire,
adagio, in levare, senza iracondia.
Ed ora sputa sull’addome a solcare,
sputa sui capelli a spumare,
sputa sugli occhi ad accecare
questa vita color seppia,
così distante, così assente,
come uno sbadiglio senza danno.
Le nuvole recitano tempeste.
Vivi oppure muori. Come vuoi.
r.a.
31 agosto 1986-31 agosto 2006
Goffredo Parise
Goffredo Parise (Vicenza, 8 dicembre 1929 - Treviso, 31 agosto 1986) iniziò presto l'attività giornalistica, lavorando per quotidiani come l'"Alto Adige" di Bolzano, l'"Arena" di Verona e il "Corriere della Sera".
La sua opera di scrittore spazia dagli esordi surreali di "Il ragazzo morto e le comete" (1951) e "La grande vacanza" (1953) al realismo della trilogia veneta costituita dai romanzi "Il prete bello" (1954), "Il fidanzamento" (1956) e "Atti impuri" (1959, pubblicato originariamente col titolo "Amore e fervore" per volontà della casa editrice, nel 1972 col titolo scelto dall'autore). In questi tre libri Parise racconta una provincia veneta fatta di (falsa) devozione religiosa, di ipocrisia e calcolo politico: si pensi alla storia del prete fascista don Gastone Caoduro, uno dei più clamorosi bestseller del dopoguerra.
La lingua riesce a rendere tutte le sfaccettatture della realtà quotidiana, la sua ripetitività ma ne fa emergere, al tempo stesso, gli aspetti più insoliti, gli esiti più inattesi. Questo connubio di realismo e tendenza alla deformazione grottesca trova un esito significativo nel romanzo "Il padrone" (1965), parabola di un impiegato che finisce per essere plagiato dalla personalità del suo capoufficio, all'insegna di un paradossale contatto di Parise col filone della letteratura industriale che in quegli anni vedeva impegnati autori come Ottiero Ottieri e Paolo Volponi.
Seguirono i racconti di "Il crematorio di Vienna" (1969) e l'opera di teatro "L'assoluto naturale" (1967). In "Sillabario n. 1" (1972) e "Sillabario n. 2" (1982), con cui si aggiudica il premio Strega, lo scrittore dedica un breve racconto ad ogni sentimento, in ordine rigorosamente alfabetico, riscoprendo in questo modo, dopo tanti viaggi e tante esperienze, il valore più autentico delle emozioni. In quest'ottica va interpretato anche l'ultimo, discusso romanzo "L'odore del sangue", tanto sensuale e violento quanto affascinante, apparso postumo nel 1997.
La grande bravura del Parise giornalista emerge da alcuni vivacissimi reportages di viaggio, come "Cara Cina" (1966), "Due, tre cose sul Vietnam" (1967) e il libro dedicato al Giappone "L'eleganza è frigida" (1982). A confermare la grande curiosità di Parise, la sua disponibilità a confrontarsi con codici espressivi diversi sono anche numerose collaborazioni cinematografiche, in qualità di sceneggiatore, da "L'ape regina" (1963) di Marco Ferreri a "Ritratto di borghesia in nero" (1978) di Tonino Cervi.
Legato a una tradizione letteraria vicentina che parte da Antonio Fogazzaro e arriva a Guido Piovene di cui fu grande amico, Parise è riuscito a raccontare la realtà in cui fin dall'infanzia, come figlio illegittimo (fu riconosciuto a 8 anni dal giornalista che aveva sposato in seconde nozze la madre), si è trovato a vivere: una realtà fatta spesso di pregiudizi, di piccole e grandi viltà che i suoi personaggi affrontano con un feroce (spesso dolceamaro) sarcasmo e una tenace voglia di vivere.
una poesia
URSULA KRECHEL
Noi giochiamo a mondo salvo

Come la lingua giunge in bocca
ecco che mai non ne esce
partorita è la lingua
che lecca la lingua
partorita su un pezzetto di muro
volpe, tu sei rimasta con l’oca
ben salda tra i denti
nelle penne grida la lingua
e appena giace morta in bocca
partorita consegnata
un unico corpo
noi giochiamo a mondo salvo
A nascondino noi giochiamo
ivano ferrari
ivano ferrari
tratto da scrivere sul fronte occidentale (feltrinelli, 2002)

I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo
10 Settembre
Ritornerò a essere più nulla di raccontabile?
