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bodini

di vertigine (06/10/2006 - 16:31)

Il paradosso bodiniano

di Manuela Perrone
[questo articolo è stato pubblicato nel numero di oggi di Gente d'Italia.]                                                                                                                                                       

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Il Sud è un luogo dell’anima, prima che un punto cardinale. Il Sud si “è”, non si abita soltanto. Il Sud si porta dentro, anche se si abbandona. S’impara questa verità leggendo le poesie di Vittorio Bodini, un nome sconosciuto ai più, uno dei tanti letterati italiani ingiustamente dimenticati dalle antologie e uno dei pochi, ironia della sorte, ad aver “respirato” a pieni polmoni fuori dallo Stivale.

Nato a Bari nel 1914 da genitori leccesi e subito portato a Lecce, Bodini è figlio della Puglia, di cui immortala ogni aspetto: la luce, che «è un’altra bestia sulle case/da aggiungere al bestiario»; la «luna dei Borboni» (il titolo di una delle tre raccolte edite in vita), che «col suo viso sfregiato tornerà/sulle case di tufo, sui balconi; le «torri aragonesi a rombo sulla scogliera»; gli ulivi plurisecolari, le foglie di tabacco, i fichi d’India, gli oleandri, «l’aria di gomma scura» della sera.

Ma Bodini è molto altro. Futurista da giovanissimo, aderente al movimento «Giustizia e libertà», poeta sempre e comunque, laureato in filosofia a Firenze nel 1940 (gli anni del tardo ermetismo, dei “maestri” Ungaretti e Montale, del giovane Mario Luzi), si trasferisce in Spagna a 32 anni come lettore di italiano e vi rimane per tre anni. Nel 1952 ottiene la cattedra di letteratura spagnola a Bari. Ispanista appassionato, la sua traduzione del «Don Chisciotte della Mancia» di Miguel de Cervantes realizzata per Einaudi nel 1957 è ancora oggi considerata un modello, così come quelle di tutto il teatro di Federico Garcia Lorca (1952) e dei poeti surrealisti spagnoli, Garcia Lorca e Rafael Alberti su tutti. Dal soggiorno spagnolo in poi, Bodini si condanna anche metaforicamente a una sorta di esilio volontario, come testimoniano i suoi racconti e i memoriali. Scrive il poeta con amarezza sulla sua terra d’origine: «Arte e lettere di qui son tutte in una tabella ferroviaria di partenze. Chi è partito si nomina con invidia, e chi non è partito si biasima tutta la vita per non averlo fatto”.

Oggi Bodini, che ha vissuto a Roma negli ultimi dieci anni della sua vita ed è morto a soli 56 anni, “rivive” grazie alla casa editrice Besa (www.besaeditrice.it) e a qualche instancabile estimatore. Come Antonio Lucio Giannone e Donato Valli, docenti dell’Università di Lecce. O come Rossano Astremo, classe 1979, poeta e scrittore leccese e curatore del periodico on line Vertigine (vertigine.clarence.com). È stato Astremo, in un articolo pubblicato su «Nuovi argomenti» a fine 2005, a denunciare di nuovo l’assenza di Bodini dalle principali antologie sulla poesia contemporanea, ma anche la sua unicità: aver attraversato attivamente tutte le esperienze artistiche del secolo scorso, «dal futurismo all’ermetismo, dal barocco ispanico al surrealismo, dallo sperimentalismo tecnologico e industriale all’informale, restando immune e costante nella sua soluzione umana, resistenziale e civile».

