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Macchianera Blog Awards 2006 (Le nomination)

di vertigine (12/09/2006 - 10:36)

Per scoprire tutte le nomination e le modalità di voto andare qui http://www.macchianera.net/2006/09/11/macchianera_blog_awards_2006_l.html#more

Vertigine non è presente nelle nomination tra i migliori blog letterari.

Che svista!!!

 

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estratto/novità editoriale

di vertigine (12/09/2006 - 10:20)

FLAVIO SANTI

tratto da L'ETERNA NOTTE DEI BOSCONERO

Parte prima (quaderno I)

Weimar, 16 marzo 1832


Che Dio mi dia la forza di portare a termine quanto mi accingo a fare! Ormai le energie fisiche mi stanno abbandonando, la vista è appannata, la mano trema. Sono stanco. Non dormo da un giorno. Adesso sudo e non sento più il mio corpo. Ho paura. Ho resistito fin troppo a lungo, fin troppo a lungo ho taciuto, e non saprei neppure dire il perché (per paura? per ignavia? Dio solo conosce i nostri cuori), ma adesso che sto per morire, lo sento, mi restano pochi giorni, desidero liberarmi di un orribile segreto. Nessun prete, per carità! Sarà una confessione tra me e questi fogli, unico testimone l'Onnipotente padrone della Natura. Un tremendo segreto ha infestato la mia vita. Certo, mi ha dato la forza e l'ispirazione per venire a capo di quella che ho chiamato "la mia faccenda principale", scrivere il libro cui tenevo di più, quello per cui ho dato tutto me stesso. Ma a prezzo di quali scoperte! Tremo ancora a nominarne il titolo: Faust. Ogni volta mi rievoca i tormenti patiti tutta la vita per quello che conobbi, per quello che vidi.
Bisogna sapere che fin da giovane ho avuto una grande attrazione per le storie di vampiri e di demoni: ho letto i resoconti di quel benedettino della congregazione di Saint-Vannes e Saint-Hidulphe, don Augustin Calmet, i suoi racconti su vampiri ungheresi, valacchi e boemi; avevo presente la voce "Vampiri" del Lessico Universale di Zedler, chi non la conosce?, in modo particolare la vicenda dell'heiduco Arnaldo Polo, morto sotto un carro di fieno e risorto a molestare gli abitanti del villaggio. Da noi in Germania c'era il Nachtzehrer, un demone notturno assetato di sangue. Ma per me erano tutte superstizioni di contadini rozzi e ignoranti. Opere di fantasia, dunque, senza il benché minimo appiglio con la realtà, questa era la mia convinzione di giovane illuminista lettore di Voltaire. Certo, poeticamente interessanti per un discepolo del Romanticismo quale io mi professavo, ma completamente inventate. Povero illuso! Povero illuso d'un Wolfi... Un'altra figura che mi affascinava era quella del dottor Faustus, nato a Knittlingen verso il 1480, mago, astrologo, alchimista, illusionista, trovato morto col collo spezzato intorno al 1540: le sue gesta, si può dire, accompagnarono la mia infanzia, rappresentate negli spettacoli di burattini, che adoravo, anzi i ricordi più dolci legati a quegli anni mi riportano a quel teatro popolare, semplice ma autentico. Poi venne la lettura di un libro, il Faustbuch di Meynenden, dove con dovizia di particolari si raccontava come Faustus se la intendesse col diavolo. È proprio vero che i primi anni di vita cosciente decidono degli orientamenti e delle inclinazioni future: queste cupe fantasie tornarono a farsi vive quando a Francoforte intorno al 1775 iniziai la stesura della mia "faccenda principale". Ero giovane e tumultuoso, convinto di poter dominare tutto, anche Dio, e quindi anche il Male.
Ma evitiamo altre divagazioni, quello che voglio dire è un'altra cosa: questa mia "faccenda principale", la storia di un terribile patto con il principe dei diavoli, Mefistofele, non è una finzione artistica, come tutti credono. Eccoci al punto! La mano trema, mi sembra di sentire dei passi avvicinarsi alla porta della stanza, trasalisco, il cielo si oscura di colpo, tutta la natura sembra riluttante. Il Faust deve molto, che dico molto, tutto, a una terrificante esperienza durante il mio primo viaggio in Italia nel lontano 1787, per la precisione in Sicilia, a Palermo. Stavo lavorando al libro da più di dieci anni, ma quello che successe laggiù nell'arco di appena dieci giorni segnò in modo indelebile il destino mio e dell'opera. Fino ad allora avevo cincischiato intorno alle figure di Faust, un erudito conscio della vanità del sapere umano, e della sua amata Margherita. Due personaggi noiosi e patetici. La verità era che mi sentivo come in letargo, senza idee. Finché laggiù a Palermo scoprii, che Dio mi aiuti, scoprii la vera natura del Male, ecco l'ho scritto, e Mefistofele, il Signore delle Mosche, Beelzebub, fino a quel momento ai miei occhi mortali un inutile diavolo da operetta, mi diventò chiaro. Fin troppo chiaro. Il Male esisteva nella carne più terribile e oscena, quella della vita reale, di tutti i giorni, e si manifestò nei suoi aspetti più biechi e deteriori: demoni e vampiri. Mefistofele è fra noi in varie e mutevoli vesti. Mi guardai bene dal parlarne nel mio Viaggio in Italia: all'inizio provai a far finta che fosse stata una mia farneticazione, l'allucinazione di un animo troppo sensibile. Ma quell'esperienza siciliana era entrata dentro di me, fino a diventare il mio tormento, fino a comandare come un crudele tiranno i miei pensieri, i miei sogni. Non si poteva cancellare ciò che i miei occhi avevano visto, ciò che le miei orecchie avevano sentito.
M'illusi di poter vincere le mie inquietudini scrivendo una ballata, La sposa di Corinto, su una giovane promessa sposa che esce dalla tomba e beve il sangue del suo amato, legandolo a sé per l'eternità. Per un po' di anni pensai di avere la meglio sulle mie angosce, ma quando lessi Il Vampiro di Lord Byron, senza dubbio la sua opera migliore, benché qualche sprovveduto l'attribuisca al suo segretario John William Polidori, morto suicida una decina d'anni fa, ebbene quando lessi quel libretto, caddi di nuovo nel terrore. I ricordi siciliani mi si squadernarono di fronte, ancora più vivi, e come una spugna malefica assorbivano sempre più pensieri ed energie. Come sempre cercai di sublimare tutto attraverso l'arte, riversando tutte quelle tenebre nel Faust: del resto ho sempre considerato le mie opere frammenti di una lunga confessione, e per calmare la mia coscienza ho anche immaginato un finale dignitoso, che garantisse la salvezza eterna a Faust, e indirettamente anche a me.
Eppure tutto questo non è bastato, quei ricordi non se ne vanno. Essi riempiono, come scrissi, proprio nel Faust!, "nella veglia e nel sonno la mia anima". Non ne ho mai fatto parola con nessuno, temevo di passare per folle, invasato, di suscitare pietà o, ancor peggio, pena. Ma adesso che è giunta la mia ora, non posso congedarmi da questa vita portando con me un tale segreto. Ma chi mi crederebbe? Gli amici? Eckermann? Zelter? La mia cara nuora Ottilie che mi sta accanto così amorevolmente in questi miei ultimi giorni terreni? No, no. L'unico a cui affidarmi senza timori è questo foglio di carta, l'amico più fedele di tutti questi anni. Di tutta la mia vita.
Ma a questo punto omnem cunctanionem abice, direbbero i latini, basta con gli indugi. Bisogna tornare indietro di molti anni.
Ecco come andò.

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