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Radiografie. La creatività nelle dita
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Lo scorso 30 settembre è scaduto il termine per partecipare a “Radiografie. La creatività nelle dita”, il concorso dedicato ad autori esordienti indetto nell’aprile 2006 da Lupo Editore. Sei mesi durante i quali la nostra redazione è stata sommersa dalle opere di centinaia di partecipanti da tutta Italia e non solo. L’iniziativa ha riscosso grande successo e non possiamo che ritenerci soddisfatti dell’entusiasmo con cui è stata accolta, entusiasmo che ci è stato testimoniato anche attraverso le numerose mail arrivate in redazione. ll premio per i vincitori (uno per ogni sezione del concorso) consisterà, come già specificato, nella pubblicazione delle loro opere in un volume a marchio Lupo Editore. In questi giorni una speciale giuria sta valutando le opere degli autori (oltre trecento) che hanno partecipato a Radiografie. Tale giuria è composta dal sociologo e operatore culturale Mauro Marino (Sezione Poesia), Rossano Astremo, giornalista e scrittore (Sezione Narrativa), Francesco Maggiore, professionista in comunicazione visiva (Sezione Tavole: Fotografie, Ilustrazioni) e infine dallo staff di Lupo Editore. I vincitori del concorso saranno resi noti a partire dalla seconda metà del mese di dicembre 2006. Ogni partecipante sarà informato via telefono, e-mail, o per posta ordinaria presso l’indirizzo indicato al momento della presentazione delle opere.
Per qualsiasi informazione scrivete a redazione@lupoeditore.it
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DENTON WELCH
VOCE DA UNA NUBE
Il primo capitolo di Voce da una nube
Era solo primo pomeriggio, la foschia afosa sembrava farsi più vicina, baluginava sull’erba come sugli alberi distanti. Attraversai il cancello e pedalai verso Bromley. Speravo di arrivare alla canonica in tempo per il tè. Una volta mi toccò consultare
la mappa, poi chiedere un’indicazione. Le macchine e i camion sfrecciavano via; mi ricordai di mio padre che quando ero bambino mi chiamava Signor Prudenza, tanto temevo il traffico ed ero circospetto nell’attraversare le strade. Pensai che fino a quel momento il viaggio era stato piacevole e senza intoppi. Mi sembrò di aver perso molte opportunità lasciando la bicicletta in campagna e non avendola mai portata a Londra prima di allora. Proseguivo per un’ampia strada diritta tenendomi vicino al bordo, senza mai guardare indietro, senza preoccuparmi minimamente del traffico...
Sentii una voce attraverso un’ampia nube di nausea e dolore. La voce mi stava chiedendo qualcosa. Sembrava aprirsi e chiudersi come una fisarmonica. Le parole erano sonore come gonfie note d’organo, poi si scioglievano nel flebile gorgoglio
metallico dell’acqua versata in un bicchiere. Sapevo di giacere supino nell’erba, ne potevo sentire i fili lucidi sul collo. Fissavo il cielo e non mi potevo muovere. Intorno a me
tutto sembrava vacillare e sul punto di spezzarsi. Il mio corpo urlava di dolore, un urlo che mi riempiva la testa, gli occhi sembravano galleggiare in una specie di mucillaggine. Nuvole preziose, simili a una mistura d’inchiostro e fuliggine vellutata, seguitavano a eruttare sopra di me, ad affondare in me, per poi dileguarsi. Lungo la figura liquida dell’uomo inginocchiato accanto a me brillavano piccoli punti luminosi. Capii subito che era un poliziotto, e pensai che stesse celebrando una specie di rito ufficiale su di me. Nella mia mente si confondevano immagini di nascita – forcipi, cordoni ombelicali,
levatrici – e di morte – cappi, asce e maschere scure –; ma non importava di cosa si trattasse, sentii che alla fine tutti gli uomini giungono a questo. Ero stato preso e non sarei sfuggito alla terribile legge di natura.
«Come si chiama? Dove abita? Dov’era diretto?» continuava a domandare il poliziotto. Potevo sentire lo spavento nella sua voce, lo spavento che la rendeva più crudele, dura, impaziente.
