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walter siti - troppi paradisi

di vertigine (28/09/2006 - 10:13)

WALTER SITI

tratto da “TROPPI PARADISI”

“Itsi Bitsi” era il soprannome, tratto da una canzone rock, che il suo

ragazzo dava a Iben Rasmussen, una delle più grandi attrici viventi. Lui

era appunto un cantante rock, anzi "il primo poeta beat che cantava in

danese", e si chiamava Eik Skalöe. Lei non recitava ancora, erano due

ventenni coraggiosi: lui si è suicidato nel 1968.

Chi non l'ha vista non sa che cosa possa fare Iben Rasmussen sul

palcoscenico; il suo corpo scrive quello che deve scrivere e la tecnica

non si vede; è un ragazzino di quindici anni, una donna sexy di trenta,

una vecchia, un folletto senza età; è Arlecchino, Anna Karenina,

l'ombra sfarfallante che una radice getta sul focolare; la sua voce è

metallica da automa, melodiosa da cantante di night, rauca da orco e

potente da generale. Il suo corpo è tutto meno che una forma fissa, o un

contenitore - è piuttosto, si direbbe, un reagente.

Le luci si sono spente, io lo spettacolo l'ho già visto e spero che stasera

sia al suo meglio, perché voglio che Sergio provi quel che ho provato

io. All'inizio sono nervoso perché mi sembra tutto diverso, con un'altra

scansione, mi sembra che ci siano più musiche e meno punti

commoventi. Quand'è che riceve la notizia che il suo ragazzo è morto, e

ha un ombrello giallo su cui cadono pezzetti di carta ? In quel momento

sta facendo la parte di Kattrin, la figlia muta di Madre Coraggio. Perché

questa è l'idea che ha reso possibile lo spettacolo: dopo più di vent'anni

da quella morte, finalmente il dolore vero, autobiografico, ha cessato di

essere muto. L'attrice che si era nascosta dietro il teatro e la disciplina è

riuscita finalmente a parlare di sé, ma l'ha fatto usando frammenti delle

proprie interpretazioni. Il dolore è astuto, è una talpa, è un re. Ma

bisogna lasciarlo lavorare.

Lei mi sembra meno in voce del solito, sono deluso - ma come se mi

avesse sentito, e se tra i circa duecento spettatori avesse captato la mia

scontentezza, d'improvviso comincia a sgolarsi, a lanciare grida enormi

e senza preparazione, così si farà male; sbircio Sergio con la coda

dell'occhio e lo vedo preso al laccio, lo spettacolo è decisamente un

altro ma anche questo funziona. Siamo tutti preoccupati per l'attrice,

non dovrebbe supplire con l'autolesionismo a una performance carente,

non per noi, non ne vale la pena. Poi tutto viene ripreso dalla

fisarmonica, lei è perfettamente padrona della situazione, riparla a voce

bassa; la partitura si ripete esattamente identica tutte le sere, compresa

l'impressione che sia ogni sera diversa; il parossismo masochista era

un'illusione tra le altre, ma non facciamo in tempo ad ammirarla che si

riaccendono le luci. Nessuno ha la prontezza di spirito di applaudire.

Solo adesso mi accorgo che Sergio sta piangendo come un vitello,

senza ritegno, mormorando smarrito una frase del testo: "ci sono forze

buie in cui si è ciechi, e ci sono forze buie che danno conoscenza". Lo

dirigo verso un angolo deserto vicino al fiume, mi abbraccia e insiste

con un'altra citazione, "la piccola fiamma che cerco di proteggere".

Dice “Walter , sarai tu la mia fiamma ? io non voglio restare come sono,

voglio che la mia vita abbia un significato".

Quella cosa strana, strana, strana che è un corpo: ho sempre pensato, e l'ho fatto per sessant'anni, che si potessero desiderare solo i corpi – che l'anima, il carattere, la forza morale venissero dopo. Perché nel corpo è iscritto quel lampo di cui l'anima, il carattere, la forza morale non sono che tardivi surrogati.

Forse non è così. Forse c'è un'energia simultanea

di cui il corpo è solo uno dei poli, e che ho sempre mancato.

La faccetta di Sergio si ricompone dopo la tempesta, stringendolo sento

la forza delle sue braccia snelle; è già ritornato sui prati dietro casa,

paragona quello che ha visto alle fiction televisive e ha l'esatta nozione

della pura merda. La contessina napoletana che dichiara "io per la

recitazione sarei disposta a tutto", ed è arrivata con una

raccomandazione di Mastella; quelli che sperano di "imparare facendo",

due attori da cinquanta pose per la Lega e un generico per il Cdu.

Ci rotola tra i piedi un cartone fumigante, due donne urlano e c'è

un'edicola di giornali che sta bruciando. Ma una bambina è rimasta

intrappolata tra l'edicola e il muro, le vampate sono alimentate dal vento

e le due donne non osano avvicinarsi - assicurano che stanno arrivando i pompieri. Sergio si toglie il cappotto, è un attimo, se lo getta sulla testa

e si lancia nel fuoco; ne esce dopo pochi secondi con la bambina che

strilla e odore di lana bruciata e lui che sfrega il cappotto sull'asfalto.

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libro da custodire

di vertigine (28/09/2006 - 08:38)

 

Fandango Libri

presenta

BEPPE SALVIA
UN SOLITARIO AMORE

Poesie e prose 1978-1984

 A più di vent’anni dalla sua morte Fandango Libri ripropone l’opera poetica completa e gli inediti, in poesia e in prosa, di Beppe Salvia; della sua scrittura è stato detto “raramente nella poesia degli ultimi vent’anni abbiamo avuto modo di ascoltare versi più lievi, più chiari, più volatili di questi”. Beppe Salvia inizia a scrivere nella Roma degli anni Settanta, una città in grande fermento, è la Roma della transavanguardia; una città nella quale lascerà, dopo la sua prematura scomparsa, una traccia indelebile. Di lui hanno scritto e parlato, fra gli altri, Andrea Zanzotto, Dario Bellezza, Enzo Siciliano, Eraldo Affinati, Edoardo Albinati, Emanuele Trevi. E proprio Emanuele Trevi ricostruisce, in un’intensa introduzione al libro, una sorta di racconto, la vita delicata e maledetta di questo poeta, che si toglierà la vita a soli 31 anni; e nella cura delle sue opere restituisce la scrittura di uno dei poeti più originali della poesia contemporanea.Dagli anni Novanta, la poesia di Salvia è diventata oggetto di un vero culto, i suoi componimenti vengono pubblicati nelle antologie e negli studi di poesia contemporanea, e finalmente oggi riesce ad avere il giusto rilievo editoriale.E’ una poesia della semplicità, delle cose e del cuore, non tende all’oltre delle cose, guarda alla realtà, al “vero” leopardiano, lo accetta e lo nomina con parole quotidiane, leggere, in questo senso le parole si fanno reperti preziosi, che il poeta offre come “bellissimi doni”. La sua poesia guarda e subito distoglie lo sguardo, è poesia dell’ “assenza, più acuta presenza”, come disse Bertolucci; poesia della malinconia delle cose lontane e vicine, della speranza di trovare un’aderenza alle cose; sfiora e illumina di bianco la realtà, un colore salvifico, è una malinconia che non esclude la felicità

Questa è la nostra vita. Questi nostri 
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano.
Il vento
il sole, le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni
questa è la nostra vita e nulla più.
Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa,
d’ombra,
e nella vita un’altra vita
eterna.

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

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