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EMANUELE QUINZ: ‘STRATEGIE DELLA VIBRAZIONE’
‘Ciò che è in questione nel rizoma, è un rapporto con la sessualità, ma anche con l’animale, con il vegetale, con il mondo, la politica, il libro, con le cose della natura e dell’artificio, completamente diverso dal rapporto arborescente: tutte le specie del ‘divenire’’ (Mille Piani 57).
Al contrario del modello dell’albero e della radice, il rizoma è composto da elementi anomali e nomadi e non più normali e legali, ‘connette un punto qualunque con un altro punto qualunque e ciascuno dei suoi tratti non rinvia necessariamente a dei tratti della stessa natura, mette in gioco dei regimi di segni molto differenti e persino degli stati di non-segni […] Non è composto di unità, ma di dimensioni, o piuttosto di direzioni in movimento. Non ha inizio né fine, ma sempre un centro, attraverso il quale spinge e sconfina’. ‘All’opposto di una struttura che si definisce per un insieme di punti e di posizioni, di rapporti binari tra questi punti e di relazioni biunivoche tra queste posizioni, il rizoma è costituito soltanto da linee: linee di segmentarietà, di stratificazione, come dimensioni, ma anche linea di fuga o di deterritorializzazione come dimensione massimale a partire dalla quale, nel seguirla, la molteplicità fa metamorfosi cambiando natura’ (MP 56-57).
All’opposto dei sistemi centrici (anche policentrici), a comunicazione gerarchica e a connessioni prestabilite, il rizoma è un sistema a-centrico, non gerarchico e non significante, senza memoria organizzzatrice o motore centrale, definito solamente da una circolazione di stati, di flussi.
All’opposto dell’albero, il rizoma non è l’oggetto di un processo di riproduzione, ma vive in un tempo fluttuante, sospeso, procede per variazione, espanzione, conquista, cattura, puntura. In questo senso, è un’antigenealogia. È una memoria corta, o meglio, un’antimemoria.
Gioco sospeso tra anamnesi e amnesia, la musica come rizoma è un’antimemoria (Conversazioni 41): non è più basata sulla nozione di sviluppo o sulla trascendenza della composizione strutturale, ma è puro flusso. Musica come processo (Steve Reich), in cui l’apparente staticità rivela una pulsazione molecolare di differenze: immanenza.
Trasposta nell’ambito musicale, l’opposizione tra i due modelli (centrico e a-centrico) non illustra solo l’opposizione tra due paradigmi compositivi alternativi, ma esibisce in modo efficace la divergenza tra due ‘ideologie’. Per esempio, se si analizzano alcune delle tendenze attuali della sperimentazione elettronica, da una parte si delinea una metodologia post-strutturale, che utilizza dei sistemi informatici generativi, in cui grazie all’interattività e al tempo reale, dei modelli-matrice sono attivati per generare pattern sempre diversi. Ma per quanto le diramazioni restino aperte e richiedano l’intervento di forze esterne, il motore algoritmico persiste al centro del sistema/ambiente interattivo: software come unità centripeta di gestione e smistamento dei comportamenti musicali.
Dall’altro lato, la strategia del montaggio e del sampling, che associa ad un’estrema semplicità strutturale, la pulsazione viva di una pluralità molecolare di materiali eterogenei, supera il livello della forma a profitto del flusso di irradiazioni connotative, del gioco delle referenze, delle intensità.
(…)
Emanuele Quinz 2006 - tratto da ‘MILLESUONI. Deleuze, Guattari e la musica elettronica’ (ed. Cronopio).
PERIFERIE
questo pezzo è uscito oggi sul "Nuovo Quotidiano di Puglia"

