flavio santi: l'eterna notte dei bosconero
Flavio Santi:“L’eterna notte dei Bosconero”
Sangue e polvere in una Sicilia carica di simboli
di Rossano Astremo
Un marasma di sangue. Corpi divelti in ogni dove. Carni stracciate su surreali spazi di una Sicilia irriconoscibile, darkeggiante e putrida. Questa è l’atmosfera che si respira annusando le pagine del secondo romanzo di Flavio Santi, “L’eterna notte dei Bosconero”, edito dalla Rizzoli nella collana 24/7. Un romanzo che evidenzia la verve multiforme di uno scrittore mai domo, sempre alla ricerca di interstizi creativi nei quali ficcarsi per poter sperimentare senza remore. Poeta, tra i migliori della sua generazione, traduttore, critico e romanziere, Santi, nel suo nuovo libro, sposta la lancetta del tempo, cavalcando l’onda di una storia suggestiva e da ultimare, come un puzzle irrisolto che necessita di definitiva ricomposizione. 16 marzo 1832. Pochi giorni prima della sua morte, Goethe è impegnato nella stesura del suo “Diario. Ultimi giorni. Confessioni”, un testo nel quale lo scrittore fa emergere i ricordi terrificanti della sua permanenza in Sicilia, nel lontano 1787. Dieci giorni nei quali il Male si palesa in tutta la sua liquida totalità. Una sorta di traccia nascosta o, meglio, ascoltata al contrario, del suo “Viaggio in Italia”, che getterà nuova luce sulla composizione del “Faust”. Una narrazione-matrioska, in cui gli affabulatori si susseguono, e s’intersecano, s’aggrovigliano e si compenetrano, tutti a gettare luce sull’oscura vicenda che vede protagonista, in una Palermo squamata e onirica, la famiglia Bosconero, ed in particolar modo Federigo Bosconero, pallido individuo colpito da continui attacchi d’amnesia e narcolessia, custode di quel “potentato del male” che tutto divelle e squarcia, affascinando e turbando un Goethe stordito. Storia di vampiri e demoni, storia che più che letta va odorata, nell’abbandono del tentativo di smontare l’intreccio per creare una fabula maggiormente accessibile. È necessario farsi ammorbare dalla truculenza delle descrizioni di azioni al limite dell’accettabile: “La scannai. Con un gesto rapido le strappai quella lingua e mentre lo facevo sentivo di amarla, ma senza desiderarla fisicamente. Non volevo un amplesso con lei. Stavo andando oltre. Stavo arrivando al limite estremo, al sangue…La vita vive nel sangue…Le strappai la lingua. Ne scaturì un violento fiotto di sangue. Me ne cibai avidamente. Non mi bastava. Eccitato da quel fiume rosso andai oltre, sempre più oltre, le afferrai la testa e cominciai a torcergliela come un panno bagnato. Sentii le vertebre stridere, tanti anelli che si separavano di colpo. La pelle cominciò a sollevarsi, le vene esplosero. La lasciai con mezzo capo staccato. Poi fuggii…”. Santi abbandona l’ambientazione friulana del primo romanzo, di certo più consona per una storia gotica, scagliando il lettore in questa Sicilia mostruosa, dominata dal sangue, che ricorre iterativamente nella storia, impestando e disgustando il lettore, una Sicilia il cui vampirismo può essere letto come una grande metafora della mafia e della corruzione. Ecco la chiave politica di Santi, ecco lo spiraglio di senso rivolto verso la nostra contemporaneità. Un attacco non diretto, non costruito partendo da fonti e facendo nomi e cognomi, come il Saviano di Gomorra, ma un’accusa celata dietro una costruzione narrativa carica di simboli, piena di dosi paradigmatiche da iniettarsi a piccole dosi, con un Goethe che assiste alla visione del Male supremo, senza riuscire, poi, a descriverlo, se non sintetizzandolo con un unico termine: “polvere”.Quella stessa polvere che s’annida nella pelle di ciascuno di noi, ineliminabile, con la quale convivere.
una legge per il libro

Si è conclusa a Roma la due giorni degli Stati Generali dell'Editoria. Qui il manifesto programmatico presentato dagli editori. La questione della lettura in Italia è davvero cruciale. Lo sappiamo, metà degli italiani non legge per nulla, il sistema continua a girare grazie alla presenza di uno zoccolo duro di "lettori forti", c'è un profondo dislivello tra le classi sociali (leggono di più i più ricchi) e tra nord e sud (noi leggiamo meno). Il problema è lacerante e profondo. Nel senso che non basta presidiare la lettura per garantire un aumento dell'affezione del non lettore al libro. Non basta nemmeno la spettacolarizzazione dell'evento. Libro non presentato con schiera di relatori ben microfonati, ma libro che si trasforma in testo multimediale (lettura performatova, video e musica ben sparata). La questione è culturale: è necessario spezzare quell'aurea di merda e pesantezza che circonda la frase "sto leggendo un libro". Far crescere i bimbi in un mondo che respira di libri. Educarli alla lettura. Educarli alla comprensone dei testi, uscendo fuori dalle dinamiche didattiche, dalla rincorsa alle antologie piene di note al margine nelle quali il testo creativo scompare e s'aliena. Ripensiamo il concetto di lettura. Solo così gli adolescenti eviteranno di avvicinarsi al genere romanzo leggendo i Moccia e i Muccino. Perché i loro libri sono prolungamento dell'invasione delle immagini (televisivizzate o cinematografate) che bombardano la retina. Incrementando il depensamento. E che il libro non venga associato al prodotto interno lordo di una Nazione, ma al prodotto di idee in grado di stimolare.
r.a.






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