"L'occhio di Calvino" l'alluminio dei TABU
un Adelphi, lo zippo di ghiaccio
sullo stesso tavolo 'la morte e l'Occidente".
Sciabordate.
11 Settembre
Sono crollate le Torri. Alla televisione vedo piccoli punti nel vuoto, si lanciano in tutto quel fiato senza speranza di respiro. Ci sono stato anch'io qualche anno fa e avevo portato una bandiera con la faccia di Lenin, ecco il labirinto dei vincitori, gli dissi in italiano.
12 Settembre
Cominciano le beghe tra sentinelle: " io ho il cuore in mano e piango" dice una, " io, ho il cuore in mano, e piango! " risponde l'altra; " per fare
la pace ci vuole un po' di guerra " continua la prima, " per fare un po' di guerra ci vuole la pace " si infuria l'altra.
C'è una leggera prevalenza di volatili, falchi e colombe senza ferocia, senza Francesco.
13 Settembre
" Siamo tutti americani! ". Nasce il Fronte di Liberazione Etrusco.
14 Settembre
Quel modo di piegare le ginocchia issando la bandiera, un poco di presepio persino su omeri schiacciati, caviglie in gola e tante altre parti umane del dolore. Se anche i pompieri hanno occhi fiammeggianti come sarà il paradiso? Un signore con le lacrime agli occhi, che tragedia, che tragedia, ci vorrebbero i campi.
15 Settembre
Travestiti da rondini sul monte Tai
Negli occhi insonni delle case
larghi appena quel tanto da far da tana alla morte
ricanta il giorno
dolore immobile che ci scambiamo
per il futuro di qualche nudità colta al nemico,
non si tratta di impurità assunte dal paesaggio
corpi imparlabili, chimere con buco e pistolino
ma di frantumità assunta come causa
sfinimenti del mito,
nel deformare paniche pasture la libertà
militarmente occupa ognuna delle voglie a sè distanti
imponendo di ascoltare al lume della cenere
un delatore di crepe nella trama ammonticchiata delle Torri,
mangiando carne umana dicono si cambi destino e muso
in questo giorno undici qualunque
una carezza, un pezzo della mano, eccolo il terrore.
16 Settembre
Continuo a precipitare con loro, puntini volanti, macchie di inchiostro
sulla poesia. Fuoriuscire dalla realtà o dalla sua assenza?
" Il mondo non sarà più come prima ",in belle lettere, il personaggio cita,
il testo ripete, ma chi trasforma la logica? "Narrarono fiabe, e poi ricadder nel sonno"(Omar Khayyam )
17 Settembre
" In ogni caso, la nostra ambizione, e non altro, ci distingue. La nostra esistenza è cosa che interessa a chiunque sia sensibile al tormento dello spirito, a chi avverte quanto vi è di minaccioso nell'atmosfera del nostro tempo, a tutti coloro che intendono partecipare alle rivoluzioni, e che ci daranno i mezzi per vivere". (Antonin Artaud)
Sotto gli elmi non smettono di correre ,di aggiustarsi i capelli.
18 Settembre
Esclusioni topografiche, prudenze
massimo impreciso di antiche infanzie
il sogno del crollo delle Torri ha la mia età;
marmaglia di apparenze.
19 Settembre
Le parole non sono rimaste sotto le Torri, sono fuori, organizzate in retorica, marciano per non marcire perchè ci vuole, un po' di futurismo.
In questa sonnolenza caina si preparano le bombe. S. Sebastiano avrà le sue frecce, e con gli aquiloni arriva lo spago.
20 Settembre
Ciao come stai (io, fa lui) vorrei ambire a una risposta
e se tu dicessi o solo accennassi (io, fa lui)
potrei capire la processione di impulsi
la circolarità che ti spinge a morire,
se come stai me lo confermasse, (io, fa lui)
in amorosa anamnesi.
ancora goffredo parise
GOFFREDO PARISE
da Lontano, a c. di Silvio Perrella, Avagliano, 2002, pp.93-95.

Non molti anni erano passati (una decina) da quando lo incontrai per la prima volta in Piazza San marco ed egli sfoderò subito, in quel suo birignao, ahimè arricchito da una verruca in forma di minuscolo garofano all’angolo delle labbra, una battuta mondana: «Andiamo all’Harris Bar: fanno il più buon latte bollito del mondo». Avrà avuto venticinque anni, io ventuno. Entrambi al nostro primo libro, ma il suo si chiamava «Other voices, other rooms» ed era infinitamente più famoso del mio. Era leggermente grottesco, ma bellissimo, una strana apparizione di fata-uomo, un errore. «We talked», e nulla più, ma la sua gioventù di allora era secondo il mio parere, memorabile. Quella verruca e quell’odore di poppante!
