gran bel libro
ANDREA PIVA
da Apocalisse da camera

PARAGRAFO PRIMO. Tra le righe del quale si nasconde una storia d'amore.
Dando un'energica quanto inutile spallata ai già delicati equilibri elettromagnetici dell'intero pianeta, ma utilizzando una tecnologia tanto avanzata da fare sospettare una qualche intelligenza della nostra specie, il telefono cellulare del professor Frappelle compì quella mattina tutta una serie di complicate operazioni matematiche - e fisiche - allo scopo di instaurare un ponte radio tra il vispo cattedratico e il suo assistente Ugo Cenci, il quale ultimo era atteso da più di un'ora, senza esito, alla corte del primo.
Da parte sua, il professore aveva fatto nient'altro che scegliere un numero dalla rubrica e premere subito dopo il pulsantino verde del telefono, ma è un fatto come anche la più semplice delle interfacce nasconda a volte insospettabili complessità; d'altronde non a caso il concetto di user friendly, insieme a quello di metafora, era stato messo a punto con grande successo, qualche tempo prima, niente meno che dal Creatore in persona, quando aveva sottoposto il povero Adamo al trabocchetto della mela.
Qui basti stabilire che l'operazione non fu certo una cosa da niente, come del resto non fu cosa da niente tutto quello che a sua volta dovette fare il telefono cellulare del dottor Cenci per commutare i dati ricevuti in una vibrazione del proprio altoparlante - vibrazione che, bisogna dire, ricordò poi molto da vicino quella delle corde vocali nella laringe del professore. Il dottor Cenci l'ascoltava tenendo il cellulare schiacciato tra la spalla e l'orecchio: dopo avere accettato la chiamata, aveva deciso di sottoporre il proprio collo a questa buffa contorsione solo per darsi agio di riappoggiare le mani sulla misteriosa pienezza dei fianchi di una splendida ragazza sui vent'anni. La ragazza si chiamava Paola, non a caso era un'allieva del dottor Cenci e ancora meno fortuitamente sedeva con lui, offrendogli spalle e compiacenza, sulla panchina più in ombra della piazzetta che si apriva davanti all'ateneo, a circa quaranta metri in linea d'aria, insomma, da dove il professore lo chiamava.
PARAGRAFO SECONDO. In cui due algoritmi dialogano tra loro, senza destare i sospetti di nessuno.
Erano le 11 del 14 marzo del 2002. Sui tetti della città splendeva un sole da due soldi che, sfinito, consumate le ultime forze nel tentativo di valicare prima il fuoco di fila delle antenne televisive e poi quello dei panni stesi ad asciugare, si lasciava morire al suolo, assai pateticamente, tra le braccia di arcigni, indifferenti nuvoloni di polveri sottili.
Per strada, di là dalla siepe, aveva luogo un rispettabilissimo strepito di vetture, quantificabile in un discreto ammontare di decibel, sul quale non possiamo purtroppo essere però più precisi. Questo non toglie che se il professore si fosse affacciato alla finestra del suo confortevole studiolo universitario parlando poco sopra il suo normale tono di conversazione, lui e il suo assistente Ugo Cenci si sarebbero senz'altro intesi meglio. Anche perché il professore aveva l'antipaticissimo vizio di gridare come un matto, in ogni circostanza.
- Dottor Cenci, e allora? - disse l'algoritmo con funzioni e stipendio di docenza.
- Mi scusi ma non è il momento, professore, - fece quello che di stipendi non aveva mai sentito parlare.
- Ma santa pazienza, è un'ora che l'aspetto.
- Mi aspetta?
- Dottor Cenci!
Il professore era piuttosto seccato, e Ugo, che era abituato a considerare come non dati gli appuntamenti presi con lui, visto il metodo rigoroso con il quale poi immancabilmente li bucava, era molto meravigliato. Il fatto che il giorno prima il professore lo avesse fatto chiamare dalla sua segretaria per fissare a oggi un incontro non giustificava se non in minima parte che adesso si pretendesse l'effettivo rispetto dell'impegno. Ma la vita insegna che alle bizze del caso non c'è limite, e in un ardito slancio di fantasia Ugo Cenci arrivò anche a pensare che Frappelle avesse veramente qualcosa da dirgli.
