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Archivio Ottobre 2006

una poesia

di vertigine (30/10/2006 - 12:24)

Franco Fortini: La partenza


Ti riconosco, antico morso, ritornerai
tante volte e poi l'ultima.

Ho raccolto il mio fascio di fogli,
preparata la cartella con gli appunti,
ricordato chi non sono, chi sono,
lo schema del lavoro che non farò.
Ho salutato mia moglie che ora respira
nel sonno sempre la vita passata,
il dolore che appena le ho assopito
con imperfetta, di sé pietosa, atterrita tenerezza.
Ho scritto alcune lettere ad amici
che non mi perdonano e che non perdono.
E ora sul punto di dormire
un dolore terribile mi morde
come mille anni fa quando ero bambino
e lo chiamavo Iddio, e Iddio è questo
ago del mondo in me.

Fra poco, quando dai cortili l'aria
fuma ancora di notte e sulla città
la brezza capovolge i platani, scenderò per la via
verso la stazione dove escono gli operai.
Contro il loro fiume triste, di petti vivo,
attraverso la mobile speranza
che si ignora e resiste,
andrò verso il mio treno.

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dialogo della domenica

di vertigine (29/10/2006 - 08:08)

tratto da Americana di Don DeLillo

"Stato civile."

"Divorziato."

"Appendice."

"Tolta."

"Qualcos'altro che vorresti dire alla cinepresa?"

"Solo ciao."

"Ambizioni particolari nella vita?"

"Uscirne vivo."

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da leggere

di vertigine (28/10/2006 - 09:52)