Nicola Lagioia racconta il capoluogo pugliese per la collana “Contromano” di Laterza
Periferie, la Bari dalle anime nascoste
di Rossano Astremo
Sei città italiane raccontate puntando l’obiettivo su luoghi consuetamente posti ai margini dalla letteratura. Questo l’obiettivo di “Periferie. Viaggio ai margini della città”, antologia curata dalla giornalista dell’Unità, Stefania Scateni, e pubblicata dalla Laterza nell’ottima collana Contromano. Gianni Biondillo racconta Milano, Emidio Clementi Bologna, Beppe Sebaste Roma, Giuseppe Montesano Napoli, Silvio Bernelli Torino e Nicola Lagioia Bari. I sei taccuini di viaggio raccolti in questo testo sono accompagnati dalle immagini di fotografi che abitano e creano nelle città sopraelencate. Periferie diverse, come è giusto che sia, ma nelle quali sembra emergere un’aura comune di desolazione, di svuotamento e messa in crisi del concetto serena quotidianità. Abbiamo intervistato Nicola Lagioia, scrittore ed editor barese, trapiantato a Roma da molti anni, unico pugliese presente nel libro.
Il tuo racconto si distacca dagli altri cinque antologizzati perché il tempo della storia e tempo della narrazione non coincidono. Inoltre, è il più romanzato dei sei. Il centro focale del racconto è rappresentato dal mutamento subito dalla periferia barese nell'arco degli ultimi due lustri…
«Sì, a mio parere è l'edulcorazione dei contrasti a segnare la differenza tra la città degli anni Ottanta e quella attuale. Il centro storico è stato finalmente restituito alla popolazione civile, i supermarket della droga (Japigia in primis) sono diventati quartieri normali, gli spacciatori - per modi, linguaggio, abbigliamento, caratteri lombrosiani - non sarebbero più facilmente distinguibili dagli agenti immobiliari. Insomma, pur rimanendo i problemi, è scomparsa la differenza antropologica tra le due città (quella legale o paralegale, e quella illegale). I due mondi - che all'epoca avevano appunto un differente modo di parlare, di vestirsi, di consumare, di concepire la vita - sono diventati, per gergo abitudini comportamenti, lo stesso mondo. Una sorta di globalizzazione in scala».
Ciò che emerge dal libro, nella sua totalità, è un'immagine delle periferie italiane omogenea: nate nella logica di una possibile crescita economica e civile del Paese, le periferie sono divenute accolita di povertà, criminalità, soprusi edilizi e desolazione. È possibile, a tuo parere, un'inversione di tendenza? E se sì in quale modo?
«In queste cose non c'è mai un'inversione di tendenza, un vero ritorno al passato. La periferia pasoliniana è consegnata alla Storia una volta per sempre. Il passato si può al massimo rintracciare nell'analfabetismo di ritorno che ci attende: è probabile che le periferie si trasformeranno presto in non luoghi - outlet, centri commerciali, multisale...»
Nel racconto di Giuseppe Montesano, sulla “periferia totale” di Napoli, si legge: "La realtà è questa? E allora dobbiamo guardarla in faccia, starla a sentire: se un'artista non prova a capire il presente, è morto...". Quanto è vera, a tuo parere, quest’affermazione?
«Il compito dello scrittore, da sempre, è quello di raccontare storie che ci dicano qualcosa sulla nostra attuale condizione. Guardare in faccia la realtà non significa però riportarla sulla pagina in un rapporto di uno ad uno: vuol dire anche trasfigurarla e, proprio attraverso la trasfigurazione, renderla infinitamente più vera e significativa rispetto a ciò che potrebbe venir fuori da una semplice cronaca. Manzoni dice diciassettesimo secolo per dire diciannovesimo e Musil dice Kakania per dire Impero asburgico. Credo che Montesano si riferisse a questo, anche perché è un'operazione in lui eccelle da anni e che appunto ne fa, tra gli scrittori oggi in attività, uno dei più interessanti».
il nuovo romanzo di antonio pascale

Dopo il successo di Passa la bellezza e La manutenzione degli affetti (Einaudi), Antonio Pascale, uno dei più acclamati autori della nuova generazione, fa il suo ingresso nel catalogo minimum fax.
S'è fatta ora è un romanzo in cinque episodi, che mette a fuoco quelle volte in cui la vita ha cambiato il suo passo: ha accelerato, si è scomposta, si è incarognita, si è biforcata verso il sentiero del successo o sulla strada che conduce al capolinea. Ha fatto tutto questo e noi al momento non ce ne siamo accorti, forse perché eravamo troppo impegnati a vivere l'ora.
In queste pagine aspre e divertenti incontriamo Vincenzo Postiglione (alter ego dell’autore già presente negli altri libri di Pascale) alle prese con cinque momenti chiave e altrettanti temi centrali della vita di un uomo: la giovinezza, lo Stato, l'amore, la scienza e il dolore. Cinque iniziazioni (sentimentali, civili, esistenziali) che si intrecciano tra loro dando vita a un particolarissimo, indimenticabile romanzo di formazione.
una poesia
Lamento di Penelope, 1

Da vent'anni ostinata difendo dalla muffa morte
le mie parti molli venti vani in ombra e solo protesi di gommapiuma color carne
faccia flaccida e pallida come una veccia protendo ai pretendenti
pentolacce così sloggiano imbottìti e sfollo
Ma quando intreccio ceste di vimini e le tappezzo di foglie di fico
sforbicio uno squarcio felice di paesaggio al riparo d'orridi e fosse
nell'isola nostra natìa Itaca ferita rupestre
nobile sterpaglia aprica e solatìa
con bellavista che irraggia sulla sfilza dei filari dove arranco a bocca aperta
tra solchi bioccoli d'argilla fino al male alla milza
Cromo gli olivi di cupo verdemare e cucio suture tra viticci viridenti
Croco d'autunno le vigne e paro reti fitte
pronta a contenere i fecondi coaguli delle future coliche
d'uve che pesterò rosse e mature
pronta a contenere cocci d'alive tante mandorle dolci e fichi
che sgrullerò col cruocco o fraguli gruossi come lingue scarlatte
E mi ritegno grande madre satura bucolica
spaventapaglia dei vitigni scoloriti e spenti grande madre cianotica
che ammucchia coniche biche brulicanti d'acidi succhi di formica
e giare d'alive schiacciate coi tappi pigiati dai sassi
grossa contadina pregna di fatica
labbra screpolate e senza ammanchi inorgoglita
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Rosaria Lo Russo
Penelope,
Edizioni d’if
Penelope è stato scritto e interpretato come voce recitante dall'autrice su commissione del compositore Luigi Cinque, in occasione della messinscena del concerto reading Hypertext Ulysses a Firenze, Fabbrica Europa (28 29 maggio 1999).






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