Ciao sono vertigine
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono manduria

Agosto 2006

DLMM GVS
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Agosto 2006

racconti su coolclub.it

di vertigine (24/08/2006 - 09:32)

Questo racconto di Nicola Lagioia è uscito su Appunti d'estate, ultimo numero cartaceo di Coolclub.it

Nicola Lagioia

L’utilità e il danno della Storia per la vita

 Il 18 aprile 1820, mentre Silvio Pellico viene alle mani con la polizia austriaca e il poeta John Keats trova nella tubercolosi un magnifico espediente per morire a Roma, lontano da tutto, nel cuore dell’Atlantico, l’imperatore dei francesi, dopo avere trascorso un’intera giornata tra cielo e mare nell’ostinata contemplazione della linea dell’orizzonte, consumato dal cancro e reso folle dalle emorroidi concepisce il progetto di una festa grandiosa da tenersi proprio lì, sul suolo infame di Sant’Elena, protettorato inglese e suo ultimo rifugio terreno. Ogni mattina, da almeno cinque anni, Napoleone convoca il fido Las Cases per dettargli le sue memorie. Nell’atto di evocare la Campagna d’Italia, le spedizioni in Egitto, la battaglia di Austerlitz, il vecchio generale non riesce a ritrovarsi nelle proprie parole. Come è possibile che un solo uomo abbia potuto tanto? A fronte del silenzio e della solitudine dell’isola, come è possibile che ventimila bocche abbiano urlato in una sola voce Vive l’Empereur!, che a Waterloo il sole sia tramontato sulla carcassa di centomila soldati, che il code civil abbia tracciato il solco in cui il pensiero giuridico occidentale è destinato a confluire, che la battaglia di Marengo, definitivamente persa la mattina, fu vinta poi nel pomeriggio? Piegato in due dalla gotta, dalla tosse, dal misterioso riaccendersi della sifilide, Napoleone detta a Las Cases: “Il 14 novembre 1805 giungemmo a Vienna” e sente spalancarsi un vuoto insanabile tra i protagonisti delle imprese raccontate e la sua attuale persona. Nello stesso tempo, la circostanza che quelle mani gonfie e tremanti abbiano un giorno davvero sollevato la corona di Francia lo riempie di un orgoglio sempre più vuoto e degenere. Tali vertiginose sensazioni – incredulità di se stesso rispetto al mondo e del mondo rispetto a se stesso – gli intaccano definitivamente la ragione. Giocando d’anticipo sulla follia di milioni di uomini Napoleone Bonaparte, il 18 aprile 1820, arriva a credersi se stesso. È allora che immagina di convocare la sua piccola schiera di fedelissimi allo scopo di organizzare, a poco più di un anno dalla morte, la più colorata, sfarzosa, disinibita festa che l’isola di Sant’Elena abbia mai visto. Una festa volgare, eccessiva, la temporanea rivincita dell’uomo sulla noia agghiacciante della natura incontaminata. Una sagra della primavera rovesciata di significato. Una musica che si diffonde e brilla dalle finestre aperte – violini dalle corde d’argento, bicchieri scagliati continuamente sul pavimento, vecchi ammiragli occupatissimi a intonare Smanie implacabili e donne in veste di tenore –, un brulicare di lanterne nella notte, scambi di anelli, di misteriose scatole con doppio e triplo fondo, di frasi oscene, giri di valzer, di mazurka, improvvise esplosioni di danze ungheresi mentre il più loquace cuoco della Compagnia delle Indie intrattiene gli ospiti con deliziosi aneddoti sul papavero da oppio e la baronessa de Crècy, già Klossowski, già Romanov, allontanata dalle corti di mezza Europa e approdata anche lei ai margini della civiltà, accetta continuamente inviti alla toilette e allunga lo champagne col frutto prestigioso della propria natura. Una festa in maschera insomma, religiosa e blasfema, alla maniera del vecchio Settecento veneziano in cui Napoleone, vestito da Napoleone, torni a indossare per un’ultima volta l’uniforme da generale. E le urla, le risate, non supererebbero il raggio di un chilometro. Inghiottite dal buio della notte, non giungerebbero all’orecchio degli odiati carcerieri. Non varcherebbero l’Oceano. Non toccherebbero l’Europa, dove la macchina della noia e del risentimento trasformerebbe la singola testimonianza in uno sciame di dicerie, riverserebbe le dicerie in una cronaca del tempo, e poi in un saggio storico, e in una biografia, e avanti, ancora avanti, nero su bianco, ad uso delle future generazioni. Invece no. Non resterà nulla di questa farsa, considera Napoleone in una curva mostruosa degli occhi, sarà la prima azione della mia vita a non produrre alcun effetto sulla Storia. Ed ecco. Nello spazio angusto di un simile ragionamento Napoleone riuscirebbe a salvarsi. Stanco, malato, fuori di sé, sfigurato dal travestimento, al centro di una festa di cui nessuno verrebbe mai a sapere niente, l’imperatore dei francesi sarebbe definitivamente perdonato. Bianchi come un agnello. Lisci e perfetti come una biglia di porcellana. Sono soltanto gli eventi ammazzati sul nascere – ciò che è successo senza lasciare dietro di sé memoria o conseguenze – a presentarsi già assolti davanti al tribunale del Tempo.