Nel dubbio, si fece accondiscendente.
- Ha ragione, professore, - disse, - mi scusi, purtroppo ho avuto un contrattempo e non ho potuto avvisarla, mi dispiace. Comunque oggi pomeriggio vengo per gli esami, e mi dice tutto.
Ma all'algoritmo stipendiato questo non bastò.
- No, no, no. Devo parlarle subito. È urgente. Venga stamattina, per favore. L'aspetto.
Il professore mise giù. E senz'altro sbuffò. Ugo invece dette un bacetto sul collo della sua allieva, riprese il telefono con la mano destra e lo mise nella tasca del giubbotto mentre faceva scorrere poco discretamente la sinistra su un seno della suddetta allieva che era, sì, compiacente, ma soprattutto desiderosa di prendere all'esame di quel pomeriggio un voto in cui non avrebbe potuto sperare su nessun altro pianeta abitato della galassia.
La ragazza non aveva il reggiseno.
- Tesoro, - le fece Ugo, strizzandole un capezzolo, - io devo andare. Il professore mi vuole vedere.
- Oh, - fece lei. - Sei proprio sicuro che non vuoi fermarti con me un altro po'?
- E come no, - dissero con la stessa voce Ugo e la sua erezione, - ma mi sa che è una cosa urgente. Devo andare davvero.
E Ugo se ne andò. Non prima di avere guardato la ragazza come se quello che gli stava facendo fosse il dono di grazia e bellezza più vero e spontaneo che avesse mai ricevuto.
PARAGRAFO TERZO. In cui si ragiona dell'effettiva prorogabilità che caratterizza, soprattutto in ambiente universitario, l'evento improrogabile.
Un po' a malincuore, Ugo si lasciò alle spalle la piazzetta dell'ateneo e andò verso lo studio del professore. Entrò nell'ateneo, prese il caffè al bar dell'ateneo, salì due rampe di scale dell'ateneo. Bussò alla porta del professore, e quello non c'era.
Il dottor Cenci lo scoprì senza sorpresa, come una cosa ovvia che non aveva calcolato e che adesso appariva l'unica che avrebbe potuto lecitamente aspettarsi. Del resto l'aveva imparato già dai tempi in cui era studente; se nei corridoi di facoltà avevano sempre tutti una fretta boia, un'urgenza folle, e ogni volta sembrava questione di vita o di morte fare prestissimo la tale cosa, poi un minuto dopo se ne erano dimenticati, non era vero niente. Certo, non era solo in università che gli orologi erano tarati con tanto rigoroso metodo sugli al lupo, ma era qui, gli pareva, che quest'arte sottile aveva raggiunto la sua sublimazione.
Una volta Ugo aveva dovuto spiegare il concetto a un amico straniero non ancora iniziato alle meraviglie del nostro pubblico impiego. Si armò di pazienza e cercò l'esempio definitivo. Quando ti vedono dopo averti dato un appuntamento per il quale hanno fatto intendere che un secondo di ritardo può significare una tragedia collettiva, aveva detto Ugo, appuntamento al quale si sono loro presentati con un bel ritardo e la faccia rilassata, i dilettanti notano qualcosa nel tuo sguardo e gli risovviene subito tutto, accampano scuse e non finiscono le frasi, si mettono le mani tra i capelli, guardano l'orologio. Il più delle volte riescono anche, con qualche escamotage, ad attribuire il motivo del ritardo alla stessa circostanza che ha determinato l'urgenza. Molto più elegantemente, i professionisti dell'università si stupiscono di vederti, e quando gli ricordi che c'era in ballo una questione di vita o di morte dicono Ah, già, hai fatto bene a venire.