SARA VENTRONI

NEL GASOMETRO

Ecco la postfazione di ALDO NOVE

Una volta c’era il moderno. Lo celebrava venti anni orsono Milo De Angelis, parlando dei “grandi stili dell’industria” della periferia milanese, ma ancora prima Pagliarani con lo stupore di Carla la ragazza di fronte alle pubblicità al neon che dominavano la metropoli 50 anni fa (la stessa di Miracolo a Milano, la stessa di tutto il neorealismo all’ombra delle grandi città), seguendo una linea immaginaria che da Baudelaire prosegue per tutto lo scorso secolo e diventa, all’inizio del nuovo millennio, adesso, lontano passato.
Oggi (e l’approssimarsi al presente è forse la più grave sfida che la poesia si trova davanti) il moderno non è più attuale.
Il futuro incombe con le sue icone made in Microsoft, è quotato in borsa (che altro non è l’indice Nasdaq se non la tesaurizzazione del futuro e della sua strategia di potere tecnologico?) e sa di virtuale più forte del quotidiano che gli si antepone con la forza dell’abitudine (la desolata abitudine delle Elegie Duinesi di Rilke), con il margine ineluttabile, eppure esso stesso minato, della biologia nostra.
Ted Hughes e T.S. Eliot, testimoni di uno sfacelo in cui l’antropocentrismo si sgretola di fronte alle sue stesse creature, appartengono al passato.
Un passato prossimo ma, nella pratica, enormemente distante.
Sara Ventroni, con Nel Gasometro, il punto più alto del suo stupefacente e quasi del tutto inedito work in progress, saggia la persistenza della memoria nel punto in cui si fa carne e laddove la carne si confonde con gli altri materiali che la sovrastano, la invadono, la negano (quella carne che nel Salò di Pasolini, per quanto straziata, era ancora carne).
Le profezie di Philip Dick, le orrorifiche fusioni amorose tra lamiere e corpi di J. Ballard e le relative visioni di David Cronenberg non sono più metafora del futuro ma illustrazione del nuovo che è già in noi. In tempi di bambine clonate e guerre medianiche il gasometro è icona pesante, pesantissima, di un futuro che (dimesso, convertitosi in passato) persiste come strato geologico nella corteccia cerebrale dell’immaginario comune e nella topografia dei centri urbani. Chi ha visto Spider di Cronenberg sa cosa vuol dire vivere vicino a un gasometro, ne assorbe il valore totemico decaduto, l’inquietante concentrazione di energia che pesantemente si trasmuta dentro la costrizione dell’acciaio.
Mentre nelle scuole superiori si studia Carducci, e il suo Inno a Satana (inteso come dio della modernità, delle fabbriche, delle macchine) appare ancora una provocazione nei confronti di chi considera la poesia eternamente ripiegata su se stessa, nella purezza “altra” dei contenuti, i gasometri dimessi che costellano l’Italia testimoniano con inquietudine che anche il Satana di Carducci ha ormai da tempo traslocato nelle biblioteche ed è, se qualcosa ancora è, letteratura, né più né meno dei miti a cui baldanzosamente si contrapponeva.
Questo Satana (questo dio di una modernità che ha fatto il suo tempo, che marxianamente ha traslocato nell’immaginazione, anche se è proprio “l’immaginazione” informatica ad aver preso il suo posto, ancora più diabolica dell’acciaio e della meccanica che ne “umanizzava”, “mimando il corpo”, la produttività) Sara Ventroni lo trasfigura (in poesia) da di dentro: Nel Gasometro, appunto. Nel cuore (di tenebra, e di ruggine, e di muschio) e nel sangue della storia coagulata in geografia (in geologia). Nella pietas per la massa (di gas, di acciaio, di corpi di operai) che non c’è più, ma c’è stata.
Se Trakl scriveva per i “non nati nipoti”, in era di postmoderna dimenticanza collettiva Sara Ventroni scrive per i “non esistiti (o meglio: dimenticati) avi”, come gli operai che nel gasometro sono morti. Per quegli uomini-massa di cui la storia non renderà conto perché ha altro di cui occuparsi (scriveva qualche anno fa Franco Loi, e lo traduco in italiano: “O quanta gente che è morta sulla strada / La storia è passata senza vederla”).
La lezione della poesia di Sara Ventroni proviene sicuramente da Eliot e da Pagliarani, passa per le avanguardie storiche e si feconda attraverso altre forme di espressione non propriamente poetiche ma alla poesia contigue: il teatro rosso sangue di Sarah Kane, le suggestioni robotiche della musica dei Kraftwerk, il biologicismo tecnologico di Björk e il jazz, altra grande passione di Sara Ventroni che in un’intervista sul tema ha detto: “Da un certo jazz prendo l’idea di aprire dei varchi ai ritmi: lavorare su strutture musicali modulari-modali per poi romperle da dentro, sprigionando forza attraverso unità fonico-sillabiche delle lingua italiana. Anche se non credo che le sillabe siano la sola ed esclusiva unità di misura della parola, letta o pronunciata [rinvio al fondamentale saggio di Amelia Rosselli, Spazi metrici]. Non mi interessa la ‘musicalità’ della lingua ma la musica-ritmo (il tempo) che sta già dentro. Ogni parola ha un accento naturale che può variare o dar vita ad altre unità ritmiche in relazione ad altre parole, in una sequenza. Il ritmo delle frasi (musicali e linguistiche) non è qualcosa di posticcio applicato da fuori. Il ritmo nasce dalla collaborazione o urto delle parole tra loro. Dal jazz ricavo una certa idea di tempo non continuo, non lineare. O anche l’idea che le parole nella realtà sono sempre parole usate, di seconda mano, patrimonio collettivo. Sono qualcosa che si eredita: hanno una storia, un contesto. Non si può inventare daccapo una lingua, ma uno stile sì, un linguaggio. Il jazz in parole è metterle in un contesto di spazio-tempo. È la consapevolezza di questo: che ogni atto di scrittura è anche un innesto, un riuso della lingua. Le parole, le immagini sono al tempo stesso nuove e ‘standard’. Il jazz è un dialogo: di tempo e controtempo. Del jazz mi interessa l’idea di esecuzione con variazione: puoi registrarlo, inciderlo ma quel che conta è ‘provarlo’ in un certo momento: attualizzarlo in situazione. Questo capita anche con le letture di poesia. Quello che si improvvisa non sono le parole: ma le pause, le prese di fiato, gli accenti”.
Sara Ventroni, da grande performer qual è (è stata la vincitrice del primo Slam poetico italiano, e tuttora la sua attività poetica è prevalentemente orale), coglie e mette in pratica, nel suo lavoro, l’enorme mole creativa di quella che Miles Davis definiva “la forza dell’errore” e che è semplicemente la consapevolezza (tipica del jazz, appunto) che ogni variazione linguistica, sintattica o lessicale o addirittura di pronuncia, di tempi di formulazione è un arricchimento del testo. Lo sapeva bene Amelia Rosselli, costretta suo malgrado dalla scarsa conoscenza dell’italiano, ma consapevole allo stesso tempo della paradossale ricchezza di questa “mancanza”, che sono infinite le variazioni su tema possibili sul canovaccio della poesia, e che non esiste dunque “poesia giusta” o definitiva. È questo forse il motivo per cui Sara Ventroni non ha ancora pubblicato se non una parte davvero minima del suo lavoro. Perché la sua poesia è un corpo vivente che muta ad ogni riesecuzione, fedele alla massima di John Cage per cui non esistono interpretazioni di opere in quanto ogni esecuzione è già opera a sé stante.
È una grande dichiarazione (prassi) di umiltà, quella di Sara Ventroni.
Così come è umile il suo sottrarsi al dolore lirico dell’ego per incarnare quello più diffuso, universale, dei corpi, del corpo, della loro forzata trasmutazione, della sottomissione parossistica a metafore industriali lanciate nel nulla e ridotte a organismi senza vita, nulla.
È come se cento anni dopo l’ubriacatura futurista, quella che celebrava l’equazione cuore-pistone, si rifacesse, da capo, il punto sull’antropomorfizzazione della macchina e sulla robotizzazione dell’uomo, per coglierne con la spietatezza dell’entomologo il fallimento storico (biologico) e per raccoglierne quanto di umano dolore ne resta (anche se il rapporto tra le avanguardie storiche e le macchine, dobbiamo dire, non si chiude ovviamente nell’entusiasmo cieco e presto neoconservatore di Marinetti: ci sono, tra gli altri, gli ingranaggi sentimentali di Picabia e l’immensa metafora del Grande Vetro di Duchamp, una delle opere d’arte del Novecento più amate da Sara Ventroni).
Poesia profondamente morale, questa. Dove Beckett e Brecht si incontrano nel clangore metafisico del passato mondo operaio, nel suo emergere tra muschi e licheni, all’ombra sempre più indecifrabile del gasometro.

