FM 87 - speciale poesia

E’ uscito FUCINE MUTE WEBMAGAZINE 87. Lo "speciale" sulla poesia contemporanea ospita gli audio, i video, le interviste, di Absolute Poetry Festival, di Pordenonelegge, di Parco Poesia e del Circuito Europeo di Reading, contents realizzati nel 2005, e altri numerosi saggi, recensioni.
Christian Sinicco | Canti e balli
Sugli invisibili codici | Editoriale
Luigi Nacci | Dare tempo al tempo e aprire brecce nelle riserve
Uno speciale sguardo d’insieme alla poesia contemporanea | Introduzione a FM 87
Moncef Ghachem | Dalle sponde del mare bianco
La coscienza del popolo mediterraneo | Intervista
Lello Voce | I miracoli a Monfalcone sono realtà
La poesia, il pubblico e Absolute Poetry | Intervista
Absolute Poetry Festival 2005
Absolute Jukebox
Absolute Poetry Festival 2005 | Audio
Luigi Cinque | Sinergia tra i linguaggi
Elettricità sociale delle contaminazioni | Intervista
Absolute Poetry Festival 2005
Nanni Balestrini | Poesia al di fuori del controllo umano
La macchina di Elettra | Intervista
Absolute Poetry Festival 2005
Gabriele Frasca | Furia della sintassi
Il battere del ritmo | Intervista
Absolute Poetry Festival 2005
Raiz | Tutti uguali di fronte alla legge del McDonald’s?
Dialoghi delle culture | Intervista
Absolute Poetry Festival 2005
Tommaso Ottonieri | Oltre le logiche restaurative
L’acqua di una voce sola | Intervista
Absolute Poetry Festival 2005
Arnaldo Antunes | Transborda poesia
Il rock che è Brasil | Concerto di poesia
Absolute Poetry Festival 2005
Luigi Cinque Raiz Shafqat | Konzert
Racconti in versi e musica | Concerto di poesia
Absolute Poetry Festival 2005
Michael Gross & Palma Kunkel | La luna cadente
Un poetico viaggio nell’inconscio | Performance
Absolute Poetry Festival 2005
Pierluigi Cappello | Chapeau
Tanto di... Cappello | Letture
Absolute Poetry Festival 2005
Sara Ventroni | Nel Gasometro
Le improvvise rarefazioni degli uomini | Performance
Absolute Poetry Festival 2005
secolozeropromo
Progetto multimediale di FuoriCasa.Poesia | Video
Stefano Massari | La poesia fuori casa
Ragionamenti oltre l’ambientino | Intervista
Parco Poesia 2005
Roberto Galaverni | Il Cavalier Jedi a ruota libera
Narcisismo e critica | Intervista
Parco Poesia 2005
Umberto Piersanti | Dalla provincia dell’impero la riscossa della poesia
Le scoperte del mondo che c’è stato | Intervista
Parco Poesia 2005
Gabriella Sica | Una spiga di grano sontuosa
L’idea della visibilità | Intervista
Parco Poesia 2005
Davide Rondoni | Il pensiero dominante e la poesia
Rimbaud Vs Rondoni | Intervista
Parco Poesia 2005
Aldo Nove | Non ci sono giovani poeti
Per Aldo Nove i migliori sono tutte femmine | Intervista
Andrea Cortellessa | Le orecchie aperte alle generazioni?
