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il libro dell'estate

di vertigine (22/08/2006 - 14:50)

WALTER SITI: TROPPI PARADISI

di GIUSEPPE GENNA

Troppi paradisi nella terra in cui, da tempo, di paradiso non si scorge l'ombra. Il titolo ironico (no: sardonico) del nuovo romanzo-mondo di Walter Siti è, come spesso accade per certi libri fondamentali, tutto il testo e la struttura che lo sostanzia. Non c'è soltanto il cinismo, il disincanto, la cattiveria che ride al pari della morte; c'è anche l'ombra di una speranza che si erige su ceneri attive (radioattive) di una memoria che è esperienza consumata, la traiettoria del degrado di un tempo, di una nazione, dell'occidente tutto - e di sé.
Complesso, strutturatissimo, scritto con una lingua capace di un'ampiezza di spettro impressionante - dall'aulico-sublime al basso-parlato, spesso entrambi i registri giocati sul comico, quando non sul drammatico meditativo o sul saggistico -, Troppi paradisi è in assoluto il primo esempio di postmodernism in Italia da molti anni a questa parte: non sfiorando mai, se non in un punto preciso, che merita trattazione a sé - il tragico, trova una forma per il tragico nella contemporaneità. Questo è ciò che la critica italiana non ha mai compreso, citando un postmoderno che non è mai stato l'equivalente del postmodernism angloamericano. Siti riesce nell'impresa, aggiungendo ciò che agli angloamericani non riesce: stende un romanzo che può dirsi pensiero in movimento e che commuove.

Troppi paradisi nella terra in cui, da tempo, di paradiso non si scorge l'ombra. Il titolo ironico (no: sardonico) del nuovo romanzo-mondo di Walter Siti è, come spesso accade per certi libri fondamentali, tutto il testo e la struttura che lo sostanzia. Non c'è soltanto il cinismo, il disincanto, la cattiveria che ride al pari della morte; c'è anche l'ombra di una speranza che si erige su ceneri attive (radioattive) di una memoria che è esperienza consumata, la traiettoria del degrado di un tempo, di una nazione, dell'occidente tutto - e di sé.
Complesso, strutturatissimo, scritto con una lingua capace di un'ampiezza di spettro impressionante - dall'aulico-sublime al basso-parlato, spesso entrambi i registri giocati sul comico, quando non sul drammatico meditativo o sul saggistico -, Troppi paradisi è in assoluto il primo esempio di postmodernism in Italia da molti anni a questa parte: non sfiorando mai, se non in un punto preciso, che merita trattazione a sé - il tragico, trova una forma per il tragico nella contemporaneità. Questo è ciò che la critica italiana non ha mai compreso, citando un postmoderno che non è mai stato l'equivalente del postmodernism angloamericano. Siti riesce nell'impresa, aggiungendo ciò che agli angloamericani non riesce: stende un romanzo che può dirsi pensiero in movimento e che commuove.