Mi resi conto che stava ripetendo quelle domande da tempo e mi dissi che potevo riuscire a dargli in fretta le risposte giuste, a formulare frasi chiare e lucide, bastava volerlo.
Le parole uscirono dalla mia bocca. Alcune erano lievemente scorrette, altre un po’ stravaganti. Me ne accorsi, ma sentivo di avere scarso controllo su di esse, e fui certo che se le avessi ripetute misurandole con attenzione si sarebbero disposte in disegni ancora più grotteschi. E appena il poliziotto sconcertato si chinò per annotare le
mie parole, sentii il bollore e il subbuglio crescermi dentro: affondarmi nel cranio, piombarci sopra, batterlo, infrangerlo.
La terra oscillò e si librò in volo, lasciando i miei piedi nell’aria e la testa giù in basso. Sopraffatto affondavo in onde di nausea e di buio...
Era notte, ora, e sembrava che intorno a me ci fossero pareti. Un gomitolo di luce brillava attraverso un paravento di grezzo twill verde. Percepivo vividamente la consistenza di
ogni cosa. Nelle lenzuola lisce, nel materasso ruvido e nel peso delle coperte scoprivo la tortura. I miei occhi saettavano attorno, consumavano la vernice levigata dell’armadietto al mio fianco, poi scrutavano voraci le palline di cotone intessute nel twill del paravento. Ci fu un rumore. Le pareti parvero scuotersi, muoversi, poi si aprì un varco e due infermiere vennero verso di me, portandosi appresso quel che reputai essere una galleria di cartapesta, di quelle per i trenini. Sembrava sì un po’ troppo grande, ma non avevo dubbi. Scostarono le lenzuola e mi appoggiarono la galleria sulle gambe. A quel gesto mi ricordai all’improvviso... Camminavo con mia madre e la sua amica, avevo otto anni; l’amica diceva a mia madre: «Rosalind, sono stata così bene in clinica stavolta, sopra di me hanno messo una specie di oggetto circolare che teneva le lenzuola discoste dal corpo...»
Così, mentre le infermiere fissavano la struttura al materasso, gridai: «Ma io questo non lo voglio! Questo si mette sulle donne per evitare che le lenzuola premano sul ventre
quando stanno per partorire».
Le guardai scambiarsi sorrisi esperti, di superiorità.
Sapevo di aver detto una cosa sciocca, provai anche vergogna, così incalzai con voce più forte, di sfida: «Io non devo partorire».
Stavolta le infermiere ridacchiarono aspramente. Distesero le lenzuola sulla struttura, le rimboccarono e si voltarono per andare. Richiudendo il paravento una disse: «Ora se ne
stia zitto e tranquillo. Basta coi discorsi».
Ero rimasto solo, a meditare sulla freddezza nelle loro voci e nelle loro risate. Era sconcertante; sembrava fossi un reietto, e i pensieri erano imprigionati nel corpo. Si torcevano e rigiravano in un tremendo labirinto di calore e di dolore. Vidi un corridoio di metallo incandescente senza fine, e io che correvo, picchiando la testa sui muri, incapace di sfuggire.
Cercai di dirmi che quell’atrocità non era reale, che mi sarei svegliato dal sogno. Sembrava troppo violento, troppo strano per essere reale; ma sapevo che era tutto vero, e che il pensiero rassicurante era l’inganno.
Quando ripresi nuovamente conoscenza vidi che il paravento tornava a muoversi. Non apparve un’infermiera, ma una mano bianca e tondeggiante che si stese verso di me. Allo stesso tempo udii la voce di una delle mie zie. Ne fui sorpreso, e immediatamente mi dissi che dovevo comportarmi in modo normale, acuto, intelligente. L’idea del comportamento corretto divenne ossessiva.
«È lei, zia Edith?» chiesi, perché ancora non riuscivo a vederla in viso; sembrava rimanere troppo distante al di sopra di me.
«Non parlare», disse dolcemente avvicinandosi e prendendomi una mano. Volevo stringere la sua per salutarla ma lei non mi lasciava andare; la mia mano rimase nella sua, e sentii la disperazione e il dolore dietro le sue parole di conforto. Detestai quell’aria contrita; desideravo che riuscisse a parlarmi.