La pluralità che manca | Intervista
Pordenonelegge 2005
Marianna Marrucci | Versi bifocali e stratificazioni linguistiche
Su Elisa Biagini, Florinda Fusco e Francesca Genti | Saggio
Piers Hugill | An overview of contemporary British poetry since 1977
Saggio
Michele Obit | Loro tornano la sera
Appunti sulla giovane poesia slovena | Saggio
Roberto Dedenaro | Probabilmente qualcosa di cui non sappiamo
Alcuni cenni alla poesia contemporanea dei paesi baltici | Saggio
Marijana Sutic Pavlicevich | Poeti croati contemporanei
Scena poetica zagabrese alla svolta del millennio | Saggio
Christian Sinicco | Fenomenologia di Italo Testa
Retina si fonde in dio di acciaio | Saggio
Dome Bulfaro | Il corpo delle contraddizioni
Depistaggi sulla poesia di Luigi Cannillo | Saggio
Stefano Guglielmin | Massari nel libro dei vivi
Malgrado intorno regnino maceria e fame | Recensione
Isabella Bordoni | Lì dove l’ombra appare
In ricordo di A. | Performance
Trieste Poetry Slam
Circuito Europeo di Reading 2005 | Audio
Martino Baldi | Ossigenazione a tutti i livelli
I capitoli ariosi di una commedia | Intervista
Circuito Europeo di Reading 2005
Anna Toscano | 18 anni senza televisione
Così la neve scioglie sul cappotto | Intervista
Circuito Europeo di Reading 2005
Jacopo Ricciardi | Lasciare una traccia completamente irriconoscibile
Nell’emergere della terra dal mare | Intervista
Circuito Europeo di Reading 2005
Gianluca Pulsoni | La tradizione come variazione del reale
Dal ripiegamento alla nascita della poesia | Intervista
Claudio Bedocchi | La cultura a Reggio Emilia
Al centro della poesia | Intervista
Christian Sinicco | Nelle viscere di Trieste e dei suoi poeti
Una radiografia dettagliata | Recensione
intervista a piva: apocalisse da camera
Questo pezzo è uscito oggi sul "Nuovo Quotidiano di Puglia"
Intervista allo sceneggiatore di “Lacapagira” e “Mio Cognato” dopo il brillante esordio letterario di “Apocalisse da camera”
Piva
La normalità della trasgressione
di Rossano Astremo
Un esordio davvero convincente quello di Andrea Piva, scrittore barese, autore delle sceneggiature dei film “Lacapagira” e “Mio cognato”, la cui regia è firmata dal fratello Alessandro. “Apocalisse da camera”, questo è il titolo del romanzo da poco nelle librerie, pubblicato da Einaudi nella prestigiosa collana Stile Libero, curata da Severino Cesari e Paolo Repetti. Il romanzo racconta la mirabolante giornata di Ugo Cenci, assistente barese di Filosofia del diritto, poco più che trentenne, nella vita del quale donne e sesso sono il centro perenne dei suoi pensieri, avviluppati in un maschilismo devastante e disarmato. Legato ai genitori da un rapporto malato e contraddittorio, Ugo è dedito a un uso costante di alcol, tabacco, cocaina. Sostituitosi di fatto al suo professore, Ugo porta avanti da qualche anno con le studentesse più “promettenti” un fiorente mercatino del sesso. Sino ad arrivare alla fatidica giornata nelle quale il percorso esistenziale di Ugo subisce virate inaspettate e lo costringe a compiere scelte determinanti. Un romanzo che alterna registro grottesco e tragico, scritto utilizzando un linguaggio manieristico e mai piano, nel quale emergono a chiare lettere i peggiori vizi di una generazione che sembra aver smarrito la bussola.
Perché la scelta di sviluppare le vicende narrative che vedono protagonista Ugo Cenci nell'arco di un’unica giornata?
«Non lo so, è una cosa che mi viene naturale, ma il perché me lo sono chiesto spesso anche io, dato che anche nei miei film lo schema di sviluppo temporale è stato questo. Non so chi diceva che il cinema è la vita in cui sono stati tagliati i momenti di noia, o insignificanti. Se ci pensi, araccontarla minuto per minuto anche una sola giornata potrebbe durare diecimila pagine o ventiquattro ore di film. Quindi, a conti fatti il mio metodo è lo stesso, solo che le ellissi sono meno cospicue. Insomma, non so. Non la vedo come una scelta "radicale"».
Quali le differenze che riscontri tra la scrittura cinematografica e la scrittura narrativa?
«La scrittura cinematografica è una scrittura "tecnica", nel senso che ha uno schema, un codice piuttosto rigido da seguire. La creatività in sceneggiatura si esprime solo negli sviluppi della trama e non anche a livello linguistico. Un copione è uno strumento tecnico in cui ogni reparto che lavora alla realizzazione del film - dal costumista al direttore della fotografia - deve sapere leggere con agilità. Poi ovviamente anche nel solco dello schema si può scrivere più o meno bene - e una penna felice si nota anche qui. La scrittura romanzesca è invece la scrittura "totale", per così dire. Ogni segno, virgole comprese, partecipa dell'opera e fa parte del prodotto finale. Per esempio: un racconto in cui si omettano programmaticamente i segni di interpunzione esprime anche in quello una visione artistica. Una sceneggiature senza virgole è solo una sceneggiatura scritta da un analfabeta. Ti dirò che ne ho viste diverse così. Alcuni registi scrivono come bambini di sei sette anni d'età».
Oltre alla promozione del tuo libro, ci sono altri progetti in cantiere?
