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ivano ferrari

di vertigine (29/08/2006 - 18:43)

ivano ferrari

tratto da scrivere sul fronte occidentale (feltrinelli, 2002)

I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo


10 Settembre

Ritornerò a essere più nulla di raccontabile?
"L'occhio di Calvino" l'alluminio dei TABU
un Adelphi, lo zippo di ghiaccio
sullo stesso tavolo 'la morte e l'Occidente".
Sciabordate.


11 Settembre

Sono crollate le Torri. Alla televisione vedo piccoli punti nel vuoto, si lanciano in tutto quel fiato senza speranza di respiro. Ci sono stato anch'io qualche anno fa e avevo portato una bandiera con la faccia di Lenin, ecco il labirinto dei vincitori, gli dissi in italiano.


12 Settembre

Cominciano le beghe tra sentinelle: " io ho il cuore in mano e piango" dice una, " io, ho il cuore in mano, e piango! " risponde l'altra; " per fare
la pace ci vuole un po' di guerra " continua la prima, " per fare un po' di guerra ci vuole la pace " si infuria l'altra.
C'è una leggera prevalenza di volatili, falchi e colombe senza ferocia, senza Francesco.


13 Settembre

" Siamo tutti americani! ". Nasce il Fronte di Liberazione Etrusco.


14 Settembre

Quel modo di piegare le ginocchia issando la bandiera, un poco di presepio persino su omeri schiacciati, caviglie in gola e tante altre parti umane del dolore. Se anche i pompieri hanno occhi fiammeggianti come sarà il paradiso? Un signore con le lacrime agli occhi, che tragedia, che tragedia, ci vorrebbero i campi.


15 Settembre
Travestiti da rondini sul monte Tai


Negli occhi insonni delle case
larghi appena quel tanto da far da tana alla morte
ricanta il giorno
dolore immobile che ci scambiamo
per il futuro di qualche nudità colta al nemico,
non si tratta di impurità assunte dal paesaggio
corpi imparlabili, chimere con buco e pistolino
ma di frantumità assunta come causa
sfinimenti del mito,
nel deformare paniche pasture la libertà
militarmente occupa ognuna delle voglie a sè distanti
imponendo di ascoltare al lume della cenere
un delatore di crepe nella trama ammonticchiata delle Torri,
mangiando carne umana dicono si cambi destino e muso
in questo giorno undici qualunque
una carezza, un pezzo della mano, eccolo il terrore.


16 Settembre

Continuo a precipitare con loro, puntini volanti, macchie di inchiostro
sulla poesia. Fuoriuscire dalla realtà o dalla sua assenza?
" Il mondo non sarà più come prima ",in belle lettere, il personaggio cita,
il testo ripete, ma chi trasforma la logica? "Narrarono fiabe, e poi ricadder nel sonno"(Omar Khayyam )


17 Settembre

" In ogni caso, la nostra ambizione, e non altro, ci distingue. La nostra esistenza è cosa che interessa a chiunque sia sensibile al tormento dello spirito, a chi avverte quanto vi è di minaccioso nell'atmosfera del nostro tempo, a tutti coloro che intendono partecipare alle rivoluzioni, e che ci daranno i mezzi per vivere". (Antonin Artaud)
Sotto gli elmi non smettono di correre ,di aggiustarsi i capelli.


18 Settembre

Esclusioni topografiche, prudenze
massimo impreciso di antiche infanzie
il sogno del crollo delle Torri ha la mia età;
marmaglia di apparenze.


19 Settembre

Le parole non sono rimaste sotto le Torri, sono fuori, organizzate in retorica, marciano per non marcire perchè ci vuole, un po' di futurismo.
In questa sonnolenza caina si preparano le bombe. S. Sebastiano avrà le sue frecce, e con gli aquiloni arriva lo spago.


20 Settembre

Ciao come stai (io, fa lui) vorrei ambire a una risposta
e se tu dicessi o solo accennassi (io, fa lui)
potrei capire la processione di impulsi
la circolarità che ti spinge a morire,
se come stai me lo confermasse, (io, fa lui)
in amorosa anamnesi.

