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un mio racconto

di vertigine (17/10/2006 - 12:06)

COMPRAMI

di Rossano Astremo

 

 

Hai davvero un pessimo aspetto. Indossi un paio di jeans che non lavi da mesi, la tua camicia nera delle grandi occasioni, una giacca di velluto verde comprata al mercatino dell’usato per pochi euro. Hai due occhiaie nere che saturano le orbite oculari, una barba incolta che copre a macchie la tua faccia scarnita. Sembri il frutto di un albero malato.Un gelido vento di tramontana ti scompiglia i capelli arruffati. Il loro dondolio ti obnubila la vista.Sei bianco. Cadaverico. Hai compiuto da tredici giorni quarant’anni. Hai da poco pubblicato il tuo primo romanzo. Il romanzo di una vita. La tua. Dopo anni di lotte, nevrosi, depressioni, collassi. Il mondo dell’editoria è merda che galleggia sulla superficie di un fiume inquinato da stronzi di tutte le misure. Di tutte le consistenze. Secondo i critici letterari che contano, non sei più un giovane scrittore. Se solo i critici avessero l'accortezza di dare uno sguardo al tuo libro. Questa idea che associa il tuo nome ad una certa maturità anagrafica ti scombussola.Hai sempre pensato di dover morire giovane, di lasciare un patrimonio indefinito di carte inedite, di raggiungere una fama postuma. Gigantografie della tua sagoma all’ingresso delle librerie che contano. Migliaia di copie vendute in pochi giorni. Classifiche scalate con velocità impressionante. Mesi e mesi tra i primi posti. Contendi lo scettro a Faletti, alla Tamaro, a Camilleri. Da morto. Mentre il tuo corpo si decompone in una bara isolata dal resto del mondo da una colata di cemento. Questa fantasia era un docile palliativo alle tue frustrazioni di giovane scrittore incompreso. Sì, i tuoi scritti inediti, appartenenti tutti ad un folle progetto in continua crescita, cartelle su cartelle accumulatesi anno dopo anno, tutte battute a macchina, con la tua Olivetti Lettera 32, quasi vent’anni di disperati appunti autobiografici. Raccontare la vita di un uomo rinchiuso nella sua camera, isolato dal mondo, una sorta di dilatazione esponenziale del “Viaggio intorno alla mia camera” di de Maistre. Trasformare la tua scelta di vita in carsico progetto di scrittura. Fonemi, grafemi, liricamente affastellati in un crescendo di senso abulico. La tua vita priva d’azioni, di eventi, scandita da pensieri, ossessioni, sogni, perversioni. La scrittura come spina che ti tiene legato ad una macchina che dona ossigeno. Poi la decisione di schiudere quel mondo privato. Renderlo a tutti accessibile. In fondo, la fama per uno scrittore non è un orpello dequalificato, ma il supremo obiettivo. L’agognata meta. Oltre duemila cartelle sulle scrivanie dei più importanti editori italiani, la spasmodica attesa di una risposta, accompagnata da nuova scrittura da aggiungere al romanzo di una vita, le prime lettere di diniego: il romanzo non risponde alla linea editoriale. Come poteva esserlo, in fondo? Certo, una splendida scrittura, raffinato studioso e letterato, dopo la maturità classica hai preferito continuare gli studi da solo, per la disperazione dei tuoi genitori. Tuo padre è morto quando avevi ventitré anni. Il male incurabile. Non hai versato una lacrime. Oltre quaranta cartelle del tuo romanzo si soffermano sul suo funerale. Non sull’oggettività dell’evento, ma sulla tua reazione alla perdita del padre. Le sue ultime parole sono state “dona un sorriso a tua madre”. Tua madre ha bevuto un potente cocktail di whisky e psicofarmaci circa cinque anni fa. Quel sorriso non c’è mai stato. Ventidue cartelle sulla chirurgica scelta di tua madre di farla finita con un espediente, a tuo modo di dire, molto narrativo. La morte dei tuoi genitori trasformatasi in cortocircuito narrativo. Poi, in un giorno come tanti, giunse la lettera di un altro editore. Prestigioso. Avevi oltre cento suoi volumi nella tua corposa biblioteca domestica. Durante le divagazioni mentali, che ti coglievano nella notte, vedevi il tuo nome scritto in nero sullo sfondo bianco di una lucida copertina. E il nome dell’editore che compariva in taglio basso era sempre il suo. Ma non era una lettera d’interessamento al tuo lavoro. Non era un rifiuto come tutti gli altri. Poche righe di circostanza battute al computer. Lettere standard spedite a centinaia durante la giornata per allontanare una volta per tutte il sogno proibito di centinaia di scribacchini senza speranze. Quella lettera era scritta a mano, morbido inchiostro nero su carta intestata. Un progetto ambizioso, certo, citava Gadda, D’Arrigo, un esasperato, suadente e folle espressionismo, una prosa virtuosa, cerebrale, magmatica. Ma il mondo editoriale non era alla ricerca di simili prodotti indecifrabili. Chiosava, però, consigliandoti di mandare il dattiloscritto ad un suo amico, piccolo editore di provincia, che avrebbe