Il paradosso bodiniano è anche questo: è quel Sud che aveva lasciato, criticato e irriso a non scordarlo. Quel Sud, dove «ogni attimo del passato/somiglia a quei terribili polsi di morti/che ogni volta rispuntano dalle zolle». Quel paese dove tornava e si sentiva morire. È difficile capire le ragioni dell’amnesìa che ha colpito il resto d’Italia. Ma se la letteratura e la poesia, per essere valide, devono essere «questione di vita e di morte», come sosteneva Raymond Carver, allora prima o poi Bodini sarà tirato fuori dalla nebbia. Per intuirlo basta trovare - magari per caso, sulla bancarella di un mercato finibusterrae - «Tutte le poesie» (Besa editrice), l’intera opera edita e inedita curata da Oreste Macrì, filologo, linguista e amico di gioventù. Nei componimenti si assaggia il contrasto che caratterizza tutti i Meridioni del mondo e che, secondo Bodini, in Puglia era figlio minore dello spagnolismo. Da un lato la tensione verso i colori, la solarità e l’esplosione della vita («un’aria d’oro/mite e senza fretta», «l’ultimo sole dei carri/sulle code dei cavalli», «un bisbigliare fitto, di mille voci/s’ode lontano dai vicini cortili»). Dall’altro, esatto controcanto, la passione per la morte, l’infernale e l’aspro («Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud/un tramonto da bestia macellata», «La luna in ogni pampino si specchia/si sfrega nei pagliai come una vipera», «il buio/com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono/le luce delle case e dei fanali», «una pietà insensata/arida come semi di girasole/gira in folle ai crocicchi»). Il risultato che Bodini consacra è una condizione da gitani dell’esistenza, descritta con crudeltà, a volte, ma mai con distacco.

È grazie a questo amore-odio che le parole si fanno testimonianza, la poesia diventa reportàge visionario che aiuta a toccare con mano la vera bellezza del Mezzogiorno e, al tempo stesso, i suoi difetti di donna fascinosa e indolente, che abbacina e paralizza. D’altronde, tre anni prima di morire Bodini aveva messo la sua poetica nero su bianco: «Poesia, struggenti inchieste/sulla verità dell’essere, scegliemmo la tua scorciatoia». Senza andare molto lontano, e a prezzo «d’insofferenze e di rotture» ma con una conquista mica da poco: «Sì, qualche volta l’ebbrezza/d’essere vicini a qualcosa».

Nei versi di Bodini c’è tanto Salento, la «terra del rimorso», come la battezzò Ernesto De Martino nel suo saggio di culto sulle donne pizzicate dalla tarantola. C’è tanta Italia. E c’è tanta Italia del dopoguerra, con i suoi fallimenti e le sue impennate, il mito dell’Europa, le ferite del fascismo. A chi vi chiede spiegazioni sul vostro Paese e sulle vostre origini, potete rispondere prendendo in prestito questa meravigliosa terzina: «Tu non conosci il Sud, le case di calce/da cui uscivamo al sole come numeri/dalla faccia d’un dado». Numeri nudi, pronti a essere lanciati nella vita ogni mattina, in balìa del caso. Ma forse chi non “è” Sud non può capire.

visitate anche http://boccalone.splinder.com/

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VERTIGINE 2007

di vertigine (06/10/2006 - 14:37)

Stiamo lavorando al nuovo numero della rivista VERTIGINE (uscita prevista marzo 2007). Il tema di questo numero è "L'esperienza della lettura". Chiediamo a narratori, poeti, critici letterari di raccontarci il loro rapporto con la lettura di testi letterari. Come è nato, come si è sviluppato, quali i libri imprescindibili, ad esempio. L'idea è quella di raccogliere testi che si collocano fuori dalle linee della narrazione, della saggistica e dell'autobiografia raccogliendole però tutte tre insieme in una scrittura emozionante. Per intenderci, un modello di riferimento può essere quello che ha fatto, un esempio su tutti, Antonio Moresco nel suo "Lo sbrego". I testi non devono superare le dieci cartelle e dovranno pervenire entro il 15 gennaio a questo indirizzo rossanoastremo@libero.it . Inoltre stiamo raccogliendo altro materiale per la seconda sezione non a tema della rivista. Potete spedire racconti, brevi saggi (non oltre 10 cartelle) e sillogi poetiche (non oltre 10 testi) sempre al seguente indirizzo rossanoastremo@libero.it.
Grazie per l'attenzione.
Rossano Astremo.

per maggiori informazioni sulla rivista
http://vertigine.clarence.com
http://www.booksblog.it/post/766/il-nuovo-volto-della-rivista-vertigine 
http://www.carmillaonline.com/archives/2006/06/001814.html 

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