aspettando manituana
Giap#1, VIIIa serie - Ripartire da quel che siamo - 1 settembre 2006
Ad Angelo Frammartino e Renato Biagetti
accoltellati a morte nell'agosto 2006
e di nuovo a Federico Aldrovandi
massacrato quasi un anno fa.
"Io non credo nella violenza.
Per questo voglio fermarla."
(Malcolm X)
PER LEGGERE TUTTO GIAP!
1. RIPARTIRE DA QUEL CHE SIAMO
Funky Monks. Quasi fuori dal Sabbatico, nuova serie di Giap
Wu Ming: chi siamo, cosa facciamo - nuova pagina biografica
2. MANITUANA
A proposito dei "prolegomeni" a Manituana - di Alessandro Gazoia
3. COSA C'E' DIETRO L'ANGOLO
Eleganza, ambiguità, ironia: Cary Grant
Un numero speciale della Chicago Review
I nostri cugini Yo Yo Mundi
4. AI FRATELLI MAGGIORI
Piermario Ciani. Un articolo e due frammenti video
Le inaspettate epifanie sulla strada di Valerio Marchi
5. COPYLEFT E DINTORNI
A Roma, una vittoria: la SIAE riconosce le licenze aperte
Intervista a scarichiamoli.org: Andrea Finizio eroe del copyleft
6. FEEDBACK
Piccioni estinti, Arbitri, Mario Placanica
estratto
Cormac McCarthy
Un estratto da Non è un paese per vecchi

Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L'ultima volta il giorno dell'esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non ne avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all'esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c'entrava niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno. Mi disse che se fosse uscito di galera l'avrebbe rifatto daccapo. Disse che lo sapeva che sarebbe andato all'inferno. Proprio così, parole sue. Io non so cosa pensare. Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona. Li ho guardati mentre lo legavano alla sedia e chiudevano la porta. Il ragazzo poteva avere l'aria un tantino nervosa ma niente di più. Lo sapeva che da lì a un quarto d'ora sarebbe stato all'inferno. Io ci credo. E ci ho pensato tanto. Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato proprio tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo.Dicono che gli occhi sono le finestre dell'anima. Io non so di cos'erano la finestra quegli occhi e mi sa che preferisco non saperlo. Ma da qualche parte intorno a noi esiste un'altra visione del mondo e altri occhi per vederlo ed è lì che questa storia sta andando a parare. Mi ha portato a un punto della mia vita dove non avrei mai pensato di arrivare. Da qualche parte là fuori c'è un profeta della distruzione in carne e ossa e io non voglio trovarmelo di fronte. Lo so che esiste davvero. Ho visto cos'è capace di fare. Sono già passato una volta davanti a quegli occhi. E non lo farò mai più. Non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo. E non posso neanche dire che dipende da quello che uno è disposto a fare. Perché l'ho sempre saputo che uno dev'essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro. E io sono sempre stato disposto. Non per vantarmene ma è così. Se non sei disposto a morire quelli lo capiscono. Lo vedono in un batter d'occhio. Credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo. Ora che ci penso forse non l'ho mai voluto.
Il vicesceriffo lasciò Chigurh in piedi in un angolo dell'ufficio con le braccia ammanettate dietro la schiena, poi andò a sedersi sulla poltroncina girevole, si levò il cappello e mise i piedi sulla scrivania e chiamò Lamar al telefono.
Sono rientrato in questo momento. Sceriffo, aveva addosso un aggeggio tipo bombola di ossigeno per i malati di enfisema o qualcosa del genere. E poi aveva un tubo che gli passava dentro la manica e andava a finire in una di quelle pistole ad aria compressa che usano al mattatoio. Sissignore. Be', è un affare fatto così. Lo vedrà quando arriva. Sissignore. Ci penso io. Sissignore.
