segnalo
di vertigine (05/10/2006 - 16:55)
Scrivere l’arte
Riprende il tradizionale ciclo di incontri della domenica mattina organizzati dalla Ricci Oddi in collaborazione con la Fondazione di Piacenza e Vigevano.
Dopo il successo ottenuto con tre cicli di “Scrivere l’arte”, in cui si chiedeva a vari scrittori di considerare ciascuno un dipinto o una scultura della Galleria, traendone ispirazione per un testo di carattere narrativo, si è pensato di riproporre l’iniziativa. Sono stati così interpellati altri cinque scrittori, qualcuno assai giovane e reduce da un promettente esordio, qualcuno affermato da tempo e con all’attivo parecchie importanti pubblicazioni.
Al termine di ogni incontro
il Lions Club Sant’Antonino offre l’aperitivo
Vini offerti dalla cantina Ferrari&Perini
LE DOMENICHE DELLA GALLERIA RICCI ODDI
AULA DIDATTICA “G. SIDOLI”
Via San Siro, 13 – Piacenza
Tel. e fax: 0523.320742
info@riccioddi.it – www.riccioddi.it
DOMENICA 8 OTTOBRE 2006, ORE 10.30
Vittorio Avondo, A Lozzolo – Ritorno dal pascolo (1871)
Alcìde Pierantozzi (Milano)
DOMENICA 15 OTTOBRE 2006, ORE 10.30
Mario Cavaglieri, Interno con la coperta rossa (1921)
Maurizio Matrone (Bologna)
DOMENICA 22 OTTOBRE 2006, ORE 10.30
Antonio Fontanesi, Veduta di un paese su un lago (1849 ca)
Ivano Bariani (Reggio Emilia)
DOMENICA 29 0TTOBRE 2006, ORE 10.30
Cristiano Banti, Bimbi al sole (1860 ca)
Andrea Bajani (Torino)
DOMENICA 5 NOVEMBRE 2006, ORE 10.30
Giacomo Grosso, Ragazza nuda coricata (1926)
Mauro Molinaroli (Piacenza)
Via S.Eufemia, 12 – 29100 Piacenza
Tel. 0523.311116 Fax 0523.311190
fondazpc@tin.it - www.lafondazione.com
incipit
di vertigine (05/10/2006 - 13:32)
NICCOLO' AMMANITI
tratto da COME DIO COMANDA

«Svegliati! Svegliati, cazzo!». Cristiano Zena aprì la bocca e si aggrappò al materasso come se sotto ai piedi gli si fosse spalancata una voragine.Una mano gli strinse la gola. «Svegliati! Lo sai che devi dormire con un occhio solo. È nel sonno che t’inculano.»«Non è colpa mia. La sveglia...» farfugliò il ragazzino, e si liberò dalla morsa. Sollevò la testa dal cuscino.Ma è notte, pensò.Fuori dalla finestra era tutto nero tranne il cono giallo del lampione in cui affondavano fiocchi di neve grossi come batuffoli di cotone.«Nevica» disse a suo padre, in piedi al centro della stanza.Una striscia di luce s’infilava dal corridoio e disegnava la nuca rasata di Rino Zena, il naso a becco, i baffi e il pizzo, il collo e la spalla muscolosa. Al posto degli occhi aveva due buchi neri. Era a petto nudo. Sotto, i pantaloni militari e gli anfibi sporchi di vernice.Come fa a non avere freddo? si domandò Cristiano allungando le dita verso la lampada accanto al letto.«Non accenderla. Mi dà fastidio.»Cristiano si accoccolò nel groviglio caldo di coperte e lenzuola. Il cuore gli batteva ancora forte. «Perché mi hai svegliato?»Poi si accorse che suo padre stringeva in mano la pistola. Quando era ubriaco spesso la tirava fuori e girava per casa puntandola sul televisore, sui mobili, sulle luci.«Come fai a dormire?» Rino si voltò verso il figlio.Aveva la voce impastata come se avesse ingoiato un pugno di gesso.Cristiano si strinse nelle spalle. «Dormo...»«Bravo.» Suo padre tirò fuori dalla tasca dei pantaloni una lattina di birra, l’aprì e la finì in un sorso e si pulì la barba con un braccio, poi l’accartocciò e la buttò a terra. «Non lo senti, il bastardo?»Non si sentiva niente. Nemmeno le macchine che di giorno e di notte sfrecciavano davanti a casa e che se chiudevi gli occhi avevi l’impressione ti entrassero nella stanza.È la neve. La neve copre i rumori.Suo padre si avvicinò alla finestra e poggiò la testa sul vetro umido di condensa. Ora la luce in corridoio gli dipingeva i deltoidi e il cobra tatuato sulla spalla. «Dormi troppo pesante. In guerra a te ti bevono per primo.»Cristiano si concentrò e sentì lontano l’abbaiare rauco del cane di Castardin.Ci si era talmente abituato che oramai le sue orecchie non lo percepivano più. Stesso discorso per il ronzio del neon in corridoio e lo sciacquone rotto del cesso.