«Come è arrivata fino a qui? Qualcuno l’ha accompagnata?» chiesi, perseverando nel mio folle proposito di intavolare una conversazione normale.
«Non parlare adesso», ripeté. «Cerca di rimanere immobile e di non pensare a nulla».
Si voltò e la sentii mormorare qualcosa all’infermiera; poi se ne andò, e intravidi gli occhi allarmati e curiosi di mio cugino che mi fissavano da uno spiraglio nel paravento. Sentii i loro passi allontanarsi.
Dentro di me un dolore cominciò a sovrastare tutti gli altri. Non capivo cosa stesse succedendo. Quando si fece intollerabile gridai per richiamare le infermiere, ma queste
rimasero inflessibili e arcigne come matrone romane. Mi dissero di non essere sciocco e di smetterla di agitarmi. Infine una di loro dovette capire qual era il problema poiché andò a chiamare un infermiere in un’ala distante dell’ospedale.
Dopo un bel po’ di tempo comparve un uomo con un camice bianco, lo scambiai per un medico. Gridai chiedendogli aiuto.
«Non sono un medico, figliolo», disse con tranquillità; posò il vassoio sull’armadietto e scostò le lenzuola. Ricordo che mentre lo osservavo provai stupore e meraviglia: mi stava spingendo un tubicino di gomma molle giù lungo l’uretra. Mi sembrò una cosa inaudita, e che forse avrei dovuto risentirmi per le strane libertà che costui si prendeva con il mio corpo quando io ero indifeso. E mi chiesi anche come mai non fossi terrorizzato da quel tubicino che affondava sempre più dentro di me. Ma non provavo
nessuna di queste emozioni. Lo guardavo con inusuale interesse. Mi sembrava straordinario che si potesse introdurre qualche cosa in un passaggio tanto minuto e
delicato. Il sollievo, quando venne, fu così intenso che per un momento mi scordai di tutti gli altri mali; in quel momento amai quell’uomo più di chiunque al mondo e mi parve che
non gli sarei mai potuto essere abbastanza grato per ciò che aveva fatto.
Lui stava seduto sul bordo del letto con le mani sulle ginocchia, in attesa che tutto il liquido drenasse nella bacinella reniforme. Frugò in una tasca del camice e ne trasse
un mozzicone di sigaretta; l’accese e si mise a fumare con grande circospezione, riparando l’estremità incandescente con una mano e lasciando uscire dalla bocca solo minuscoli sbuffi di fumo.
Improvvisamente capii che agli infermieri era vietato fumare in servizio e che questo qui stava approfittando del paravento attorno al mio letto. Mi sentii raggirato e ingannato,
lo detestai violentemente perché non era più perfetto, e non potevo più essergli grato con tutto il mio cuore. Dopo aver emesso ancora qualche sbuffo furtivo l’uomo spense la cicca e se la rimise nella tasca; quindi estrasse il catetere con rapidità e noncuranza tali da lasciarmi attonito. Ripose tutto sul vassoio, lo coprì con un panno e si alzò per andare.
«Buona notte, figliolo. Ora starà meglio», disse.
Lo guardai in volto. Aveva baffetti ordinari, biondicci, con una spolverata di peli bianchi. Non era né giovane né di mezza età. La sua faccia era rossiccia. Aveva un’aria bonaria e
pigra, incredibilmente pigra, pensai. Quando se ne fu andato rimasi immobile, sforzandomi di pensare lucidamente. Ma non mettevo a fuoco nulla, se non la raccapricciante vignetta del poliziotto chinato su di me, supino sul prato. Dopo la vecchia casa a Beckenham non ricordavo niente, solo quest’immagine. Fissavo l’alone verde della lampada, ascoltavo le quiete voci sibilanti delle infermiere, sentivo il prurito che pulsava, tuonava nelle mie gambe impotenti, ed ebbi l’impressione che fosse accaduto qualcosa che avevo atteso per tutta la vita. Le infermiere sembravano affrontare la situazione con grande calma, senza mostrare nessuna sorpresa per il terribile
cambiamento avvenuto in me. Cominciai a credere che neanche io mi dovevo sentire costernato e perduto, ma dovevo accettare l’orrore come una cosa ordinaria.