«Per adesso sto scrivendo un film con Edoardo Winspeare e Alessandro Valenti. Per la regia di Winspeare. Ma sto pensando da tempo a un altro romanzo. Questa volta autobiografico. Vorrei raccontare dall'interno il mondo del cinema. Che è un carrozzone inimmaginabile. Sembrerà un romanzo di fantascienza».
Come è nata la collaborazione con Winspeare?
«Io ed Edoardo ci conoscevamo da un po', anche se non benissimo, e ci trovavamo simpatici. Lui aveva scritto un copione con Alessandro Valenti e a un certo punto ha avuto bisogno di uno sguardo "fresco" sulle vicende che andava raccontando, così mi ha contattato. In sceneggiatura va così: scrivi, riscrivi, sposti, aggiusti e a un certo punto non sai più cos'hai fatto. Allora alzi il telefono e speri che qualcuno sia in grado di aiutarti. In genere il qualcuno arriva però solo a fare danni, e tu ritorni alla prima versione che avevi scritto di getto».
Come sta andando il lavoro?
«Siamo nella fase in cui il "qualcuno" ha fatto danni. (Scherzo, anche per la non secondaria ragione che quel qualcuno sono io). Il lavoro sta andando molto bene. Ho integralmente riscritto il copionesecondo i miei personali canoni artistici - se di arte si può parlare nella scrittura cinematografica. E stiamo discutendo su cosa ci siamo persi per strada e cosa guadagnato. Sai, scrivere sceneggiature consiste soprattutto nel chiacchierare. Registi, sceneggiatori e produttori sono i massimi esperti di dietrologia. Sono capaci di parlare per giorni di cosa significhi il fatto che un personaggio batta le palpebre o meno in una tale scena».
Per concludere, tre libri che consigli vivamente ai lettori del nostro giornale?
«“Viaggio al termine della notte”di Celine, “L'azzurro del cielo” di Bataille e “La vita è uno schifo” di Malet».
tre mie poesie su booksbrothers.it
Qui http://www.booksbrothers.it/extra/3/1/143/3 tre mie poesie. Ad alcuni forse già note. Incluse nella raccolta che vedrà la luce quanto prima. Spero per dicembre. Così da utilizzarlo come strenna natalizia.
R.A.
racconti apparsi su coolclub.it
Luciano Pagano
Più pulito del vero

Un mattino di luglio, dopo una notte afosa passata a tormentarmi senza riuscire a prendere sonno, mi sono ritrovato nel letto, trasformato in un desktop pc. All’inizio non riuscivo a crederci, non capivo come mai sentivo più caldo del solito. Tutto è incominciato con la fastidiosa sensazione di tutta l’afa presente nella camera da letto. Le cose peggiori succedono sempre in condizioni atmosferiche sfavorevoli, il troppo caldo o il troppo freddo sono segnali, è la norma. Io sentivo caldo perché la mia superficie metallica, il case, era battuto dai primi raggi di sole che filtravano nella stanza. Quel giorno di luglio inoltrato non dovevo andare a lavorare, sarei rimasto a dormire fino a mezzogiorno, avrei lasciato acceso il ventilatore appeso al soffitto e mi sarei rinfrescato il cervello, ma adesso, come avrei potuto? Per accendere il ventilatore avrei dovuto tirare la cordicella che pendeva dal muro, mi resi conto di non avere braccia, ero un desktop dalla superficie grigia, rettangolare, senza fori d’areazione. D’improvviso capii tutto. Nella notte che precedeva il disastro mi ero lamentato del mio computer, un pentium III che faceva acqua da ogni dove, la ventola del sistema non raffreddava a sufficienza, l’hard-disk era troppo poco capiente, il clock troppo lento, nemmeno cinquecento megahertz, e adesso il caldo, ci mancava questa goccia di sudore a far traboccare una brocca oramai colma. Un giorno sì e uno no mi toccava spegnere e riavviare il sistema per via del surriscaldamento quasi istantaneo della scheda madre, il segnale d’allarme era un bip intermittente, lo stesso delle casse nei supermercati, ascoltare quel sibilo e sobbalzare pensando alla perdita dei dati era un tuttuno. Ieri notte dovevo fare l’upload del sito, il sistema non ha retto allo sforzo, prima di spegnere tutto ho masterizzato i dati più importanti. Cazzo. Hanno suonato il citofono, deve essere arrivato l’uomo delle scale. Una volta alla settimana viene a pulire le scale del condominio, cinque