Vota questo post

un racconto

di vertigine (24/08/2006 - 09:15)

 
Gli amici della Canottieri Lazio
[una fiction dai primi anni '90]

di Christian Raimo

Giochiamo a calcetto il giovedi'. A parte ieri che era partita di torneo, in genere e' dalle undici a mezzanotte, sul campo coll'erbetta vera, che manco a Manchester ce l'hanno cosi'. Siamo sempre i soliti piu' o meno, con alcuni ci conosciamo dall'universita'. Le squadre anche, sono pressappoco le stesse, e ormai si sono standardizzati anche i ruoli, i nomignoli, e il gergo dello spogliatoio. Io sto in porta, e gli altri che stanno con me sono Attilio, Cesare dietro, Renato e Giovanni davanti.
Ho fatto il conto che in vent'anni che giochiamo tutte le settimane, ci saremmo fatti quasi cinquecento partite. Comunque e' Giovanni che tiene le statistiche, le medie gol, e mi mostra ogni volta un grafico aggiornato al computer.
E' l'unico carcolo per cui nun devi trova' un magheggio, gli ha fatto qualche settimana fa Renato. Giovanni e' un avvocato fiscalista: il migliore a Roma probabilmente, potrebbe far passare il sultano del Brunei per un bengalese che ti vende l'aglio. A dare retta alla sua strepitosa capacita' di mitopoiesi di palle, pure Bill Gates, quando e' venuto in visita in Italia, voleva conoscerlo che aveva sentito parlare di lui dal suo entourage come: "the brain", il cervello.
La nostra squadra si chiama Sogno, cosi' semplicemente. Il nome e' venuto fuori sia per via della moglie di Cesare, che c'erano le donne pure loro quando abbiamo deciso il nome, e Cesare per fare il coglione se ne usciva con: Decima Mas o Nucleo Nero, stronzate cosi', e lei giustamente si incazzo' perché si era presa l'incarico di andare da un suo amico sarto a farsele confezionare (perché mi dovete far fare sempre figure del cazzo, ma qualcosa di umano non lo sapete scegliere?). E quando Attilio ha tirato fuori Sogno, e' stato bene a tutti. Ovviamente, a capire che e' un riferimento al suo idolo, Edgardo Sogno, chi eravamo? Forse io e lui, piu' Cesare certo.
Col fatto che ormai abbiamo preso tutti a lavorare pesante e pesante sul serio, loro avvocati con le consulenze, i fallimenti grossi, i clienti all'estero, io co' st'affare di Tangentopoli che ogni giorno ne succede una, immaginavo avremmo perso l'abitudine della partita settimanale. Invece e' stato il contrario, si e' diventati intransigenti. Chi da' forfait per ragioni leggere, passa per uno stronzo. Cosi' e' stato per due mesi con Renato. Che doveva seguire il processo di non so che appalto per lo smaltimento dei rifiuti e diceva che doveva studiare le carte la notte. Ovviamente si e' rivelata una scusa del cazzo, che la verita' era che intrescava con una che non ci voleva far conoscere. Tale Ornella, sarda d'origine, pare pure amante di Craxi da giovane.
Ma il puntiglio di Cesare, che e' il capitano, ha ormai una formula a se stante: E' 'n'ora a settimana, soltanto 'n'ora a settimana. Che poi logicamente non e' soltanto un'ora, perché finita la partita e le docce, ti fai la cena, quattro chiacchiere, con Attilio che c'ha una logorrea che pare sta a fa' l'arringa per salvare il culo a un serial-killer. Non e' che fa l'avvocato, e' un avvocato. Pure quando scopa, devi immaginare che si mette a convincere la moglie a fargli una pompa.
Guarda che lo sappiamo che sei un figlio di puttana, gli ho fatto una volta, c'ho le foto tue che ti abbracci a Provenzano!
E lui m'ha detto: Scommettiamo che te la rimedio 'na foto.
'Na foto di Provenzano?
Cinquanta milioni che te a' rimedio.
Cinquanta milioni so' un botto, famo dieci.
Seh, la pago io venti!
Alla fine questa famosa millantata foto recente di Provenzano non l'ho mai vista, ma in compenso tempo dopo c'ha portato una foto assurda che non so come si e' riuscito a procurare, amici suoi del cazzo che c'ha in Vaticano, oppure un fotomontaggio fatto molto bene: insomma, una foto del Papa in mutande. Non faceva mica ridere, un'impressione anzi.