Dieci anni più tardi, nel ’61, a New York, l’appuntamento era (d’obbligo per lui) al Morocco, un famosissimo locale notturno del jet-set, non so se tuttora esistente o coperto, invece, da tavolacce d chiusura definitiva e triste come è avvenuto per il Colony. Era di poco ingrassato e indossava un completo di velluto nero con un «fifi» verde smeraldo. Per un istante pensai a De Pisis che egli certamente non conosceva. Mi porse le guance per due sciocchi bacetti che non ottenne e mi presentò una ragazza che stava accanto a lui al bar. Salutai, non riconobbi subito, a giudicare dal vestitino assai corto di Bloomingdale, scarpe da tennis
impolverate di rosso, niente calze, capelli arruffati biondissimi e occhiali, occhiali da vista. Una ragazza di piccola statura, ma di proporzioni perfette e si sarebbe detto completamente nuda sotto quella maglietta di filo di Scozia. Pronunciò qualche parola con un impossibile birignao, il verso di un gatto e un pigolio. Le sue mani non erano splendide ma tutto il resto, seppur così modesto o impoverito, il resto sì, era splendido e solo allora la riconobbi. Era Marilyn Monroe.
Con Truman Capote erano, a loro modo, una bella coppia. La stranezza dell’uno stingeva sull’altra con una tale simmetria da far pensare a quei lillipuziani, ma non vizzi questi, anzi molto strani e belli, che lavoravano sempre in coppia nei circhi. La invitai a ballare e spuntarono inutili ed effimeri fotografi che si dissolsero rapidamente data la totale anonimia del sottoscritto. Ovvio che la guardai attentamente e non senza i palpiti di una notevole emozione. Ma, come sempre, fu emozione estetica e non sociale, come si potrebbe supporre, dato l’«humanum errare». Al contrario della sua immagine cinematografica, Marilyn, come del resto il suo accompagnatore, era un «unicum», si sarebbe detto organico, tanto da far pensare a un corpo trasparente, un po’ come le libellule, attraverso cui il corpo si vede. La voce, quel pigolio-miagolio, lo confermava e ancora una volta, come sempre, l’odore: non il profumo, bensì l’odore, qualcosa tra lo zolfo e una capretta di latte.
Accanto al bar Truman Capote accennava, come se fosse su un minipalcoscenico, ad alcuni passi di tip-tap. Non era più quello di dieci anni prima, era molto più cambiato di quanto appariva, già si intravedeva nelle labbra e nelle occhiaie la serie dei rigonfiamenti e di crolli che sarebbero venuti dopo. Mai come quello di Marilyn, fragilissima compagna di un piccolo ballo, che fu immediato, fatale e innalzò il mito di quella realmente mitica Ofelia, ma pur sempre crolli. Nel ’51 beveva solo latte bollito dell’Harris Bar, nel ’61 già erano iniziate altre bevande, molto più micidiali di qualunque bevanda, oggi una fotografia mi è impossibile guardarla. Ma restano sempre intatte le sue «voices», le sue «rooms», le sue costruzioni stilistiche del colore della rosa o una sola parola – Tiffany – a ricordare non il gioielliere ma lui.