«Il cane?».«Ce l’hai fatta... Incominciavo a preoccuparmi.» Suo padre si girò di nuovo verso di lui. «Non ha smesso un minuto. Neppure sotto la neve.»Cristiano si ricordò cosa stava sognando quando suo padre lo aveva svegliato.Giù in soggiorno, vicino alla televisione, in un grande acquario fosforescente c’era una medusa verde e gelatinosa che parlava una lingua stranissima, tutta c, z, r. E la cosa bella era che lui la capiva perfettamente.Ma che ore sono? si chiese sbadigliando.Il quadrante luminoso della radiosveglia poggiata a terra segnava le tre e ventitré.Suo padre si accese una sigaretta e sbuffò: «Ha rotto il cazzo».«È mezzo scemo, quel cane. Con tutte le bastonate che ha preso...».Ora che il cuore aveva smesso di marciargli in petto, Cristiano sentì il sonno premergli sulle palpebre. Aveva la bocca secca e il sapore dell’aglio del pollo della rosticceria. Forse, bevendo, quello schifo se ne sarebbe andato, ma faceva troppo freddo per scendere giù in cucina.Gli sarebbe piaciuto riprendere il sogno della medusa lì dove lo aveva lasciato. Si stropicciò gli occhi.Perché non te ne vai a letto? La domanda gli scappava, ma la trattenne. Da come suo padre si aggirava per la stanza non sembrava molto intenzionato ad abbattersi.Tre stelle.Cristiano aveva una scala di cinque stelle per stabilire l’incazzatura di suo padre.Anzi, fra le tre e le quattro stelle. Già in zona “stai molto attento”, dove l’unica strategia era quella di dargli sempre ragione e stargli il più possibile lontano dai coglioni.Suo padre si voltò e diede un calcio violento a una sedia di plastica bianca che rotolò per la stanza e finì contro il mucchio di scatoloni in cui Cristiano teneva i suoi panni. Si era sbagliato. Quelle erano cinque stelle. Allarme rosso. Qui l’unica strategia era ammutolirsi e confondersi con l’ambiente.Era da una settimana che a suo padre rodeva il culo. Qualche giorno prima se l’era presa con la porta del bagno che non si apriva. La serratura era rotta. Per un paio di minuti aveva provato ad armeggiare con un cacciavite. Se ne stava lì, in ginocchio, a bestemmiare, a insultare Fratini, il ferramenta che gliel’aveva venduta, i fabbricanti cinesi che l’avevano costruita con la latta, i politici che permettevano d’importare quella merda, ed era come se fossero tutti lì, proprio davanti a lui, e niente, quella porta non ne voleva sapere di aprirsi.Un pugno. Uno più forte. Un altro. La porta sussultava sui cardini, ma non si apriva. Rino era andato in camera, aveva preso la pistola e aveva sparato contro la serratura. Ma quella non si era aperta. Aveva solo prodotto un botto assordante che aveva rintronato Cristiano per mezzora.Una cosa buona c’era stata: Cristiano aveva imparato che è una stronzata quella che si vede nei film, dove se spari alle serrature le porte si aprono.Alla fine suo padre l’aveva presa a calci. L’aveva sfondata urlando e strappando pezzi di legno con le mani. Quando era entrato nel bagno aveva dato un pugno allo specchio e le schegge erano finite dovunque e lui si era aperto una mano ed era rimasto un sacco di tempo a sgocciolare sangue seduto sul bordo della vasca, fumandosi una sigaretta.«E a me cosa me ne frega se quel cane è scemo?» riprese Rino dopo averci pensato un po’ su. «Mi ha rotto i coglioni. Io domani devo lavorare...».Si avvicinò al figlio e si sedette sul bordo del letto. «La sai una cosa che mi dà veramente fastidio? La mattina, quando faccio la doccia, uscire fuori tutto bagnato e mettere i piedi a terra, sulle mattonelle gelate, rischiando pure di rompermi l’osso del collo.» Gli sorrise, caricò la pistola e gliela porse reggendola per la canna: «Stavo pensando che ci vorrebbe proprio un bel tappetino di cane».