Accenni vaghi alla trama, che potete reperire altrove facilmente. Il protagonista è Walter Siti, l'uomo, il critico, l'intellettuale, il temuto barone della lobbydella Normale di Pisa, il curatore degli scritti pasoliniani, il gossipparo che è capace di sputtanare chiunque (vedasi il secondo exergo del libro, un passo da una lettera del responsabile einaudiano Ernesto Ferrero: "Faccia il mostro, e non rompa le scatole"): la maschera Walter Siti, in pratica, sorretta con entusiasmo disincantato e difensivo fino alla stesura di questa cronistoria tutt'altro che dolce, che è la vicenda di come la maschera si corroda, per congestione, per stanchezza, per troppo di mondo. In questa postura precisa della stanchezza, Siti raggiunge d'un balzo l'estrema avanguardia della narrativa italiana, cioè il nuovo ragionamento sull'io che delira e allucina il mondo, nell'incertezza della percezione non tanto come rappresentante di oggettività o, all'opposto, di relativismo che libera poetiche dell'assurdo, quanto di apertura alla domanda su cosa sia in sé, quali porte spalanchi (e senza stupefacenti che non siano le storie, la moltitudine di storie in digressione infinita) il semplice fatto di percepire.
Andrà letto sotto questa lampadina dal filo di tungsteno malcerto, il memorabile incipit ("Mi chiamo Walter Siti, come tutti"). Memorabile, perché plagio, e perché plagio dichiarato qualche pagina dopo. Non viene dichiarato l'originale: è il "Je m'appelle Érik Satie comme tout le monde". Da questo movimento di fac-similazione della letteratura, sortisce il medesimo movimento che rovescia la realtà in un'indistinzione tra verità e falsità, che ha perno sull'io, ontologicamente rappresentante di vero e falso: il professore universitario Walter Siti condivide una relazione omosessuale di stampo quasi coniugale con Sergio, uno dei personaggi letterari più indimenticabili di questi anni romanzeschi italiani. Operatore nel complesso retromondo della tv, Sergio attraversa una tundra cospiratoria via via comica, grottesca, a rischio psichico; e in parallelo, mentre degenera e risorge causticamente dimidiato nel mondo del piccolo schermo, ne segue l'andamento e il ritmo il disfacimento della relazione stessa con Walter Siti, scrutatore mai attonito della giungla complottista in cui le scimmie antropoidi passano da reality a format alternativi. E' un decadimento della passione, della libido il cui impulso è stato comunque istituzionalizzato (nel rapporto con il proprio compagno) - allegoria di una grave meditazione sulla fine di se stessi e della società in cui si vive. La libido non è governabile e la scommessa di Siti si sgretola in maniera commovente secondo le tappe per cui la libido stessa, dopo l'illusione della sua praticabilità in calma (che sarebbe l'auspicato esito della sua istituzionalizzazione), non si scatena nuovamente, poiché il tempo è passato, sopravviene una bruma di non mattutina stanchezza, si cercano attraverso una disperata volontà le antiche frenesie, trasformandole nella loro parodia, qui resa attraverso fibrillazioni e isterie (nel senso protofreudiano del termine). La realtà è che l'io ha varcato una soglia fatale e nessun cinismo, nessuna delle usate (abusate...) difese, cinismo in primis, vale più a sostenere il piacere come principio di realtà: è la saturazione della libido.
Accenni vaghi alla trama, che potete reperire altrove facilmente. Il protagonista è Walter Siti, l'uomo, il critico, l'intellettuale, il temuto barone della lobbydella Normale di Pisa, il curatore degli scritti pasoliniani, il gossipparo che è capace di sputtanare chiunque (vedasi il secondo exergo del libro, un passo da una lettera del responsabile einaudiano Ernesto Ferrero: "Faccia il mostro, e non rompa le scatole"): la maschera Walter Siti, in pratica, sorretta con entusiasmo disincantato e difensivo fino alla stesura di questa cronistoria tutt'altro che dolce, che è la vicenda di come la maschera si corroda, per congestione, per stanchezza, per troppo di mondo. In questa postura precisa della stanchezza, Siti raggiunge d'un balzo l'estrema avanguardia della narrativa italiana, cioè il nuovo ragionamento sull'io che delira e allucina il mondo, nell'incertezza della percezione non tanto come rappresentante di oggettività o, all'opposto, di relativismo che libera poetiche dell'assurdo, quanto di apertura alla domanda su cosa sia in sé, quali porte spalanchi (e senza stupefacenti che non siano le storie, la moltitudine di storie in digressione infinita) il semplice fatto di percepire.
Andrà letto sotto questa lampadina dal filo di tungsteno malcerto, il memorabile incipit ("Mi chiamo Walter Siti, come tutti"). Memorabile, perché plagio, e perché plagio dichiarato qualche pagina dopo. Non viene dichiarato l'originale: è il "Je m'appelle Érik Satie comme tout le monde". Da questo movimento di fac-similazione della letteratura, sortisce il medesimo movimento che rovescia la realtà in un'indistinzione tra verità e falsità, che ha perno sull'io, ontologicamente rappresentante di vero e falso: il professore universitario Walter Siti condivide una relazione omosessuale di stampo quasi coniugale con Sergio, uno dei personaggi letterari più indimenticabili di questi anni romanzeschi italiani. Operatore nel complesso retromondo della tv, Sergio attraversa una tundra cospiratoria via via comica, grottesca, a rischio psichico; e in parallelo, mentre degenera e risorge causticamente dimidiato nel mondo del piccolo schermo, ne segue l'andamento e il ritmo il disfacimento della relazione stessa con Walter Siti, scrutatore mai attonito della giungla complottista in cui le scimmie antropoidi passano da reality a format alternativi. E' un decadimento della passione, della libido il cui impulso è stato comunque istituzionalizzato (nel rapporto con il proprio compagno) - allegoria di una grave meditazione sulla fine di se stessi e della società in cui si vive. La libido non è governabile e la scommessa di Siti si sgretola in maniera commovente secondo le tappe per cui la libido stessa, dopo l'illusione della sua praticabilità in calma (che sarebbe l'auspicato esito della sua istituzionalizzazione), non si scatena nuovamente, poiché il tempo è passato, sopravviene una bruma di non mattutina stanchezza, si cercano attraverso una disperata volontà le antiche frenesie, trasformandole nella loro parodia, qui resa attraverso fibrillazioni e isterie (nel senso protofreudiano del termine). La realtà è che l'io ha varcato una soglia fatale e nessun cinismo, nessuna delle usate (abusate...) difese, cinismo in primis, vale più a sostenere il piacere come principio di realtà: è la saturazione della libido.