Dopo la visita del collega le infermiere tornarono per sistemarmi il letto. Parlavano concitatamente sopra di me.
«Infermiera», dissi all’improvviso, rivolto a una di loro e interrompendo la conversazione, «mi hanno investito, vero?». In un attimo tutto mi sembrò chiaro.
Lei mi lanciò uno sguardo acuto, poi annuì, mosse le labbra come per dire «sì» ma non emise voce. Sembrava a disagio, come se si aspettasse una serie di domande imbarazzanti.
«Ora cerchi di dormire», disse bruscamente l’altra, per troncare il discorso.
«Ma infermiera, non mi riesce di dormire!» dissi, preso dal terrore all’idea di passare la notte da solo.
«Ci deve provare».
Fu orribile; stavano per abbandonarmi e le mie gambe erano tutte una fitta e un bruciore e non le potevo muovere, mentre dalla testa, a ondate, uscivano conati neri che sembravano sul punto di sommergermi. Cominciai a parlare a ruota libera, di argomenti a vanvera; sorridevo, ridevo. E per tutto quel tempo ero consapevole che mi osservavano e mi giudicavano. Non prendevano sul serio una sola delle cose che raccontavo.
Poi il dolore parve serrarmi tra le sue grinfie come un gigantesco grizzly. Urlai di stupore per l’improvviso impennarsi della sua violenza.
«La faccia finita», mi intimarono insieme le due infermiere.
«Sveglierà gli altri». Sembravano pronte a soffocarmi se solo avessi osato emettere un altro suono.
Si vede che gridai nuovamente, perché ricordo solo un urlo e il dolore che mi invase il corpo. L’urlo sembrava inseguire il dolore in tutte le membra. Non ero più nient’altro che
l’urlo e il dolore. Sudavo. Tutto era madido. Piangevo. Dalla bocca mi cadeva la bava.
Al centro della fornace che avevo dentro stava un pensiero chiaro come una scritta a punto e croce. Volevo avvertire le infermiere, dire loro che niente è reale eccetto la tortura.
Apparentemente nessuno capiva che questa era l’unica realtà sulla terra. La gente non sapeva che la tortura era in attesa, quieta, paziente.
Sentii che se l’avessi sopportata ancora per un istante quella sofferenza avrebbe lacerato la mia pelle, sarebbe cresciuta al punto da sfondare il mio corpo teso.
Sentii dei passi allontanarsi di fretta; poi silenzio. Un’infermiera era ancora lì a tenermi, perché non mi muovessi. Infine l’altra ritornò con un piattino fragile e una piccola pistola, o un trapano in miniatura. Mi colpì che questi oggetti fossero tanto piccini e raffinati, erano adatti per un servizio da tè, e pensai che piuttosto che di metallo cromato avrebbero dovuto essere d’argento.
L’infermiera mi sollevò un braccio, tamponò un posticino con l’ovatta. Capii che cercava di aiutarmi. Ora sapevo a cosa serviva la pistola ma dubitavo dei suoi poteri. L’associavo
ancora a pinze per lo zucchero e a colini da tè. Ma quando mi perforò spassionatamente, spingendo dentro l’ago con un piacere vizioso, ebbi fede; ne riconobbi la magia. Era come la magia della Bella Addormentata. Precisamente la stessa, pensai, stupefatto dalla somiglianza. Tornava tutto, la puntura improvvisa, l’influenza velenosa che mi augurava ogni male; poi sarebbero venuti i cent’anni di sonno. Ne ero cosciente, malgrado il dolore. Il dolore non si attenuò affatto. Era ancora lì, si nutriva di me; ma nei cent’anni di sonno sarebbe morto. Non poteva vivere per cento anni.
