periferie
| Stefania Scateni (a cura di) | |
| Periferie. Viaggio ai margini delle città |

Introduzione
di Stefania Scateni
Poco meno di un anno fa, nell’ottobre 2005, le periferie di Parigi iniziavano a bruciare: le banlieues si ribellavano alla loro stessa invisibilità. E i bagliori delle auto incendiate illuminavano una realtà di disagio, paura e insicurezza, mentre il fuoco portava i riflessi dell’emarginazione e si alimentava della rabbia per le aspettative deluse, per le promesse eluse. In Italia, alla luce di quei falò, i nostri politici arrossivano e frettolosamente cercavano di ‘tenersi al passo con i tempi’. «Abbiamo le peggiori periferie d’Europa. Non crediamo di essere così diversi da Parigi, è solo questione di tempo. Se non facciamo interventi seri, sul piano sociale e con l’edilizia, avremo tante Parigi. Ci sono condizioni di vita pessime e infelicità anche dove sono tutti italiani». Queste le parole. Per quanto riguarda i fatti, non mi risulta che ci sia stato un politico che si sia ‘avventurato’ in una delle periferie delle nostre città. Come succede spesso in Italia, le opinioni prendevano il sopravvento sui ‘fatti’, si commentavano realtà prima ancora di descriverle, raccontarle. Non c’era proprio nessuno che si prendeva la briga di ‘andare a vedere’.
È a questo punto che entrano in scena gli scrittori e gli artisti che abitano questo libro. Dapprima per il quotidiano dove lavoro, «l’Unità», poi per i ‘taccuini’ di viaggio raccolti in queste Periferie, hanno visitato, calpestato e osservato sei periferie di altrettante città italiane.
Gli autori di questo libro sono stati scelti per il loro lavoro di descrizione e svelamento di luoghi periferici, marginali o in via di estinzione. Sono stati gli artisti, il loro sguardo pulito su ‘quella immondizia’ e ‘quell’orrore’ urbano, a guidare lo sguardo degli scrittori; artisti e scrittori che hanno fatto dell’abbandono e dell’emarginazione delle nostre banlieues materia per la loro creatività: le periferie come muse, luoghi dei quali scrutare il subconscio, annusare e intravedere l’anima, un’anima che, nonostante la durezza del cemento e l’asperità delle rovine postindustriali (durezza e asperità del vivere, dell’abitare), si mostra timidamente nei volti degli abitanti, nell’attaccamento degli anziani a un brandello di verde, nel riflesso grigio e rosa del tramonto in una pozzanghera, nelle strutture scarnificate di edifici abbandonati. La periferia come metafora: periferia della mente, scarti della cultura. Ma anche periferia come crogiuolo infernale, dal quale nascono nuove domande e si elaborano nuove risposte. Le culture nate nei centri sociali, ad esempio, o le opere dell’artista americano Robert Smithson.
Insieme a scrittori a loro affini, anch’essi con una ‘predilezione per i margini’, i nostri artisti hanno camminato nelle suburbie, dentro i loro vuoti, in territori privi di rappresentazione, in spazi e tempi in continua trasformazione. Camminare. Come, prima di loro, hanno fatto poeti, filosofi, artisti capaci di vedere quello che non c’è. A piedi, ovvero in una condizione «a metà tra il cacciatore paleolitico e l’archeologo di futuri in abbandono».
Cito da uno scritto dell’architetto Francesco Careri, del gruppo Stalker/Osservatorio Nomade, che idealmente accompagna (a piedi) i testi e le opere di questo libro. Così come camminano insieme a lui – alle spalle e insieme agli autori di questo libro – Walter Benjamin e Italo Calvino, Guy Debord e Richard Long, Luigi Ghirri e Gianni Celati, e il gruppo dei Narratori delle pianure. Augurando a voi lettori di camminare insieme a loro e insieme a noi.
Ma là dove c’è pericolo, / cresce anche ciò che salva. [Hölderlin]
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umani, scrutate il web!
apocalisse da camera
Andrea Piva: romanzo

Convince Apocalisse da camera, il romanzo di esordio di Andrea Piva, pur venato dalle imperfezioni proprie d’ogni debutto: qualche tentazione "scandalizzante", alla Houellebecq, qualche forzatura metaforica – il «culo olistico» - e una scrittura che si roda via via che il romanzo avanza. Gli ultimi due capitoli, dei cinque, fanno di Piva più che una promessa.
Protagonista è Ugo Cenci, barese, poco più che trentenne, assistente senza portafoglio alla cattedra di filosofia del diritto a Giurisprudenza. Per la gioia dei genitori, sereni, borghesi, lobotomizzati nella loro domestica, oscurata, televisivizzata senescenza. E’ figlio unico. Il papà, ex-direttore di banca, spera per lui in una cattedra universitaria. Con le giuste conoscenze. La madre, apprensiva casalinga con studi filosofici, è tranquillizzata dal ripulito aspetto del suo adolescente perenne. Ma Ugo, appartamentino, macchine e superfluo pagati dai genitori, è inquieto. Cova un bacillo invisibile e devastante. Cocaina, alcol e sesso anestetizzano appena la sua implacabile legge morale, quella repulsione nevrastenica e pietosa per la seconda natura che lo circonda. Forte della sua posizione accademica, si concede scambi di prestazione con le avvenenti studentesse: sesso per un esame facile. Finché un giorno – il giorno: quello nell’arco del quale si sviluppa il racconto – il professore non lo chiama in disparte comunicandogli che girano voci poco edificanti sul suo conto. Voci che devono finire. O finisce tutto, per lui.
La paranoia, la vocina di una residua coscienza, l’assuefazione al vizio fanno di lui un campo di battaglia. E il romanzo, partito col pedale del comico, vira presto ad un più riflessivo umorismo, precipitando infine in tragico ghigno: l’apocalisse da camera, appunto.
La scrittura scelta da Piva insegue una costruzione letterata, a tratti manierata. Nessuna concessione alla cronaca realistica o ai dialettismi nostrani. La distanza tra l’affettazione del linguaggio e la mediocrità dei fatti è di per sé strumento critico, "pariniano". Il percorso autodistruttivo dell’antieroe svela tuttavia una pulsione etica, per quanto stravolta. La ventiquattrore vuota che Ugo porta con sé in facoltà per apparire idoneo custodisce l’arma di un Unabomber vendicatore. Di sentimenti. Di relazioni. Di sogni. Di valori. Televisivizzati.







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