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racconti su coolclub.it

di vertigine (22/08/2006 - 13:57)

Eccomi nuovamente qui. Ciao a tuti. Sul'ultimo numero cartaceo di Coolclub.it dal titolo Apunti d'estate, ci sono molti racconti carini. Il mio è stato tagliato per un errore di impaginazione, ma potete leggerlo qui. Sotto potete leggere quello di Eva Clesis.

Eva Clesis

Non dovresti vedermi così

Detesto la domenica e ciononostante non credo di essere, come il fiero che lo asserisce, una dei pochi a provare questo sentimento di ripulsa. Col tempo e l’orecchio prestato alle conversazioni degli altri, ci si accorge che è diventata una cosa sempre meno originale e più normale. Ti svegli troppo tardi, t’attardi a farti il bagno, vorresti dormire ancora ma i tuoi occhi montano la guardia alle sette precise, la stessa ora in cui dovresti alzarti nei giorni lavorativi, senza poter incolpare il suono della sveglia, muta, perché in realtà il tuo orologio biologico è come il tuo gatto, non capisce mai quando puoi dormire e non deve venire a scassarti le balle. Il resto delle tre ore lo passi a letto in giri e rigiri sperando di vincere l’impulso d’andare a far pipì, tragico errore, la volontà di dominare il nostro io fisiologico impedisce di riaddormentarci. Alle undici ti risveglia l’odore del sugo di carne, del ragù della vicina. Tu di tuo non hai ancora fatto un cazzo, la casa è semplicemente un disastro, tua madre che è l’esse-esse di tutte le massaie del mondo t’ha cresciuta fin da bambina con il gusto della bolognese e delle polpette fritte, delle lasagne al forno e della torta di mele ancora calda. Se solo sapesse. Ma tu già sai che lei sa. In fondo. E che sempre e comunque, nella tua vita da donna single, ti biasima. Diversa ti sembra la domenica degli altri, le levate mattutine per fare il bucato e lucidare l’argenteria, gli uomini a spasso coi propri figli, e c’è chi va a fare colazione e poi sosta in piazza fino all’ora di pranzo, accompagnato da più della metà del paese in cui vivi. Per farti forza e non pensare ai tuoi occhi iniettati di sangue, bevi il primo caffè e intanto accendi la televisione, che programmi orrendi, solo saghe famigliari, cuochi in odor di risotto e revival di vecchie canzoni sulla bocca di ventenni soubrette. Ti rassegni e ti forsenni fino al tuo restauro e all’abbuffata del gran pranzo, per fortuna ti invitano i tuoi, il resto del giorno è già morto, sei satolla e timorosa di esserlo, ti imponi una dieta disintossicante dal successivo lunedì. Così il morale si alza e già che ci stai guardi Colombo. Poi si va al cinema e si lavora il giorno dopo. Stop. Tutto daccapo per una settimana. E’ proprio un gran riposo. Non avendo concluso niente, ti riprometti che la domenica successiva sarà diverso. Lo giurasti, la vincerai. E magari ce la fai davvero. Come me che una domenica mi alzai alle sei del mattino per preparare i ravioloni ricotta e funghi (stavolta avevo invitato io i miei a pranzo. Messa in funzione la lavatrice con dentro un paio di mutande, e solo per far contenta mia madre. Figlia prodigio, con il resto della roba sporca stivata dentro gli armadi che ho la massima cura di non farle aprire, questo PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO!). Mi ci volle un’ora solo per montare la macchinetta per fare la sfoglia, un aggeggio infernale, ho visto in giro dei nuovi modelli con il motorino