euro al mese per ogni condomino. L’uomo delle scale ha l’abitudine di citofonare alle sette del mattino, quando i condomini dormono, qui per lavorare escono alle nove, penso al profumo di limone che ognuno degli inquilini sentirà quando uscirà dall’appartamento girando la chiave nella toppa. Come posso aprire all’uomo delle scale? Penserà che non voglio aprire la porta perché non voglio pagare i soldi del mese, è un vecchietto silenzioso, mi ricorda uno sciamano fuggito da un x-files. Qualcuno dovrà pure accorgersi di me! L’uomo delle scale inizia a pulire dal piano dove abito, suona sempre il campanello di casa, io apro, mi porge il secchio vuoto e mi chiede con gentilezza se posso riempirlo di acqua del rubinetto. Eccolo, ha suonato e io sono un computer spento, abbandonato sulle lenzuola e non posso muovermi, è una sensazione terribile. Clack. La porta che si apre, è lei. Lei c’è. Cazzo. Lei è a casa. Deve essersi svegliata prima di me senza accorgersi che mi ero trasformato durante la notte, sarà andata in bagno senza nemmeno aprire gli occhi. Deve essere stanca, la sento che striscia fino alla porta, va ad aprire, si sposta in cucina, deve aver riempito il secchio, la porta si chiude. L’uomo delle scale saluta. Sono salvo, lei può aiutarmi, dobbiamo capire se posso tornare uomo, almeno potrà accendere il ventilatore sul soffitto finché non scopriremo assieme che cos’è successo durante la notte. La porta oscilla, una brezza improvvisa sembra sbatterla, invece no, la porta resta ferma a metà. La mia ragazza ha chiuso la porta e sta per entrare nella stanza, finalmente, sono salvo. “Cosa ci fai ancora a letto, alzati, devo pulire!”. La voce secca del comando proviene da una fessura nel manico di una imetec-piuma-800w a sacchetto riciclabile. Cazzo. Si è trasformata anche lei. “Allora…cosa aspetti…vuoi alzarti o no?!? Vuoi alzarti o noooooooooo”. Mi risveglio nel letto, sudato, mi tocco le braccia con le mani, ci sono, sono io, sono un corpo. Prometto di non passare più le nottate a lavorare davanti ad un computer, a patto che lei no passi più i miei giorni liberi ad aspirare la polvere dagli angoli invisibili.
racconti apparsi su coolclub.it
Elisabetta Liguori
Parallelismi vitali

“Il mondo è pieno di uomini saggi inascoltati, pensò Luisa, tornando alla fermata dell’autobus. In alcuni punti della città, forse ogni giorno, spuntavano idee geniali che tutte insieme avrebbero cambiato il mondo.”
da “ Luisa e il silenzio “ di C. Piersanti- Feltrinelli 1999
Aveva detto: questa volta non rinuncio alle ferie per nessuna ragione al mondo. Ma quando non è in ufficio, il silenzio le si posa sulle spalle, scottante e grezzo come un plaid. Si posa e separa i pensieri dalle cose. Lei ricorda che il silenzio esiste in colpevole ritardo, quando fa caldo, quando quel che è stato detto poco prima già non conta più. Sarà anche questo un agosto da blusa di lino e pantalone con la piega, avendo deciso di revocare le due settimane di mare, come tutti gli anni. Non sapeva che il lavoro potesse essere così diverso dal silenzio, così discorde per consistenza. Si cerca lavoro per soldi, solitamente, per autonomia, per tradizione. Nasce questo bisogno come fame, intorno ai venticinque anni. Alla fine degli anni 80 c’era un percorso obbligato che portava dritto da giurisprudenza ai pubblici concorsi. Questi erano ancora su gazzetta ufficiale. Se ne trovava notizia in edicola e ne conseguivano alacri e ottimistici programmi di studio. Si banchettava in collettive ipotesi di futuro. Quando aveva fatto gli orali a Roma, in un giugno d’oppressione respiratoria, lei aveva avuto netta l’impressione di essere divenuta parte di un disegno, una cosa del tipo: l’ombra di Dio che passava sulla sua testa, segnando il nesso tra un evento e il suo passaggio sul pianeta. Per festeggiare, aveva vomitato cappuccino e cornetto in un angolo poco distante dalle rive del Tevere, presso una parallela di via Arenula. Poi aveva telefonato a casa e urlato: lavoro sicuro.L’ombra di Dio le era capitata sotto le ciglia anche durante il parto. Lo stesso sforzo sovrumano non