Io lavoro come giornalista, adesso sono tornato alle note politiche del Tempo. Qualche anno fa quando non si sapeva manco chi cazzo eravamo, sembrava che io fossi io quello che aveva svoltato: il pupillo di Gianni Letta. Gli editoriali di prima pagina a ventott'anni. Poi mi hanno chiesto se andavo a fare il direttore di un giornale doveva essere il giornale della nuova classe imprenditoriale di Roma e Milano messe assieme, ma alla fine si e' scoperto che quelli che ci dovevano mettere i soldi erano Ligresti e Caltagirone, due che non si sono mai potuti vedere, ed e' andato tutto a puttane. Quindi, e' saltata fuori l'opportunita' di fare il vice all'Indipendente, il giornale della seconda repubblica. Che se e' arrivato al secondo mese di vita e' gia' stato tanto. Morale: sono ritornato al Tempo che adesso pero', sono bastati quattr'anni, se glielo chiedi all'edicola pare che stai chiedendo il giornale dei poveracci e delle massaie.
Quello che ha svoltato, in definitiva, sicuro non sono io. Del resto, perché l'orario delle partite e' slittato da un orario umano fino alle undici? Perché adesso Cesare s'e' messo a fare politica, anche se non ancora esplicitamente, ma pare che prima o poi 'sto partito uscira' allo scoperto. E se prima conosceva gia' uno sfacelo di persone, mo' pare che sono stati tutti in classe sua alle elementari. C'e' gente mai vista e conosciuta, personaggi improbabili, ragazzette di vent'anni tipo caraibico brasiliano - che in confronto i nani e le ballerine era gente di gusto - che vengono a fare il pubblico della nostra partita settimanale. Si siedono la' sugli spalti con queste facce assonnate, che paiono veramente che hanno perso una scommessa. Cesare fa proprio il boss, manco le guarda, e poi quando e' finita la partita, se gli girano bene, si avvicina. Le prime volte pensavo che fossero amici di quegli altri, della squadra avversaria, ma quando ho visto la stessa gente che tornava, gli ho chiesto a lui e m'ha spiegato che non sa piu' dove ricevere la gente che gli chiede favori e favorini e allora dice di passare alle undici da noi il giovedi', pensando di dissuaderli, ma quelli figurati, ti darebbero il culo, figurati se non possono mettersi a fare i tifosi.
Il bello e' che tutta questa gente non ha capito che il vero mago onni-risolutore qua in mezzo a tutti e' Attilio. Che e' a lui che gli devi portare i doni votivi. Lui gli dai cento milioni, e tempo tre mesi ti torna con un miliardo e mezzo. Non si sa come fa: investe all'estero, gioca al casino', vende enciclopedie, spaccia, comunque e' una macchina. Quando ho provato a capire come riesce a fare Re Mida, m'ha detto: Io non faccio 'n cazzo, e' la lira che se svaluta. E io c'ho tutte 'e valute tranne le lire!
E' una persona straordinaria, assolutamente al di sopra della media, che si sa godere la vita come nessuno che io conosco. Uno che capita che magari, qualche notte dopo il calcetto, ti dice: Se famo un giro a Lugano? Se famo 'na puntata a Montecarlo? Ti convince, sveglia l'autista, che un po' smadonna un po' s'arrapa dell'idea di farsi 700 kilometri a 200 all'ora e carica in macchina me e Giovanni, e andiamo a giocare al casino' fino a mattina. Lui perde come un addannato, ma non gliene frega un cazzo, perché la maggior parte dei soldi glieli copre il casino'. Appena arriva lui, il gioco si triplica, il tavolo suo sembra che c'ha il miele, e' logico che lo sponsorizzano in pratica. E' uno showman del gioco, blatera sempre ad alta voce, si mette a declamare le sue teorie sui numeri che sono vere e proprie concezioni del mondo. Collega tutto, la borsa, la kasbah o come cazzo si chiama, la teoria ebraica dei numeri. Mi ricordo una volta che girava come un pazzo tra dieci tavoli e urlava: Er due! Er due! E' la congiunzione indiana.