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UNA POESIA

di vertigine (27/10/2006 - 09:28)

CLAUDIA RUGGERI

da Inferno Minore

lamento della sposa barocca (octapus)

T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
- sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.

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claudia ruggeri, inferno minore

di vertigine (25/10/2006 - 14:24)

uscito oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia

A dieci anni dalla scomparsa si riparla della giovane poetessa leccese. Imminente la pubblicazione di una raccolta dei suoi scritti

Le pagine di Claudia

“Inferno minore”, un libro per ricordarla

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
di Rossano Astremo
Dieci anni sono passati dal “folle volo” che ha portato via per sempre una delle voci più originali della poesia salentina del Novecento. Era il 27 ottobre del 1996. Claudia Ruggeri, morta suicida all’età di 29 anni, lanciandosi nel vuoto, dal balcone della sua casa leccese, è autrice di un unico poemetto edito in vita, “Inferno minore”, pubblicato per intero sul numero 39-40 del dicembre 1996 del giornale di poesia “L’Incantiere”, di un  poema inedito “Pagine del travaso” e di altre poesie sparse. Dopo tanti anni di silenzio, di disinteresse della critica accademica e militante, verrà pubblicato a novembre il libro postumo di Claudia Ruggeri, dal titolo “Inferno minore”, raccolta di gran parte del materiale scritto in vita, edito dalla peQuod di Ancona e curato da Mario Desiati.Una laconica giustificazione al silenzio dominante in questi anni può attribuirsi alla complessità della poesia di Claudia Ruggeri. Ha scritto Desiati, in una sua appassionata riflessione sulla poetessa leccese: “Claudia Ruggeri scriveva divinamente. La sua poesia ricca di arrovellamenti lessicali, di figure estreme (il matto in primis), è una piccola epifania postmoderna, dove echeggia una semantica inconsueta che mischia parole di origine trobadorica, iperletteraria, dialettale, straniera, aulica, ma anche quotidiana. Claudia Ruggeri ha inventato una sorta di nuovo barocco, ma senza la sua decadenza”. Non a caso Desiati parla di epifania postmoderna. La vena creativa della Ruggeri raggiunge gli esiti migliori in un periodo, il decennio a cavallo tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, nel quale la poesia  ha esaurito le spinte propulsive di molta avanguardia e la sperimentazione non possiede più forti connotazioni ideologiche, ma diventa terreno fertile di plagi, citazioni, giochi intertestuali. In piena temperie postmoderna, appunto. Da qui il continuo dialogo della Ruggeri con Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Jacopone da Todi, Gabriele D’Annunzio, Umbro Saba, Dino Campana e Carmelo Bene. Inoltre, Claudia Ruggeri era un’eccezionale lettrice, capace di performance fuori dal comune. La sua poesia colta e passionale si riversava spesso in reading memorabili di cui oggi resta qualche rara registrazione. L’esordio pubblico di Claudia Ruggeri fu durante una lettura alla Festa dell’Unità di Lecce del 1985 davanti a un basito Dario Bellezza, uno degli scrittori più vicini all’autrice per spirito anarchico e sostanza corporea del verso.Eccone, allora, un breve assaggio, tratto dall’Inferno minore,  poemetto dedicato a Franco Fortini, poeta stimato dalla Ruggeri, ma profondamente lontano per storia ed ispirazione dalla poesia neobarocca della stessa: “ormai la carta si fa tutta parlare, / ora che è senza meta e pare un caso / la sacca così premuta e fra i colori / così per forza dèsta, bianca; bianca / da respirare profondo in tanta fissazione / di contorni ò spensierato ò grande / inaugurato, amo la festa che porti lontano / amo la tua continua consegna mondana amo / l’idem perduto, la tua destinazione/ umana; amo le tue cadute / ben che siano finte, passeggere /e fino che tu saprai dentro i castelli, i giardini / fiorire, altro splendore sai, altra memoria, /altro si splende si strega, si ride, si tira / la tenda e libero si mescola alle carte.”  Questo è il “il Matto II (morte in allegoria)” uno dei testi che strutturano l’Inferno minore. Un poetare tutto sciolto dagli schemi il suo, opera folgorante nella sua novità, che richiede una particolare attenzione da parte del lettore, ma che ammalia, imprigionandoti nella sua spirale di sensi “forti”, folgoranti anche nelle sue proiezioni profetiche: “Del Traghettatore: e volli / il “folle volo” cieca sicura tutta / Volli la fine delle streghe volli // Il chiarore di chi ha gettato gli arnesi / Di memoria di chi sfilò il suo manto / poggiò per sempre il Libro…”. La raccolta postuma esce anche grazie al sostegno della Provincia di Lecce. Finalmente le poesie della Ruggeri troveranno la loro giusta collocazione. Un tassello decisivo per evitare un colpevole oblio.