Poi si alzò dalla poltroncina e si sganciò le chiavi dalla cintura e aprì il cassetto della scrivania per prendere le chiavi delle celle. Mentre era chino in avanti, Chigurh si accovacciò e fece scivolare le mani legate fin dietro le ginocchia. Con un unico movimento si sedette e si dondolò all'indietro e si passò la catena delle manette sotto i piedi, e poi si rialzò all'istante e senza sforzo. Sembrava una mossa che aveva provato molte volte e infatti lo era. Gettò le braccia ammanettate attorno al collo del vicesceriffo e con un salto andò a sbattergli le ginocchia contro la nuca e tirò violentemente indietro la catena.
Caddero a terra. Il vicesceriffo cercava di infilare le mani sotto la catena ma non ci riusciva. Chigurh faceva forza sulle manette, con le ginocchia fra le braccia e il volto girato dall'altra parte. Il vicesceriffo si dibatteva come una furia e aveva cominciato a scalciare lateralmente per tutto il pavimento, in cerchio, rovesciando il cestino della carta straccia e scaraventando la poltroncina all'altro capo della stanza. Chiuse la porta con un calcio e avvoltolò entrambi nel tappeto. Gorgogliava e sanguinava dalla bocca. Si stava strozzando col suo stesso sangue. Chigurh non fece altro che tirare più forte. Le manette nichelate tagliarono fino all'osso. La carotide destra del vicesceriffo scoppiò e un fiotto di sangue schizzò per tutta la stanza, colpì la parete e colò giù. Le gambe del vicesceriffo rallentarono e poi si fermarono. Rimase a terra scosso dagli spasmi. Poi smise di muoversi del tutto. Chigurh restò lì a respirare piano, tenendolo fra le braccia. Quando si rialzò prese le chiavi dalla cintura del vicesceriffo, aprì le manette, si infilò la rivoltella del vicesceriffo nella cintura dei pantaloni e andò in bagno.
Si fece scorrere l'acqua fredda sui polsi finché non smisero di sanguinare, poi strappò dei brandelli di asciugamano con i denti, si fasciò i polsi e tornò nell'ufficio. Si sedette sulla scrivania e fissò le bende con il nastro adesivo, studiando il morto che lo guardava a bocca aperta da terra. Quando ebbe finito prese il portafoglio dalla tasca del vicesceriffo e tirò fuori i soldi, se li mise nel taschino della camicia e gettò a terra il portafoglio. Poi raccolse la bombola dell'ossigeno e la pistola ad aria compressa e uscì dalla porta, salì sulla macchina del vicesceriffo, mise in moto, venne fuori in retromarcia dal parcheggio e partì lungo la strada.
Sulla statale adocchiò una berlina Ford ultimo modello con solo il guidatore, accese i lampeggianti e suonò per un attimo la sirena. La macchina accostò. Chigurh si fermò poco più indietro, spense il motore, si mise la bombola a tracolla e uscì. L'uomo lo guardò avvicinarsi nello specchietto.
C'è qualche problema, agente?, disse.
Le dispiace uscire dall'auto, per favore?
L'uomo aprì la portiera e uscì. Perché, cosa c'è?, disse.
Si allontani dall'auto, per favore.
L'uomo si allontanò dall'auto. Chigurh scorse il dubbio affiorargli negli occhi alla vista della figura sporca di sangue che aveva davanti, ma era troppo tardi. Gli appoggiò la mano sulla testa come un guaritore. Il sibilo e lo scatto dello stantuffo pneumatico fecero il rumore di una porta che si chiude. L'uomo scivolò a terra senza un suono, con un buco rotondo sulla fronte da cui il sangue uscì gorgogliando per poi scorrere fin dentro gli occhi portando con sé il suo mondo che si smembrava pian piano, visibilmente. Chigurh si asciugò la mano col fazzoletto. Non volevo sporcare la macchina di sangue, tutto qui, disse.
appunti dell'invaso

Questa è una sera d’estate lunare,
appunti sparsi su dossi di piume:
cerca la cicatrice che invade la memoria,
adagio, senza sillabare, in mormorio.