equivoco. Durante la spinta finale, si era tirata su a fatica, e, con le mani, aveva tentato di toccare l’epicentro di sé, lì, tra le gambe, per sentire meglio, ma il ginecologo si era arrabbiato e lei aveva rinunciato. Al successivo passaggio delle infermiere in corsia, con carrello, bacinella e ovatta, lo stupore l’aveva proiettata nel progetto, come se l’ostetrica le avesse portato una lettera di sangue e muco, su cui era scritto: sei qui per questo. Aveva dormito bene e a lungo, dopo. Quel parto era stato molto simile al primo giorno in ufficio, per lei.A pensarci bene, era accaduto anche la volta che aveva amato o creduto di amare. Giorgio, per esempio, quantunque in quel caso l’illusione fosse stata imposta dalle sue chiacchiere da imbonitore. Giorgio avrebbe dovuto vendere piatti e padelle in tv, invece di continuare a studiare, studiare, studiare. Se lo avesse fatto, chissà oggi quante batterie avrebbe già dato via, quanti soldi, quante volte Dio sarebbe passato sulle loro teste in aereo, a lanciare messaggi rassicuranti e convincenti. Quindi amore, maternità e lavoro erano, per lei, circostanze similmente distanti dal silenzio. C’era il giusto movimento in queste, la naturalità, il dubbio e l’assenza di fraintendimento. Ciò che le serviva. Quand’anche si trattasse di abbagli, la difendevano comunque, mescolandosi alla terra.In ufficio, d’estate, la luce cade ficcante da destra, schiacciandosi sulla sua tenda a listarelle color latte; è un riverbero che volge ad altro molto, molto lentamente. Gli oggetti sul tavolo aspettano le sue mani ogni mattina e restano intimamente suoi, sebbene a termine. Lei ha con il parquet consunto, la striscia antiscivolo delle scale, il fischio dell’ascensore, una consuetudine fisica che lascia spazio all’armonia e alla sorpresa in modo inspiegabilmente equilibrato. Si chiede però cosa faccia la luce in sua assenza, quale sia il colore della notte quando l’ambiente non è di sua competenza. Cosa c’è quando lei non c’è. Tutto e tutti si fidano di lei, nonostante certe domande: hanno cominciato ad affidarle incarichi di alta responsabilità. Lei tiene ordine, raccoglie, istruisce, sciorina, praticamente tiene ricche relazioni con il pubblico, da quando l’hanno nominata responsabile del settore. Un po’inventa, ma ogni nuovo articolo di legge appreso, diventa dna da riutilizzare. Nei corridoi, la gente va e viene, vociando: è bellissimo possederla, per il tempo necessario che dura un incontro. Conquistare attraverso l’esistenza altrui, la certezza del proprio esistere. Le parole di tutti, vorticando, non salgono in alto come aria calda, ma si depositano in basso, livello scrivania; con la saliva in pezzi incrostano i fogli uso bollo, scarabocchiano sigle di penna nera e tremula, distolgono dal tempo che passa i bambini lacrimosi in sala d’attesa, con la loro piccola bocca sulla pelle delle sedie ancorate al suolo. La gente, che passa rapida nelle sue sei ore lavorative giornaliere, le fa vento sul viso: lei sa dove va, perché, quando tornerà, su quali gambe, tra quali pensieri. La fine è certa grazie all’esperienza: un incrociarsi di dettagli noti a cui lei può imprimere il giusto movimento. Lavoro, maternità, e, a volte, amore, nell’attimo breve che lo contiene.La gente ha molto da dire. Giorgio, per esempio.Non andrà in ferie neppure quest’anno, quindi, per non opporre alcuna interruzione alla perfezione del cerchio. In ufficio c’è l’aria condizionata. Giorgio per esempio, lui era andato via un giugno, spezzando il disegno. Questo non le era piaciuto; avrebbe voluto farlo lei; prevedere, anticipare. Si era detta: qualcuno lo vuole, e quel qualcuno avrebbe voluto essere lei. E poi, a dirla tutta, in questa solfa del parallelismo necessario a smussare le asperità cardiache, non è che il parto, neppure, fosse stata quella gran fatale passeggiata. Meglio dunque mostrarsi subito molto disponibile ai piani alti, elaborare piani estivi di smaltimento dell’arretrato, scrivere un paio di relazioni amministrative. Sorridendo, insistere.







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