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aliens don't suck!5

di vertigine (25/10/2006 - 11:56)

il nuovo numero di



ALIENS DON'T SUCK!

periodico di integrazione non violenta degli extraterrestri





è on line al seguente indirizzo:



<http://www.webalice.it/tommasopincio> www.webalice.it/tommasopincio





umani, scrutate il web!

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appunti dell'invaso

di vertigine (25/10/2006 - 09:24)

La solitudine m’invade tutto,

persino le unghie, persino le chiome,

manichino di ombre, scossa livida,

premi il grilletto, è cosa giusta,

cosa buona giusta elidere l’inetto.

Schizzi di sangue sullo specchio,

visione riflessa di un capo smunto,

la carne s’affloscia se spappolata,

non temo la fine: l’agogno, l’imploro.

Colonna sonora timida, smagliata,

tappeto elettronico privo di bassi,

campionature di sibili della natura,

artificiale è questo restare.

Ritorno a sognare lo stesso sogno.

r.a.

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UN UOMO UN PERCHE'

di vertigine (25/10/2006 - 09:10)

ANDREA G. PINKETTS

DA NONOSTANTE CLIZIA

Due parole. Giusto per uscire da un casino e infilarsi in un altro. Due parole, tipo "Ti amo", dette controvoglia alla persona sbagliata o alla persona giusta che in quel momento non ne ha voglia. Due parole che possono pesare come due macigni rotti di cui ci si dimentica l’inevitabilità dei conseguenti sassolini. Due parole, le giuste due. Quelle che chiudono un discorso che non avrebbe meritato di essere stato aperto. Due parole per prendere le distanze dalle circostanze. Due parole per uscire da un tamponamento a catena, appiedato, e guarda un po’, solo sulle tue gambe. Il problema è che quelle due parole non escono mai al momento giusto. Ti tempestano i rimorsi e i rimpianti perché non sono state tempestive. Si ricomincia, signori, con poca sintesi e molta enfasi quando le due parole si moltiplicano. A questo punto, giustappunto, è meglio andare a capo. A capo di una situazione imbizzarrita ma non imbrigliabile. A capo e sul dorso di una vita che si rivela un cavallo di razza tanto più è incrociata. Un cavallo a un crocevia. Questa è la soluzione. Un cavallo piazzato improvvisamente spiazzato da tutte quelle croci che se ne vanno via. Due parole: "Vado via". Mi correggo: "Forse torno".

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una poesia

di vertigine (25/10/2006 - 09:05)

LUCIANO ERBA
Ricordando Vittorio Bodini e la Puglia
 
Dopo la lunga siesta di dicembre
svegliarsi in un paese meridionale
di strette vie, in salita e in discesa.
Salgono odori di cibi affumicati
scendono i ragazzini del doposcuola
vi è una stella nel cielo invernale
Bodini dice: E' Natale!