E sarebbero cresciuti i roveti e tutto si sarebbe fatto grigiomarmo. Al tatto la polvere sarebbe stata spessa e squisita come pelliccia di talpa; e per sempre ci sarebbe stato il chiaro di luna.
un racconto
David Foster Wallace: La vista da Casa Thompson
Luogo: Bloomington, Illinois - Data: 11-13 settembre 2001 - Oggetto: ovvio - Avvertenza: scritto molto in fretta e in uno stato che si può probabilmente definire “di shock”
Sineddoche
Da buoni nativi del Midwest, gli abitanti di Bloomington non sono scostanti ma tendono a essere tipi riservati. Gli estranei vi sorridono cordialmente, ma di regola non ci si scambia quelle quattro chiacchiere fra sconosciuti nelle sale d’attesa o nelle file alla cassa. Ma ora c’è un argomento di conversazione che scavalca ogni riserbo, come se per qualche motivo fossimo stati tutti proprio lì davanti e avessimo assistito allo stesso incidente stradale. Ad es., lo scambio che mi è capitato di sentire nella fila alla cassa di Burwell’s (che sta alle tipiche stazioni-di-servizio-consupermarket come un negozio di lingerie sta a una merceria: situato in posizione centrale fra le due vie principali entrambe a senso unico, e con le sigarette al miglior prezzo di tutta Bloomington, è praticamente un fiore all’occhiello della città) fra una signora con un grembiule da cassiera degli alimentari Osco e un uomo che indossava un giacchetto jeans con le maniche tagliate per ridurlo a una sorta di gilet fai-da-te: “I miei ragazzi hanno pensato che era tutto un film alla Independence Dayfinché dopo un po’ hanno cominciato a rendersi conto che c’era lo stesso film su tutti quanti i canali”. (La signora non ha detto quanti anni avessero i suoi ragazzi).
Mercoledì
Tutti hanno esposto la bandiera. Case, negozi. È strano: non si vede mai nessuno che tira fuori la bandiera, ma mercoledì mattina eccole tutte lì. Bandierone, bandierine, bandiere delle normali dimensioni di una bandiera. Un sacco di case da queste parti hanno quelle speciali aste inclinate accanto alla porta d’ingresso, di quelle che per fissare il supporto servono quattro viti belle grosse. E migliaia di quelle bandierine-su-bastoncini che si vedono in mano alla gente durante le parate: in certi giardini se ne contano a decine, dappertutto, come se fossero spuntate durante la notte. Quelli che vivono sulle strade di campagna attaccano le bandiere alle cassette della posta sul bordo della carreggiata. Certe macchine le portano infilate nella griglia del radiatore o attaccate all’antenna con lo scotch. Certi raffinati hanno veri e propri pali per l’alzabandiera; le loro bandiere pendono a mezz’asta. Parecchie ville intorno a Franklin Park o alla periferia est hanno enormi bandiere multipiano che scendono a mo’ di gonfalone per tutta la facciata. Dove la gente si sia procurata delle bandiere così grosse o come abbiano fatto a montarle lassù è un mistero assoluto.
Il mio vicino di casa, ragioniere in pensione e veterano di guerra che cura la propria abitazione e il giardino con una scrupolosità a dir poco fenomenale, ha un’asta di dimensioni regolamentari in metallo anodizzato fissata su cinquanta centimetri di cemento rinforzato che nessuno degli altri vicini vede di buon occhio perché pensano che attiri i fulmini. Il signore dice che c’è un galateo tutto speciale per ammainare la bandiera a mezz’asta: bisogna prima tirarla su fino in cima e poi farla scendere fino a metà strada. Altrimenti è un insulto, o qualcosa del genere. La sua bandiera è perfettamente spiegata e garrisce con eleganza nel vento. È di gran lunga la bandiera più grossa dela nostra strada. Si senteanche il rumore del vento nei campi di granturco subito a sud; è lo stesso rumore che fa la risacca leggera sul bagnasciuga se la ascoltate a due dune di distanza. La sagola della bandiera del signor N*** ha degli elementi di metallo che sbatacchiano rumorosamente contro l’asta quando c’è vento, un’altra cosa che non va tanto a genio agli altri vicini. Il vialetto di casa sua e quello di casa mia camminano quasi fianco a fianco, e lui è qua fuori su una scala che lucida l’asta con qualche tipo di unguento e una pelle di daino – non vi prendo per il culo – e in tutta onestà è vero che l’asta della sua bandiera risplende come l’ira di Dio. “Veramente una gran bella bandiera e una gran bella attrezzatura, signor N***”.“Ci può scommettere. Con quello che mi è costata”.