recensione
Ripubblicato da Icaro il romanzo storico di Rocco Aprile
“IL SOLE E IL SALE", TRA FERITE E RISCATTI
di Rossano Astremo
Pubblicato una prima volta nel dicembre del 1987 dal circolo culturale Ghetonìa, “Il sole e il sale”, romanzo storico di Rocco Aprile, figura essenziale del movimento di riscoperta delle tradizioni greco-salentine, rivede la luce grazie all’interessamento della casa editrice Icaro. La vicenda descrive la vita che si svolgeva a Calimera prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, fra il 1936 e il 1945. L’idea di scrivere un lungo racconto che rispecchiasse la quotidianità locale e testimoniasse la lingua di Calimera è stata suggerita ad Aprile da due insegnanti di lettere della scuola locale. L’iniziale intento didattico ha lasciato poi spazio alla vena creativa dell’autore, che nelle sue pagine crea un suggestivo affresco nel quale riesce a tratteggiare un’intera comunità, con tutte le sue debolezze, le sue tradizioni e la sua lingua. Il romanzo racconta la storia della famiglia di Ntoni, nome d’ispirazione verghiana, carbonaio sposato con Ndata, genitori di sei figli, due dei quali, Pippi e Cia, ricoprono un ruolo di primo paino nello sviluppo dell’azione narrativa. Nella prima parte del romanzo Aprile rappresenta un ambiente rimasto immobile nei secoli, con le sue credenze e i suoi costumi, spazzato via, poi, dall’avvento dell’immane conflitto, che verrà descritto con ottime puntualizzazioni storiche nell’ampia seconda parte. In un primo momento Ntoni manifesta enormi difficoltà nel reperire il denaro necessario per il sostentamento del sempre crescente nucleo familiare. Successivamente decide di spostare il centro dei suoi affari a Lecce, portando con sé i figli più grandi, e lasciando a Calimera Ndata con i due ultimi nati. Il trasferimento dal piccolo centro agricolo alla grande città determina uno stravolgimento nella vita di tutta la famiglia. Gli affari vanno a gonfie vele, a ciò si aggiunge l’incontro di Ntoni con una nobile signora leccese, Donna Giuliana, il cui marito, medico, perderà la vita nel corso della guerra. Con Donna Giuliana Ntoni intreccerà una torbida relazione di pura e sfrontata passione. Lo stesso Ntoni, assieme ad un incontenibile soldata americano, Peter, avvierà un redditizio commercio, quello di giovani ragazze da avviare alla prostituzione. L’unica a non accettare la logica del cambiamento in atto è Ndata, distrutta dal diffondersi delle voci di paese sui continui tradimenti del marito, che viene costretta a trasferirsi a Lecce solo per aiutare Cia, innamoratasi perdutamente di Peter e in attesa di un bambino. Un magma narrativo difficile da contenere quello messo in moto da Aprile, con continuo stravolgimento del punto di vista nella cui ottica la narrazione è condotta. Un romanzo storico intenso, nel quale vengono messe in campo le ferite e i dolori di una terra sempre pronta al riscatto, mai arrendevole, pur nelle congiunture storiche più negative. Una narrazione fluida, semplice, coinvolgente, mitopoiesi nella quale si rispecchiano i sopravvissuti di quegli anni di conflitti, decadenze e miserie.
segnalo
ALL'INTERNO
anno I - n. 2, luglio-settembre 2006
Gabriele Dadati - Stefano Fugazza, Editoriale
Antonio Iovane, L'ultimo show
Stefano Fugazza, Incontro con Antonio Iovane
Flavio Arensi, Andrea Martinelli
Presentiment - is that long Shadow - on the Lawn
Alcìde Pierantozzi, Letture pasoliniane. Salò e la poetica dello sfruttamento intellettuale
Antonio Gurrado, Letture pasoliniane. Adversus Progressistas
Francesca Mazzucato, Dialoghi intimi col mio dietologo
Claudia Gian Ferrari, Sulla figura di Filippo de Pisis
Filippo de Pisis: scrittore per scelta
Michela Scolaro, Sulla figura di Filippo de Pisis
Assoluto e relativo
Massimo Gezzi, Poesie
Gianfranca Lavezzi, Nota sulla poesia di Massimo Gezzi
Rossana Bossaglia - Elena Pontiggia
Milano 1926. A ottant’anni dalla I Mostra di Novecento Italiano
Alcìde Pierantozzi - Gabriele Dadati, Due lettere
anno I - n. 1, aprile-giugno 2006
Gabriele Dadati - Stefano Fugazza, Che cos’è Ore piccole
Pablo Echaurren, Chiamatemi Pablo Ramone
Gabriele Dadati, Incontro con Pablo Echaurren
Stefano Fugazza, Alessandro Papetti. Il disagio e il piacere della pittura
Giovanni Choukhadarian, L’eredità di Italo Calvino. Il mare di carta
Giulio Mozzi, L’eredità di Italo Calvino. Mi ricordo…
Gabriele Dadati - Gianluca Morozzi, Festa mesta
Marzio Dall’Acqua, Sulla figura di Antonio Ligabue. La fuga di Ligabue
Giorgio Segato Sulla figura di Antonio Ligabue. Tra mito e speculazione
Laura Pugno, Poesie
Federico Francucci, Nota sulla poesia di Laura Pugno
Davide Brullo, Celebrando Luzi (forse) e i senatori di Svezia
Piergiorgio Bellocchio, Cinque pezzi facili










Ultimi commenti