Questa è l’attesa del tutto dentro,
un pugno di voci che satura la mente:
sventra lo spettro del lecito svanire,
adagio, in levare, senza iracondia.
Ed ora sputa sull’addome a solcare,
sputa sui capelli a spumare,
sputa sugli occhi ad accecare
questa vita color seppia,
così distante, così assente,
come uno sbadiglio senza danno.
Le nuvole recitano tempeste.
Vivi oppure muori. Come vuoi.
r.a.
31 agosto 1986-31 agosto 2006
Goffredo Parise
Goffredo Parise (Vicenza, 8 dicembre 1929 - Treviso, 31 agosto 1986) iniziò presto l'attività giornalistica, lavorando per quotidiani come l'"Alto Adige" di Bolzano, l'"Arena" di Verona e il "Corriere della Sera".
La sua opera di scrittore spazia dagli esordi surreali di "Il ragazzo morto e le comete" (1951) e "La grande vacanza" (1953) al realismo della trilogia veneta costituita dai romanzi "Il prete bello" (1954), "Il fidanzamento" (1956) e "Atti impuri" (1959, pubblicato originariamente col titolo "Amore e fervore" per volontà della casa editrice, nel 1972 col titolo scelto dall'autore). In questi tre libri Parise racconta una provincia veneta fatta di (falsa) devozione religiosa, di ipocrisia e calcolo politico: si pensi alla storia del prete fascista don Gastone Caoduro, uno dei più clamorosi bestseller del dopoguerra.
La lingua riesce a rendere tutte le sfaccettatture della realtà quotidiana, la sua ripetitività ma ne fa emergere, al tempo stesso, gli aspetti più insoliti, gli esiti più inattesi. Questo connubio di realismo e tendenza alla deformazione grottesca trova un esito significativo nel romanzo "Il padrone" (1965), parabola di un impiegato che finisce per essere plagiato dalla personalità del suo capoufficio, all'insegna di un paradossale contatto di Parise col filone della letteratura industriale che in quegli anni vedeva impegnati autori come Ottiero Ottieri e Paolo Volponi.
Seguirono i racconti di "Il crematorio di Vienna" (1969) e l'opera di teatro "L'assoluto naturale" (1967). In "Sillabario n. 1" (1972) e "Sillabario n. 2" (1982), con cui si aggiudica il premio Strega, lo scrittore dedica un breve racconto ad ogni sentimento, in ordine rigorosamente alfabetico, riscoprendo in questo modo, dopo tanti viaggi e tante esperienze, il valore più autentico delle emozioni. In quest'ottica va interpretato anche l'ultimo, discusso romanzo "L'odore del sangue", tanto sensuale e violento quanto affascinante, apparso postumo nel 1997.
La grande bravura del Parise giornalista emerge da alcuni vivacissimi reportages di viaggio, come "Cara Cina" (1966), "Due, tre cose sul Vietnam" (1967) e il libro dedicato al Giappone "L'eleganza è frigida" (1982). A confermare la grande curiosità di Parise, la sua disponibilità a confrontarsi con codici espressivi diversi sono anche numerose collaborazioni cinematografiche, in qualità di sceneggiatore, da "L'ape regina" (1963) di Marco Ferreri a "Ritratto di borghesia in nero" (1978) di Tonino Cervi.
Legato a una tradizione letteraria vicentina che parte da Antonio Fogazzaro e arriva a Guido Piovene di cui fu grande amico, Parise è riuscito a raccontare la realtà in cui fin dall'infanzia, come figlio illegittimo (fu riconosciuto a 8 anni dal giornalista che aveva sposato in seconde nozze la madre), si è trovato a vivere: una realtà fatta spesso di pregiudizi, di piccole e grandi viltà che i suoi personaggi affrontano con un feroce (spesso dolceamaro) sarcasmo e una tenace voglia di vivere.







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