di certo gradito il tuo romanzo di una vita. Indirizzo, recapito telefonico. Distinti saluti. Dell’editore in questione possedevi solo tre titoli nella tua biblioteca. Tra cui una raccolta di articoli postumi di Paolo Volponi. Un autore da te tanto amato. C’era anche la forza delirante presente in alcune pagine di “Corporale” tra le fonti nascoste del tuo lavoro. Spedisti le oltre duemila cartelle del tuo romanzo. Dopo tre mesi la risposta. L’entusiastica lettura del vecchio editore di provincia. La voglia di investire per la pubblicazione del tuo libro. Certo, c’era bisogno di un po’ di editing, forse qualche parte poteva saltare, aveva riscontrato delle ripetizioni, certi giri di parole, pensieri marmorei che ricomparivano ciclicamente, a suo modo di vedere, appesantendo  la lettura, già fortemente ostica. Avvenne l’incontro. Facesti seicento chilometri per raggiungerlo. In casa editrice due stanze. In una, una giovane ragazza che faceva da segretaria, ufficio stampa, correttrice di bozze e quant’altro, e poi, lui, l’editore, un ottantenne che viveva invaso dai ricordi. Cervellotico Pasolini, mondani Moravia e la Morante, fuori dagli schemi Bianciardi. I poeti, oh, i poeti, quanta spocchia in Montale, quanto cinismo in Sanguineti, quanto delirante spirito d’azione in Ungaretti! Dopo sei mesi da quell’incontro la pubblicazione. Copertina nera. Il tuo nome e il titolo in bianco. Estrema semplicità grafica. Poco impatto forse. Necessario per distinguersi dalla massa di copertine patinate, illustrate, che invadevano gli scaffali delle librerie. Il sogno di una vita realizzatosi poco prima dei tuoi quarant’anni. Consideralo una sorta di regalo di compleanno. Magari potrebbe essere l’inizio di una nuova vita. Una vita vissuta al di fuori di quella realtà domestica nella quale hai costruito con fatica e malata dedizione il tuo mondo possibile, fatto di parole. A te, inutile dirlo, non piacciono le cose semplici. Adori estremizzare il tutto. Eccoti all’ingresso di una libreria della tua città. Il vento è gelido. La giacca sembra non ripararti a sufficienza. Delle gigantografie da te sognate all’ingresso delle librerie nemmeno l’ombra. In fondo, non sei mica morto. Il romanzo è uscito da quattro mesi. Spedito a tutta la critica che conta. Nemmeno una recensione è comparsa. E stando alle prime impressioni e ai primi dati dell’editore, le vendite rasentano il ridicolo. Questo ti agita. Solletica la parte indecifrabile della tua mente. Sono giorni che passi in rassegna tutte le librerie della città. Oggi non vuoi soltanto accertarti dell’esistenza del tuo libro. Hai una questione da risolvere. Varchi la soglia della libreria, entri, osservi, cerchi tra le novità, nulla da fare, cerchi nello scaffale narrativa italiana, hai difficoltà a trovarlo, poi, eccolo, disposto orizzontalmente, un’unica copia, tra “L’odore del sangue”di Parise e “Teorema” di Pasolini. Rispettato l’ordine alfabetico. Osservi i potenziali acquirenti. Una decina in tutto. L’atmosfera è saturata dalle armonie di Ludovico Einaudi. Un clima sospeso nel quale la gente si sposta lateralmente come i granchi: gli occhi rivolti ai titoli che contano. Lo scaffale preso d’assalto è quello nel quale sono disposti i titoli dei più venduti. Osservi il tuo libro, il tuo nome, il titolo scarno che spezza la monotonia del nero dominante, osservi la sua mole impossibile, poi sposti lo sguardo su un giovane ragazzo, a pochi metri da te, occhiali tondi alla John Lennon, con Ipod ben in mostra, tra le sue mani una copia di “La ballata delle prugne secche” di Pulsatilla. L’ultimo caso editoriale dell’anno. Una blogger dalle tette abbondanti che racconta le sue storie di ventenne sfigata. Recensita ovunque. Ottimi i dati di vendita. Tu sembri perdere il controllo. La tua vista s’annebbia. Il gesto successivo è semplice. Immediato. Tiri fuori dalla tasca destra della tua giacca una Beretta 92 FS calibro 9 mm, detenuta illegalmente da tuo padre, gliela punti contro, il giovane intellettuale si sente osservato, abbandona la sua posizione, si volta, ti osserva, stenta a riconoscere il senso di quel braccio proteso verso di lui, nella mano sinistra hai il tuo libro, gli intimi di scagliare per terra la merda di carta che ha tra le mani, ubbidisce, alzi il tuo libro al cielo, cominci ad urlare “Comprami!!!”, con tutto il fiato che hai, “Comprami!!!”, suoni strozzati che rompono l’aria soft che si respirava, “Comprami!!!”, il giovane crolla su se stesso, sembra svenuto, la musica di Ludovico Einaudi cessa d’improvviso, schiamazzi di donne impaurite soffocano lo spazio, getti il tuo libro in aria, un volume dal peso impossibile in volo, punti la pistola verso l’alto, spari un colpo, lo centri in pieno, “Comprami!!!”, ancora, ancora, e poi ancora, con gli ultimi grammi di voce.

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