appunti: poesia e oralita'
EMANUELE TREVI
tratto dall'introduzione di UN SOLITARIO AMORE di BEPPE SALVIA

"Letture pubbliche di poesia, più o meno seguite da un vasto pubblico, ci sono sempre state e sempre ci saranno; ma accade solo in determinati ed imprevedibili momenti storici che i poeti, servendosi del crogiolo dell'oralità, siano indotti a sperimentare nuove soluzioni espressive, a saggiae la resistenza del mezzo, a verificare limiti e possibilità"
taranto
cosimo argentina
un estratto da nud'e cruda (effigie, 2006)

DOVE SI TROVA E DI COSA E’ FATTA TARANTO
La prima cosa che mi viene da dire è che Taranto non è in Puglia ma è a Taranto. Gli spartani approdarono a Saturo e allo scoglio del Tonno e si piazzarono lì e solo lì perché era soprattutto del mare che avevano bisogno, del mare, di conche accoglienti e di una costa facile da difendere. ‘Sta faccenda degli spartani sembra sia vera ma su questo lembo di storia si sono aggrappate mille leggende fatte di dei marini infuriati, Taras che arriva mezzo morto su una spiaggia e Falanto che sacrificando un tot di capretti ad Apollo riesce a strapparsi alle onde assassine e a finire sulla sabbia calda del litorale a lui sconosciuto. Anche geograficamente ha un senso quello che dico: Foggia, Bari, Brindisi e Lecce formano un cordolo nel tacco dello stivale che dà le spalle allo Ionio e respira l’aria dei Balcani mentre Taranto se ne sta là, isolata, nel semicerchio bulinato di scogli del golfo.
Quanto alla composizione organica, beh, è una città di carne pregiata e articoli da discarica, ‘sto posto qua. E’ un sacco di polpa, ossa, muscoli e tessuti, calcinacci, palpebre, testicoli, asfalto, nuvole, cocci di bottiglia, treruote, gas, sterco, polvere ficcati in abbondante pelle per dar vita a un corpo.
E’ una città fatta di frattaglie, insomma, ed è anche una città di facce.
Facce che s’accumulano, s’incastrano, facce che si arrampicano sulle vecchie torri saracene fa’ che devono ricoprire di cartilagini il pianeta.
Carne umana più che cemento armato, insomma. Le panchine di ferro che ad esempio in Brianza o in Veneto o a Genova sono ormai da anni terreno di conquista degli immigrati a Taranto sono ancora il regno dei corpi dei vecchi tarantini. E dei giovani come lo sono stato io che con i miei compari ero in grado, in via Polibio, di restare seduto sul cofano di un’alfetta per ore ad aspettare che tutto passasse.
Ma Taranto è fatta anche di voci e rumori. Quando torno – spesso ma non spesso come vorrei – e vado a fare un giro al mercato Fadini mi piace ascoltare le mani che sciabordano dentro le tinozze di acqua salata e cozze e vongole e a volte chiudo gli occhi e sento i sapori che escono da quelle lingue e dagli scoli delle pescherie. Mi graffiano la gola, quelle voci roche e stridule, mi spezzano l’equilibrio; sono serpi che mi s’annidano dentro le scarpe da passeggio e una sull’altra edificano una sorta di torre babelica che altro non è che l’essenza della città.
Esistenze. Togli quelle e non resta niente. Se osservi gli anonimi balconi della periferia troverai poche sciatte note architettoniche ma in compenso il sale nella minestra lo metteranno cosce e unghie rosse che rompendo la coerenza di ringhiere imporrite e prive di sponde daranno la stura allo spettacolo urbano. E saranno senza dubbio le tette poggiate alle balaustre coi capezzoli che hanno già dato che potranno dirti qualcosa dei quartieri, dei pittaggi o del versante della città in cui ti trovi.
Le bocche senza denti… eccola qui un’altra immagine da consegnare a ‘sto scritto.
A Taranto c’è ancora molta gente che una volta perso un dente non corre dal dentista a farsene ficcare in bocca uno nuovo. Ci sono queste labbra volgari, sensuali, spartane e, oltre, chiostre irregolari, con fori bui all’altezza dei molari e dei premolari e quando ridono – e lo fanno spesso – le bocche ti fanno quasi tenerezza perché appartengono a un tempo remoto, vecchio e antigenico. L’alito ne risente, ma i menti sollevati e i nasi che puntano per alcuni istanti il cielo sono i due capi di conche mobili fatte di lingue spesse e sorrisi improbabili che non finiscono mai.