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recensione

di vertigine (21/10/2006 - 11:35)

Il tempo circolare nella vita di Vincenzo Postiglione

di Rossano Astremo

 

Nella seconda di copertina di “S’è fatta ora”,  nuovo romanzo di Antonio Pascale, edito da minimum fax, viene riportata una considerazione di Alfonso Berardinelli: “Qualunque cosa racconti, Pascale è credibile, è divertente, smonta e rimonta la realtà davanti ai nostri occhi portando ogni elementi e dettaglio al più alto gradi di evidenza”. Parole che sottoscrivo pienamente, poiché la forza di Pascale sta proprio in questa prosa accattivante, coinvolgente, che ci pone dinanzi ai dolori che minano le nostre esistenze, senza, però, perdere mai quel pizzico d’ironia che dona alla disperazione una tenue aura di speranza. C’è una cosa che mi ha colpito, una volta terminata questa piacevole lettura. Il romanzo è strutturato in cinque episodi, tutti aventi come protagonista Vincenzo Postiglione, alter ego dell’autore, già presente in altri libri di Pascale, nel pieno di alcuni momenti focali della vita di un uomo: la giovinezza, la politica, l’amore, il rapporto con il dolore e quello con le scienze. In realtà i cinque episodi possono essere letti singolarmente,  come se si trattasse di cinque racconti, senza perdere la loro forza narrativa. In fondo, “Marcovaldo” di Calvino è un libro di racconti aventi un unico protagonista. In “Lezioni americane” lo stesso Calvino dichiara la sua predilezione per le forme brevi, precisando: “Il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio nei testi brevi: la mia opera  fatta in gran parte di short stories”. Non è questo il caso di Pascale. Però, sempre nella stessa lezione sulla “Rapidità” Calvino aggiunge: “Oggi la regola dello scrivere breve viene confermata anche dai romanzi lunghi che presentano una struttura cumulativa, modulare, combinatoria”. Ossia non necessariamente legata ad una causalità continua delle azioni. In Pascale, il tempo della narrazione viene smembrato. Non un intreccio lineare, ma circolare. Cinque cerchi concentrici, uno per ogni episodio, all’interno dei quali si dipana la vita dell’io narrante. Perché chiamarlo romanzo e non raccolta di racconti? Prendo in prestito una considerazione di Moravia che in “L’uomo come fine” afferma: “La principale differenza, e fondamentale, tra il racconto e il romanzo è quella dell’impianto o struttura della narrazione. Si scrivono e si scriveranno sempre romanzi di tutti i generi, i quali potrebbero confutare, con la varietà, bizzarria e sperimentale rarità della costruzione, la verità di quanto stiamo per dire. Ma i romanzieri classici stanno lì a dimostrare che alcuni caratteri comuni tuttavia esistono. Il più importante di tali caratteri è la presenza di quella che chiameremo ideologia, ossia di uno scheletro tematico intorno al quale prende forma la carne della narrazione. Il romanzo, insomma, ha un’ossatura che lo sostiene dalla testa ai piedi; il racconto, invece per così dire, è disossato”. È proprio la presenza di quella che Moravia chiama “ideologia”, che io chiamerei “respiro”, a fare di “S’è fatta ora” un romanzo, perfetto meccanismo narrativo nel quale Vincenzo Postiglione è alle prese con cinque iniziazioni fondamentali della sua vita (iniziazioni sentimentali, civili ed esistenziali) che intarsiandosi tra di loro creano un romanzo di formazione prezioso e originale, con momenti di profonda bellezza: “Quando, dopo quella mattinata passata al teatro, riattraversai simbolicamente il lago di fango e tornai a casa, piano piano iniziai ad allontanarmi anche da Peppe e Filippone e, per contrasto, mi avvicinai ad amici che leggevano libri. Perché il potere ci vuole stupidi, e non volevo più essere stupido”. Passaggio tratto dal primo episodio, nel quale il narratore racconta l’importanza avuta nella sua vita della visione a teatro della “Tempesta” di Shakespeare, che ha segnato il suo avvicinamento alla letteratura e il definitivo allontanamento dalla “cattive amicizie”. Chiudo con un estratto del divertente episodio “Amori romani”: “Non perdiamo tempo, perché le chiacchiere stanno a zero, c’è chi l’amore lo fa per strategia chi per desiderio. Io lo faccio per desiderio, cerchiamo di non analizzarlo più del necessario, tanto è destinato a spegnersi, dura giusto il tempo di un attraversamento di strada. Lo sai tu e lo so io. Tu sei qui, su questa terrazza borghese che guarda l’isola Tiberina, solo perché soffri; io per lo stesso motivo. Quindi niente parole, cene, dichiarazioni, complimenti o autopromozioni, niente trucchi e subito sesso. L’unico modo reale che abbiamo per comunicare”. Quanta verità in queste parole!

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