“Ha visto tutte le altre bandiere in giro, stamattina?”
A sentire questo abbassa gli occhi e sorride, anche se un po’mestamente. “È uno spettacolo, eh?” Il signor N*** non è quello ce uno chiamerebbe il vicino più cordiale del mondo. In realtà lo conosco soltanto perché la sua parrocchia e la mia sono nello stesso campionato di softball, nel quale lui presta servizio, con immensa precisione, come addetto alle statistiche della sua squadra. Non siamo molto in confidenza. Nonostante questo, è il primo a cui rivolgo la domanda: “Senta, signor N***, metta che viene da lei uno sconosciuto o un giornalista della tv e le chiede qual è esattamente lo scopo di tutte queste bandiere esposte ovunque dopo l’Orrore e tutto quello che è stato ieri, lei cosa pensa che risponderebbe?” “Beh’” (dopo una breve pausa in cui mi guarda con l’espressione con la quale in genere guarda il mio giardino) “per dimostrare il nostro sostegno e la nostra solidarietà rispetto a quello che sta succedendo, in quanto americani” (1). Il punto è che mercoledì [12 settembre] da queste parti c’è una strana crescente tendenza a esporre la bandiera. Se lo scopo della bandiera è dichiarare una presa di posizione, sembra che arrivati a una certa densità di bandiere rappresenti più una presa di posizione il fatto di non esporne una. Non è del tutto chiaro quale sarebbe questa presa di posizione. E se uno semplicemente la bandiera non ce l’ha? Dove se le sono procurate, tutti quanti, queste bandiere, specie quelle piccoline da attaccare alla cassetta delle lettere? Sono tutte avanzate dal 4 luglio e la gente se le conserva come le decorazioni natalizie? Come mai sono in grado di fare questa cosa? Anche una specie di casa mezza diroccata in fondo alla strada che tutti credevano disabitata ha una bandiera piantata in terra vicino al vialetto d’ingresso.
Nelle Pagine Gialle non c’è niente alla voce bandiere. Nasce una vera e propria tensione interiore: nessuno ti passa davanti casa o ci si ferma di fronte con la macchina dicendo: “Ehi, a casa tua non c’è la bandiera”, ma diventa sempre più facile immaginare che sia questo che pensino. Scopro che nessun supermercato in città ha bandiere in vendita. Il negozio di chincaglierie in centro ha soltanto roba di Halloween. Solo pochi negozi sono aperti, ma anche quelli chiusi espongono una qualche sorta di bandiera. È quasi surreale. La sede dell’Associazione Veterani potrebbe essere una buona idea, ma non può aprire fino a mezzogiorno, se mai dovesse aprire (ha un bar). La signora di Burwell’s nomina un certo orrendo minimarket un po’ fuori città, verso la Statale 74, dove le pareva di ricordare di aver visto qualche bandierina di plastica su uno scaffale in mezzo alle bandane e ai berrettini del campionato di stock car, ma quando arrivo sul posto le bandierine sono scomparse, portate via da mani ignote. La realtà è che non c’è modo di procurarsi una bandiera in questa città. Rubarne una da un giardino è ovviamente fuori discussione. Sono fermo in mezzo a un minimarket, spaventato all’idea di tornare a casa. Tutti quei morti, e io che perdo la testa per una bandierina di plastica. Ma il peggio viene solo quando la gente comincia a chiedermi se mi sento bene e devo stendermi e dire che è una reazione all’antistaminico (il che in effetti ogni tanto capita)... Finché, in uno dei tanti assurdi scherzi del destino e delle circostanze durante l’Orrore, è il proprietario del minimarket in persona (un pachistano, fra parentesi) che mi offre un po’ di conforto e una spalla e una sorta di strana comprensione silenziosa, e mi fa passare sul retro e mettere a sedere nel magazzino in mezzo a ogni concepibile stupido vizio e sfizio che l’America ha da offrire, perché mi riprenda, e che solo poco più tardi, mentre beviamo da bicchieroni di polistirolo una strana qualità di tè con tanto latte dentro, mi suggerisce, con delicatezza, cartoncino bristol e “pennarelli”, il che spiega la mia attuale adorata bandiera fatta in casa
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