E poi gli occhi.
Taranto sa di occhi smarriti. A volte le donne portano grossi cerchi alle orecchie e in mezzo a ‘sti anelli d’oro finto ecco spuntare il marrone bosco o il verde muschio di pupille inconcepibili.
Gli occhi, sempre gli occhi… quelli aiutano assai a comprendere Taranto.
Se guardi gli occhi dei pescatori, soprattutto di quelli anziani che ormai se ne stanno seduti davanti alle nasse con in testa veli da sposa fatti di gabbiani, capisci che dentro c’è tutto l’azzurro fiero che hanno fottuto al mare in albe di vetro. Oltre all’azzurro hanno ereditato le ossa storte e l’odore del pesce tra le dita dei piedi. Si fanno le sigarette, i vecchi pirati, ma sembra che non le fumino mai… restano lì, le cicche, in bilico sulle labbra spaccate ad ardere come lumini a San Brunone, come pezzi di cera smoccolati sulle punte di ferro di votive nella cappella dei santissimi medici, mentre davanti ai loro piedi le sementi spaccate e succhiate via dalla lenticchia legnosa formano un tappeto crocchiante che viene spazzato all’alba dalla saggina elettrificata.
Occhi, sempre e ancora occhi.
Quelli dei ragazzi di sette anni che nascondono sotto le cornee i mappini sventagliati in famiglia, le mani tra le cosce di pederasti meritevoli della santa inquisizione e favole di nonne sempre meno nonne e sempre meno cantastorie, ma che lo sono state, Dio Mio se lo sono state.
Gli occhi si trascinano dietro non solo le storie ma anche il metodo per imparare a raccontarle. Sono vere e proprie lezioni che si possono seguire standosene ad ascoltare i vecchi del quartiere che soprattutto in passato sputavano sulle mattonelle spaccate e facevano ballare i denti immersi nel sugo delle gengive con faccende che gli scivolavano dalle labbra fa’ che erano bava e parole tutt’uno.
Parlavano di Taranto e mentivano facendola diventare la più bella fogna del pianeta; raccontavano dei bagni regina Elena giù, abbasso al lungomare e di Cinzella, una puttana dagli occhi verdi che sciancava le cosce sulle vie cicatrizzate della città vecchia dove gli uomini s’infilavano come ladri senza speranza e dove le donne come Cinzella spanavano valvole mitraliche e sturavano arterie ostruite da iniezioni di cozze gratinate e birra Raffo…
Per me sono state una vera e propria palestra, le strade del mio quartiere, dove i grandi ti dicevano le cose e tu all’inizio manco c’avevi voglia di starli a sentire, ma poi qualcuno parlava di quella notte, della notte dell’11 novembre del ’40 e degli aerosiluranti che avevano fatto il tirassegno con le navi della marina militare alla fonda al largo della città. Oppure c’era sempre qualcuno che ti raccontava di bare di bambini che venivano calate con le corde dalle case della città vecchia e la gente le bersagliava, ‘ste bare, coi confetti ricci e le madri rischiavano di spaccarsi la testa e qualche parente restava ferito e la gente continuava a bersagliare.
Insomma tiene polpa e tufo, Taranto. E’ un porto e come tale ha offerto e offre riparo a un tot di gente, gente perbene e criminali d’importazione. Molti sono venuti a pascere da queste parti; molti sono partiti con le pezze al culo dai loro monti o dai loro luoghi sperduti e arretrati e son venuti qui a piantare l’albero del pane. Ricompense? Zero. Riconoscenza? Manco per niente. Mica la memoria è cosa da coltivarsi. Vi basti pensare che Taranto è gemellata con Brest, in Francia e che il nome di ‘sta città è legato a un famoso film di Fassbinder e a un libro di Jean Genet. Pensate al film… quello s’è beccato, Taranto, nei secoli, senza elefanti e re dell’Epiro che tenessero.
...
CHRISTIAN RAIMO
IL MUSEO DEL LIUTO DI ARPINO

"La noia è un regalo, ha una forma non circolare,
è una figura iperbolica, un asintoto,
un’offerta inesausta che non cede al consumO".
per leggere tutto il testo
http://www.nazioneindiana.com/2006/10/02/il-museo-del-liuto-di-arpino/#more-2507






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