- You know what I mean.
Ma l'amico non lo sapeva. Decise anzi che quella doveva essere una specie di barzelletta, e cortese com'era pensò di gratificare un perplesso Ugo di abbondanti risate.
A ogni modo, in questo caso l'attesa del dottor Cenci si limitò al tempo di una sigaretta, e si può dire che fu una specie di miracolo.
Mentre la porta si schiudeva Ugo calcolò però comunque un sei-sette minuti di petting sfumati inutilmente, e ne fu piuttosto contrariato. Ancora di più quando valutò che la ragazza andava messa supina - o, a seconda dei gusti, fatta piegare in avanti - entro l'ora di pranzo, dato che l'esame era previsto per quello stesso pomeriggio e a voto dato, Ugo lo sapeva bene, non c'era più niente da fare. D'altronde la generosa studentessa gli aveva già fatto toccare le tette e s'era fatta pure baciare, quindi per una questione morale Ugo non avrebbe potuto neanche divertirsi a vederla brancolare nel buio spegnendole la luce al cervello con un paio di domande bene assestate.
Era un bel guaio, altro che.
claudio damiani, attorno al fuoco
CLAUDIO DAMIANI
da ATTORNO AL FUOCO
Oggi una bomba quasi non mi prendeva.
Fuori non puoi andare perché è tutto minato.
Non puoi parlare con nessuno
perché ci sono spie ovunque.
Ho acceso la televisione:
dei giovani venivano utilizzati
sfruttando il loro desiderio di apparire,
intervallati dalla pubblicità.
In una pubblicità avvenivano stupri
impressionanti,
poi veniva detto che noi siamo bestie
e non esiste altro che il mercato
Una signorina disgraziatamente
mentre diceva che la pubblicità è bella
e che lei è stata condizionata dalla pubblicità
è stata presa da una bomba.
E’ una guerra dove non c’è da combattere,
cadono bombe, e basta,
ti colpiscono per strada, dal fruttivendolo,
nei cinema, nei supermercati, nei luoghi di lavoro,
anche a casa: entrano dalla finestra
e ti esplodono in faccia.
Anche se ti costruisci un bunker
cento metri sotto la terra,
con le pareti d’acciaio, con le porte di diamante,
anche lì le bombe ti colpiscono.
La gente infatti non va nei rifugi,
né sta in casa, né cerca di nascondersi
ma fa tutte le cose, come se fosse tutto normale,
esce lavora va al bar va a divertirsi
come se fosse tutto normale,
come se fosse tutto come prima.
I fuochi ardono tra le macerie,
ai lati delle strade sono ammucchiati i cadaveri.
Nell’aria è un odore insopportabile.
Ricordo questi luoghi nel tempo della pace,
i paesi tranquilli, le feste col ballo in piazza,
i giochi, da bambini, fino a tardi nelle sere d’estate,
i sonni sull’erba dopo pranzo
all’ombra di una quercia,
le stradine piene di more e lamponi
nel fresco della mattina,
nell’aria della sera che non imbruna.
officina siciliano

E' in tutte le librerie il numero luglio-settembre 2006 di Nuovi Argomenti, interamente dedicato a Enzo Siciliano, scomparso lo scorso 9 giugno. Esattamente quarant'anni fa, nel 1966, Siciliano fu nominato segretario di redazione della rivista dai direttori di allora, Carocci, Moravia e Pasolini, divenendone a sua volta direttore nel 1982. Il numero in uscita (scaricane Sommario in pdf) intende ricordarlo con il suo ultimo Diario, un'intervista e un suo racconto inedito, e una serie di testimonianze tra cui quelle di Alberto Arbasino, Bernardo Bertolucci, Franco Coredlli, Antonio Debenedetti, Miriam Mafai, Valerio Magrelli, Dacia Maraini, Massimo Onofri, Alessandro Piperno, Elisabetta Rasy e Roberto Saviano e tanti altri.







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