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recensione

di vertigine (21/10/2006 - 11:35)

Il tempo circolare nella vita di Vincenzo Postiglione

di Rossano Astremo

 

Nella seconda di copertina di “S’è fatta ora”,  nuovo romanzo di Antonio Pascale, edito da minimum fax, viene riportata una considerazione di Alfonso Berardinelli: “Qualunque cosa racconti, Pascale è credibile, è divertente, smonta e rimonta la realtà davanti ai nostri occhi portando ogni elementi e dettaglio al più alto gradi di evidenza”. Parole che sottoscrivo pienamente, poiché la forza di Pascale sta proprio in questa prosa accattivante, coinvolgente, che ci pone dinanzi ai dolori che minano le nostre esistenze, senza, però, perdere mai quel pizzico d’ironia che dona alla disperazione una tenue aura di speranza. C’è una cosa che mi ha colpito, una volta terminata questa piacevole lettura. Il romanzo è strutturato in cinque episodi, tutti aventi come protagonista Vincenzo Postiglione, alter ego dell’autore, già presente in altri libri di Pascale, nel pieno di alcuni momenti focali della vita di un uomo: la giovinezza, la politica, l’amore, il rapporto con il dolore e quello con le scienze. In realtà i cinque episodi possono essere letti singolarmente,  come se si trattasse di cinque racconti, senza perdere la loro forza narrativa. In fondo, “Marcovaldo” di Calvino è un libro di racconti aventi un unico protagonista. In “Lezioni americane” lo stesso Calvino dichiara la sua predilezione per le forme brevi, precisando: “Il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio nei testi brevi: la mia opera  fatta in gran parte di short stories”. Non è questo il caso di Pascale. Però, sempre nella stessa lezione sulla “Rapidità” Calvino aggiunge: “Oggi la regola dello scrivere breve viene confermata anche dai romanzi lunghi che presentano una struttura cumulativa, modulare, combinatoria”. Ossia non necessariamente legata ad una causalità continua delle azioni. In Pascale, il tempo della narrazione viene smembrato. Non un intreccio lineare, ma circolare. Cinque cerchi concentrici, uno per ogni episodio, all’interno dei quali si dipana la vita dell’io narrante. Perché chiamarlo romanzo e non raccolta di racconti? Prendo in prestito una considerazione di Moravia che in “L’uomo come fine” afferma: “La principale differenza, e fondamentale, tra il racconto e il romanzo è quella dell’impianto o struttura della narrazione. Si scrivono e si scriveranno sempre romanzi di tutti i generi, i quali potrebbero confutare, con la varietà, bizzarria e sperimentale rarità della costruzione, la verità di quanto stiamo per dire. Ma i romanzieri classici stanno lì a dimostrare che alcuni caratteri comuni tuttavia esistono. Il più importante di tali caratteri è la presenza di quella che chiameremo ideologia, ossia di uno scheletro tematico intorno al quale prende forma la carne della narrazione. Il romanzo, insomma, ha un’ossatura che lo sostiene dalla testa ai piedi; il racconto, invece per così dire, è disossato”. È proprio la presenza di quella che Moravia chiama “ideologia”, che io chiamerei “respiro”, a fare di “S’è fatta ora” un romanzo, perfetto meccanismo narrativo nel quale Vincenzo Postiglione è alle prese con cinque iniziazioni fondamentali della sua vita (iniziazioni sentimentali, civili ed esistenziali) che intarsiandosi tra di loro creano un romanzo di formazione prezioso e originale, con momenti di profonda bellezza: “Quando, dopo quella mattinata passata al teatro, riattraversai simbolicamente il lago di fango e tornai a casa, piano piano iniziai ad allontanarmi anche da Peppe e Filippone e, per contrasto, mi avvicinai ad amici che leggevano libri. Perché il potere ci vuole stupidi, e non volevo più essere stupido”. Passaggio tratto dal primo episodio, nel quale il narratore racconta l’importanza avuta nella sua vita della visione a teatro della “Tempesta” di Shakespeare, che ha segnato il suo avvicinamento alla letteratura e il definitivo allontanamento dalla “cattive amicizie”. Chiudo con un estratto del divertente episodio “Amori romani”: “Non perdiamo tempo, perché le chiacchiere stanno a zero, c’è chi l’amore lo fa per strategia chi per desiderio. Io lo faccio per desiderio, cerchiamo di non analizzarlo più del necessario, tanto è destinato a spegnersi, dura giusto il tempo di un attraversamento di strada. Lo sai tu e lo so io. Tu sei qui, su questa terrazza borghese che guarda l’isola Tiberina, solo perché soffri; io per lo stesso motivo. Quindi niente parole, cene, dichiarazioni, complimenti o autopromozioni, niente trucchi e subito sesso. L’unico modo reale che abbiamo per comunicare”. Quanta verità in queste parole!

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