Ciao sono vertigine
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Archivio Ottobre 2006

una poesia

di vertigine (02/10/2006 - 12:23)

Del tempo passato, della brezza rediviva

annuso ora solo spasmi d’idrogeno,

unghie flagellate, cosparse di pepe,

la memoria sragiona se pungolata,

non datemi carne, non datemi pesce,

delle vite spezzate gradisco i profumi:

di qualunque specie, di qualunque arcano.

Illuminatemi, sminuzzatemi, ingannatemi

a voi il coltello, delle piaghe il colpevole,

delle ferite il carnefice, disciplina della fine,

non è oro che solletica il tallone,

ma palla di biliardo, sconquasso di torri,

la dama è vertigine di posizioni,

strategia edulcorata della finzione,

lo schermo è spento, mi dilungo nell’etere,

il carbonio asfissia: puro cemento di lacrime.

r.a.

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di vertigine (02/10/2006 - 12:11)

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di vertigine (02/10/2006 - 09:05)

Flavia Piccinni

Ferragosto   

 

L’acqua dal condizionatore cade. Si lancia nel secchio azzurro che mia madre ha messo ieri sera sotto la perdita. Fa un rumore che appena sento e che mi dà fastidio solo se mi concentro. Tengo la finestra chiusa con la serranda sbarrata. Se entra il sole penso che potrei morire, da un momento all’altro. Fuori fa troppo caldo, quel caldo che ti entra sottopelle e ti che ti travolge, quasi volesse ucciderti.Guardo l’acqua che cade dal condizionatore e arriva dritta nel secchio.So che non ci sono variazioni di traiettoria. Mai. Rimango imbambolato davanti alla pioggia artificiale per alcuni minuti che mi sembrano ore, perché non mi diverto, perché mi sento straniato. Penso che vorrei che la mia vita fosse come una di quelle gocce. E mi rendo conto che alcuni punti in comune ci sono, e non sono neanche pochi.Non so da dove vengo, come le gocce. Non so dove andrò, almeno a lungo termine, come le gocce. Io, però, non so neanche dove sto andando questo martedì di ferragosto che tutti stanno a mare a prendere il sole, a soffocare, a cuocere, a godersi quello che è il giorno più indimenticabile. Quello che è ferragosto. Mi convinco che, se solo mi concentrassi, riuscirei a sentire perfino le urla della gente che corre sulla spiaggia e che si diverte e che si ricorre e che. Io, però,  rimango davanti al condizionatore che perde, con la finestra chiusa e la serranda sbarrata. Rimango in silenzio e penso che quello che è stato è un anno di merda. Con il lavoro che non l’ho mai trovato, quindi neanche dire che lo avevo e l’ho perso. Con la fidanzata che non ce l’ho da ormai un paio di mesi, diciamo di anni. Con mia madre che si lamenta perché sono un sassolino, come mi definisce lei, e un debosciato fallito, per dirla a modo di mio padre. Ma, a me, di quello che pensano non mi interessa. Mi interessa sapere altre cose. Come, per esempio, dove andrà quest’acqua che cade. Da dove viene.Chiudo gli occhi e poi mi viene voglia di fumare, anche se ho smesso da tre mesi. Le sigarette costavano troppo e mi ero scocciato di elemosinare i soldi da quel pensionato di mio padre, che per far tornare i conti tiene tutte le spese su un quaderno. Il quaderno a quadretti con la copertina verde acqua, quello che sta sopra la televisione. Scrive tutto e non mi stupirò, già lo so, se fra poco inizieranno a rinfacciarmi anche la luce del comò o la cartaigienica che consumo in quantità industriale. Il cibo, quello, già da un paio di anni è oggetto di contenzioso. Il fatto è che io non riesco ad uscire di casa. Non ce la faccio. Ogni momento mi viene da piangere e ho paura degli altri. Io ho bisogno della mia stanza, buia, e del silenzio. Ho bisogno di sapere che va tutto bene e che io sto bene e se sto bene io va tutto bene. Ho bisogno di sapere che posso fare quello che voglio. Che non devo lavorare e non devo rendere conto a nessuno. “Giuseppe c’è Zia Maria vieni a salutarla”. Mia madre mi chiama e io chiudo gli occhi. Non mi voglio alzare, Voglio guardare come l’acqua cade nel secchio. Voglio immaginare cosa c’è fuori. Voglio vedere il mare e le ragazze in bikini, pure quella un po’ più chiatta, che si avvolge nell’asciugamano per non far vedere la panza. E gli ombrelloni sbiaditi, che un tempo erano verdi e adesso sono un bianco a tratti macchiato, e che c’hanno tutti i vestiti appesi sotto. E i bambini che urlano e si tirano la sabbia negli occhi. E le mamme che si toccano i pancioni e i mariti che guardano le ragazze che sculettano nei loro tanga. E voglio vedere anche i vecchi che mangiano parmigiana e caprese, più parmigiana che caprese, sotto l’ombrellone mentre giocano a carte. Voglio vedere tutte queste cose, non Zia Maria.“Giuseppe?”Mi dico che se resterò in silenzio non sapranno che sono davanti al condizionatore. Che sono bloccato davanti al panorama più bello che abbia mai visto. Mi dico che se smetterò di muovermi, anche solo di pensare, andrà tutto bene. Poi sento dei passi e non riesco a fare a meno di tossire. Mia madre entra nella stanza e con lei arriva Zia Maria che si avvicina e mi abbraccia. Mia madre dice che mi devo alzare, ma non ce la faccio. Riesco solo a vedere due ragazzi che giocano a biliardino dietro le cabine, dei bambini che si tirano la palla sulla spiaggia e fanno arrabbiare delle signore che leggono il giornale, una ragazza che si fa la doccia e mi sembra bella.  “Giuseppe, ma non la saluti a Zia Maria?”Rimango in silenzio e vedo davanti a me la sabbia e il sole e il mare e le onde. E vedo davanti a me le voci delle persone, che sono solo voci ma per me sono qualcosa di più. Per me sono vita. L’unico modo di conoscere.“Giuseppe, allora, come stai?”Questa volta è Zia Maria che parla. La sua voce stridula rimbalza sulle pareti e copre perfino il rumore della goccia che muore nel secchio. Che si perde, come mi perdo io. Dico bene e dico che voglio stare solo. Che casomai dopo esco per prendere un po’ di sole. Loro, quando sentono sole, rimangono in silenzio. E immobili, me ne rendo conto dal fatto che respirano più lentamente e che il loro fiato quasi si perde nell’aria fredda.“Tesoro, oggi sta diluviando”. Non capisco. Non capisco come faccia a diluviare il giorno di ferragosto, quando i bambini fanno a gavettoni sulla spiaggia mentre i genitori tagliano le angurie sotto i gazebo.“Mamma, ma oggi è ferragosto come fa a piovere?”Lei mi dice che siamo a gennaio. Che è il venticinque gennaio. “E allora perché hai acceso il condizionatore?”Risponde che il freddo c’è da solo e che, quel rumore, era la pioggia contro la finestra. Le chiedo della serranda, se è aperta o meno. Se il sole arriva a cuocermi le mani. Se il secchio sotto il condizionatore è pieno. Lei dice che non entrano colori, che la stanza è buia, se non fosse per la luce del comò. Io strizzo gli occhi e spero che vadano via.  Quando escono mi sento come una goccia.Una goccia che si scaraventa contro la finestra perché non vede e non sa. Poi continuo a vedere oltre la serranda chiusa e vedo le onde che bagnano la sabbia e la sabbia che diventa ocra e poi marrone e poi sempre più scura. Fino a confondersi con il nero.

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