dentro, una dinamo che ti evita di girare la manovella (che, nel vetusto modello a mano, cade in continuazione con un rumore pesante. Giuro, una volta riuscì a scheggiare una piastrella del pavimento della cucina. In quella occasione vivevo ancora dai miei, perciò quella non era propriamente la mia cucina. Mia madre iniziò a urlare, le dirimpettaie si sporsero dai rispettivi balconi fiorati per capire se c’era o no scappato il morto), ma diffido di questi funzionamenti e ogni volta mi rassegno all’olio di gomito e al gomito del tennista. Montata la macchinetta, iniziai a occuparmi del ripieno. Giunta all’operazione clou dell’ adesso-da-brave-facciamo-la-pasta, ero così conciata: capelli rossi tenuti su con forcine e un fazzolettone a quadretti che uso quando cucino, sistemato a paracadute, stile cuffietta della nonna; pigiamone (che volete, sono un tipo freddoloso) rosa a trapuntina, taglia extralarge (ma io, piccoletta, ci sparisco dentro), con ricamato sul petto l’idillio di due topini gigi in atteggiamento amoroso sulla panchina; grembiule bianco sul pigiamone, rigorosamente macchiato ancor prima di cominciare a cucinare; calze di lana e le babbucce pelose con i conigli, che stoici subiscono gli attacchi sensuali del mio gatto, e uno dei due nella battaglia una volta ci ha rimesso un occhio di plastica e un pezzo di orecchio, a nulla sono valse le mie cure, del resto con ago e filo sono un’autentica schiappa. Ero lì, palmo aperto a prendere la sfoglia sottile man mano che questa usciva dalla macchinetta infernale (che, dimenticavo, è stata d’ispirazione per un romanzo di Stephen King…) per poi adagiarla su ripiano di legno, quando d’un tratto sentii suonare alla porta. Chi cacchio è adesso, il genitore, la genitrice e il fratello della suddetta, noo, non può essere, controllai l’orologio, già le dieci, troppo presto per loro, troppo tardi per i testimoni di geova… Preoccupata, andai ad aprire, dimentica del mio stato, le mani sporche di uova e farina. Era un mio vicino di casa, il bellissimo ragazzo del piano di sotto: sua madre l’aveva mandato a chiedermi una busta di panedegliangeli, doveva fare il ciambellone e se n’era dimenticata. So che voleva dirmi questo, che avrebbe voluto, se solo avesse smesso di ridere. Beh, che c’è? Perché?Sto così male? Vuoi dirmi che non sono sexy? Lo so, puzzo di funghi… Ma non dovevamo uscire una di queste sere, io e te, eh? Non mi avevi detto che mi dovevi far sapere? Non ho il coraggio di chiedergli queste cose, certo che se lui m’avesse invitato in quella circostanza, beh, era fatta, peggio di così non avrei potuto essere, solo meglio. Invece niente, finisce di sghignazzare e io gli do il lievito, ho il cuore in frantumi, il vicino mi piaceva, avevo una mezza cotta, era uno dei motivi per cui continuavo a vivere in quel quartiere, a pagare quell’affitto salato. Cosa stai facendo, cucinavi, scusami, mmh… ti ho disturbata? Grugnisco che non è niente, stavo solo facendo i ravioli… Lui non pare sorpreso, si gira e se ne va, prima mi lascia con un ci vediamo pochissimo convincente, un ci vediamo che puzza di formale, di tanto per dire che ci vediamo. Vedi che la domenica è un giorno detestabile, che se il vicino fosse passato da me un altro giorno non mi avrebbe mai vista così.Chiusa la porta, raccattai la manovella, scrutai il pavimento e mi rimisi al duro lavoro.

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