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ancora goffredo parise

di vertigine (29/08/2006 - 09:09)

GOFFREDO PARISE

da Lontano, a c. di Silvio Perrella, Avagliano, 2002, pp.93-95.



Non molti anni erano passati (una decina) da quando lo incontrai per la prima volta in Piazza San marco ed egli sfoderò subito, in quel suo birignao, ahimè arricchito da una verruca in forma di minuscolo garofano all’angolo delle labbra, una battuta mondana: «Andiamo all’Harris Bar: fanno il più buon latte bollito del mondo». Avrà avuto venticinque anni, io ventuno. Entrambi al nostro primo libro, ma il suo si chiamava «Other voices, other rooms» ed era infinitamente più famoso del mio. Era leggermente grottesco, ma bellissimo, una strana apparizione di fata-uomo, un errore. «We talked», e nulla più, ma la sua gioventù di allora era secondo il mio parere, memorabile. Quella verruca e quell’odore di poppante!

Dieci anni più tardi, nel ’61, a New York, l’appuntamento era (d’obbligo per lui) al Morocco, un famosissimo locale notturno del jet-set, non so se tuttora esistente o coperto, invece, da tavolacce d chiusura definitiva e triste come è avvenuto per il Colony. Era di poco ingrassato e indossava un completo di velluto nero con un «fifi» verde smeraldo. Per un istante pensai a De Pisis che egli certamente non conosceva. Mi porse le guance per due sciocchi bacetti che non ottenne e mi presentò una ragazza che stava accanto a lui al bar. Salutai, non riconobbi subito, a giudicare dal vestitino assai corto di Bloomingdale, scarpe da tennis
impolverate di rosso, niente calze, capelli arruffati biondissimi e occhiali, occhiali da vista. Una ragazza di piccola statura, ma di proporzioni perfette e si sarebbe detto completamente nuda sotto quella maglietta di filo di Scozia. Pronunciò qualche parola con un impossibile birignao, il verso di un gatto e un pigolio. Le sue mani non erano splendide ma tutto il resto, seppur così modesto o impoverito, il resto sì, era splendido e solo allora la riconobbi. Era Marilyn Monroe.
Con Truman Capote erano, a loro modo, una bella coppia. La stranezza dell’uno stingeva sull’altra con una tale simmetria da far pensare a quei lillipuziani, ma non vizzi questi, anzi molto strani e belli, che lavoravano sempre in coppia nei circhi. La invitai a ballare e spuntarono inutili ed effimeri fotografi che si dissolsero rapidamente data la totale anonimia del sottoscritto. Ovvio che la guardai attentamente e non senza i palpiti di una notevole emozione. Ma, come sempre, fu emozione estetica e non sociale, come si potrebbe supporre, dato l’«humanum errare». Al contrario della sua immagine cinematografica, Marilyn, come del resto il suo accompagnatore, era un «unicum», si sarebbe detto organico, tanto da far pensare a un corpo trasparente, un po’ come le libellule, attraverso cui il corpo si vede. La voce, quel pigolio-miagolio, lo confermava e ancora una volta, come sempre, l’odore: non il profumo, bensì l’odore, qualcosa tra lo zolfo e una capretta di latte.

Accanto al bar Truman Capote accennava, come se fosse su un minipalcoscenico, ad alcuni passi di tip-tap. Non era più quello di dieci anni prima, era molto più cambiato di quanto appariva, già si intravedeva nelle labbra e nelle occhiaie la serie dei rigonfiamenti e di crolli che sarebbero venuti dopo. Mai come quello di Marilyn, fragilissima compagna di un piccolo ballo, che fu immediato, fatale e innalzò il mito di quella realmente mitica Ofelia, ma pur sempre crolli. Nel ’51 beveva solo latte bollito dell’Harris Bar, nel ’61 già erano iniziate altre bevande, molto più micidiali di qualunque bevanda, oggi una fotografia mi è impossibile guardarla. Ma restano sempre intatte le sue «voices», le sue «rooms», le sue costruzioni stilistiche del colore della rosa o una sola parola – Tiffany – a ricordare non il gioielliere ma lui.

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