Ma la cosa sua piu' affascinante e' che dovunque va per strada, in una hall dell'albergo, all'autogrill, si imbatte in qualcuno che conosce, e non sembra neanche che sia un caso, sembra che ci sta gente che lo segue per tutta Italia. Cesare in confronto e' un pivello, perché la gente che lo conosce sono tutti questuanti, sudditi del suo potere; mentre Attilio sembra veramente un Al Capone: si ferma a chiedere indicazioni per strada e chiama la gente per nome.
Ieri era la prima partita, quella di inaugurazione del torneo, qua ai Canottieri Lazio. C'era una folla grossa di vip e vippini, che magari non sa nemmeno le regole base del calcetto, ma si fomentano tutti come ragazzini. A essere onesti ieri io ho giocato veramente una partita del cazzo. Ho preso certi gol da buffone che neanche Zoff coll'Olanda nel '78, quando disse in un'intervista che non ci vedeva da lontano, e allora gli olandesi presero a tirare in porta solo da venti metri minimo. Negli ultimi giovedi' spesso e' capitato che siamo finiti sotto di tre o quattro reti, e dopo la partita, per il gelo di queste sconfitte venute fuori dal niente, neanche siamo andati a prenderci una cosa per commentare al solito. E Attilio m'ha detto che se devo venire a giocare cosi' tanto vale che non vengo. Ma ieri era torneo, e abbiamo perso sette a due. E a parte due quasi-autogol, ho sbagliato praticamente ogni passaggio, sembravo facessi apposta, per ripicca, per gusto del bastian contrario, non si sa: tiri a cucchiaietta, mi sono messo a fare dribbling davanti alla porta, palloni persi che neanche Andrade, rinvii direttamente in fallo laterale. Non ho idea sul serio di perché stavo cosi' fuori di testa, neanche a dire che avevo preso qualcosa perché avevo pippato ma giusto un quartino e la mattina poi. L'unica giustificazione che riesco a darmi e' l'emozione, perché ero davvero emozionato: la prima partita di torneo, tutti gli spalti strapieni, pure la mia ex-moglie che sembrava stesse in serata favorevole, non lo so. Ed era del tutto legittimo che Cesare desse di matto negli spogliatoi. Che mi insultasse anche, che prendesse a pugni le cose. L'unica cosa che non mi e' andata giu' e' quando ha detto che se non vali un cazzo manco come giocatore che cazzo te teniamo a fa'.
O' bello, gli ho detto, guarda che io t'ho parato il culo tante di quelle volte che se non c'ero io 'a sto punto stavi a fa' il trans a Boccea.
Sei proprio l'ultimo degli stronzi, m'ha fatto.
Te manco c'arrivi a' esse 'no stronzo, gli ho risposto. Se fanno selezione all'ingresso te scartano.
Si vede che ti piace prenderlo al culo che t'inculi da solo. Lo sai che sei fuori, lo sai, ma no dalla squadra. Sei fuori dar circolo. Sei fuori da tutto. Da Roma sei fuori. Se vuoi fatte 'na vita tranquilla, mejo che cominci a pensa de' compratte 'na casetta a Mentana.
Ora, ho fatto passare ventiquattr'ore, ma devo fare ancora sbollire la rabbia. Perché senno' la sola reazione che mi viene e' andare li' e' sparargli, anzi spaccargli la faccia col calcio del fucile. Quella faccia da cazzo sua, da bulletto di quartiere con le rughe. Invece la decisione piu' saggia e' aspettare un po', far rientrare la cosa, e' cominciare a fare memoria. Ricordarsi tutte le cosette giorno per giorno.
Quei pacchi che sembrava Natale con mezzo milione di franchi dentro.
Quella volta che alla fine della partita sventolo' la bustona a Renato: A Rena' te stai a scorda questa!
E le sentenze decise a poker? Se m'entra un punto, sta sicuro che e' assolto, altrimenti gli invento qualcosa e condannato.
E tutti i soldi che s'e' fottuto dalla figlia di quel poraccio che ha ucciso la moglie. Che non me la ricordo quella storia?
E la gita in America coi soldi di Craxi, io c'avevo una mezza scarlattina e non ci sono potuto andare, ma coi soldi che gli faccio uscire mi faccio tre anni a Disneyland. Sicuro.
Stai a strigne er culo? Stronzo.

Vota questo post