recensione
di vertigine (05/10/2006 - 09:23)
Le installazioni del dolore di Giovanni Martini
di Rossano Astremo
Il limite maggiore di “La nostra presenza”, libro d’esordio di Giovanni Martini è rappresentato dalle poche righe che sintetizzano la sua biografia in terza di copertina: “Giovanni Martini vincola l'editore al riserbo assoluto sulla sua identità. Comunica con la Fazi Editore solo via posta elettronica. Nessuno conosce il suono della sua voce, né che faccia abbia. La nostra presenza, che ha avuto una gestazione durata vent'anni, è il suo primo libro”. Un nuovo scrittore senza volto. Così come fu, a suo tempo, per l’esordio di Melissa P., successo senza precedenti targato Fazi. Il desiderio di spiare nel suo buco della serratura è forte. Noi lettori siamo un popolo di voyeur. Perché vincola l’editore al riserbo della sua identità? Cosa ha da nascondere? Scopriamolo leggendo il suo libro. O almeno cerchiamo delle spie che ci aiutino a comprendere. Eppure negli otto racconti non troveremo il corpo di una avvenente adolescente impegnata a destreggiarsi tra un numero imprecisato di membri maschili. A campeggiare nelle storie di Martini è l’ombra ispida della morte che come un macigno s’appiglia alle sagome squarciate dei protagonisti tratteggiati. Sandro Veronesi, nel risvolto di copertina, scrive: “Se si fosse in America, ci scommetto, se ne parlerebbe già come un maestro, e si citerebbe Salinger: siamo in Italia, ed è solo un esordiente”. È vero, siamo in Italia e l’arte della short story è davvero poco apprezzata. Anzi, poco vendibile e come tale poco apprezzata dagli stessi editori che con sempre più ritrosia danno alle stampe libri di racconti. Però, immergendomi nei mondi dipinti da Martini, più che a Salinger ho pensato ad alcuni racconti del maestro del minimalismo americano Raymond Carter. Si può citare un’osservazione di John Barth: “Fra i grandi scrittori minimalisti, l’impoverimento è frutto di una scelta strategica: la semplificazione avviene nell’interesse della potenza espressiva. (…) Fra gli scrittori meno grandi, però, può essere semplicemente un ripiego”. Martini non introduce i suoi personaggi, ci conduce per mano in situazioni che accadono sotto i nostri occhi, frammenti di vite impegnate in dialoghi a volte ellittici per il lettore, anime nel pieno di magma emotivi.Essenziale nelle descrizioni, la potenza espressiva di Martini ci scaglia al centro della vita: “Venticinquemila libri ho letto, mia amata. E nulla so ancora. Ho scavalcato trentacinque montagne rocciose e fiumi in piena e straripanti cascate nella notte del demonio, che nulla chiede e nulla dà”. O ancora: “Non voglio competere con nessuno per quanto riguarda la sofferenza, ma ho una forte sensazione di morte nel mio corpo. Una sensazione di fine”. Entrambi gli estratti sono tratti da “Il limite minimo di resistenza”, il racconto che più può sintetizzare la forza stilistica di Martini.Sempre nella nota biografica si legge che “La nostra presenza” è frutto di una gestazione ventennale. Un libro di cento pagine concepito in vent’anni di vita. Mi viene in mente Stefano D’Arrigo e il suo “Horcinus Orca”, libro di una vita, scritto anche esso ossessivamente per un numero di anni infinito. Ma se D’Arrigo accumulava pagine (“Horcinus Orca” è uno di quei romanzi-monstre che supera le mille pagine), Martini eliminava il superfluo. Lo immagino seduto dietro la sua scrivania a togliere le linee inessenziali, a cancellare frasi inutili, a lucidare lo scheletro rimasto.Dopo questo lavoro da fine cesellatore, restano corpi solitari, dalla voce insicura, privi d’amore, in attesa del sopraggiungere della fine di tutto.
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