recensione
“Pecore vive”, ferite di donne lette con lentezza
di Rossano Astremo
Ho terminato la lettura di “Pecore vive” (minimum fax) di Carola Susani un mesetto fa. Ho letto i cinque racconti che lo compongono e poi ho depositato il volume sulla mia scrivania, accanto alle carte (tutte in perfetto disordine) che generalmente lascio ben in vista perché da consultare. Ero convinto che avrei ripreso il libro tra le mani perché altrimenti lo avrei messo direttamente sugli scaffali della mia libreria. Nel corso di questo mese ho letto altri libri, da “Una vita da lettore” di Hornby a “Diario di un lettore” di Manguel, da “Colazione da Tiffany” di Capote ad “Americana” di DeLillo. Ho riletto “Strade morte” di Burroughs e “Diceria dell’untore” di Bufalino, avendo sempre accanto a me la glaciale copertina del libro della Susani. Mentre leggevo i libri sopraelencati, a volte sfogliavo le pagine di “Pecore vive” e mi dicevo che lo avrei riletto al più presto perché c’era un conto in sospeso tra me e quei racconti. Ieri mattina finalmente ho riletto i racconti. Non so perché questa decisione. Forse perché ero rimasto senza libri da leggere. Anzi, a pensarci, stavo terminando la lettura di “Strade morte” di Burroughs, non uno dei testi più sperimentali dell’ “uomo invisibile”, ma pur sempre scritto in una prosa metallica e a tratti snervante. Avevo bisogno di storie domestiche, intime, familiari. Ecco perché, in verità, la decisione di rileggere “Pecore vive”. Non ho letto le cinque storie da cima a fondo, ma mi sono soffermato sulle parti che come mio solito sottolineo con la mia matita rosicchiata sulla punta. La verità è che avevo bisogno di rientrare nei mondi narrativi creati dalla Susani perché il dolore di cui sono intrisi non possono richiedere una lettura sottile. È uno di quei libri che necessita di una lettura lenta, come quando assapori un cibo dal gusto insolito e prelibato. Allora allenti la masticazione perché prefiguri con tristezza il momento che segue l’ingerire del boccone. Le ferite che coprono i corpi delle protagoniste femminili del libro della Susani meritano una lettura partecipata, perché possibili figure che ci scorrono accanto, nella vita di tutti i giorni, voci fragili che affrontano le difficoltà dell’esistenza alternando stati d’animo inquieti, folli, energici, a volte paradossali e contrastanti. Un'adolescente divisa tra madre adottiva e madre naturale. Una ragazza alle prese con un'ossessione amorosa. Due madri di fronte alla malattia: quella del figlio e la propria. Una vedova sola davanti alla pazzia. Ecco le cinque protagoniste dei racconti della Susani. Tutte con una propria voce. Tutte con un mondo privato da svelare con lentezza durante tessitura del racconto. C’è una forte contrapposizione tra la semplicità dello stile e la densità delle tematiche toccate. Il racconto che più ho amato è proprio il “Pecore vive” che dà il titolo al libro. È il racconto, non a caso, che ho sottolineato maggiormente. È la storia di una donna che lotta contro un cancro. Ve ne riporto degli estratti, invitandovi alla lettura del libro: “Ero contenta di avere solo il cancro e non l’Aids, perché ai malati di Aids insieme alle barriere immunitarie sparisce anche la rinite allergica”. “No, non sto impazzendo, lo so benissimo: fino adesso da noi in Occidente hanno scoperto un modo solo per vincere la morte, gareggiare con lei, batterla sul tempo. Perciò s’ingozzano. Ma dove ho sbagliato io, che non pensavo di avere ambizioni da centometrista, che volevo andare lenta, prendermi tutto il mio tempo?”. “È vero, il male domina il mondo, ma non puoi vincerlo, puoi solo compensarlo con tutto il bene che hai”. “Mi calmo, mi rilasso. M’immagino metastasi all’utero e al cervello, al colon e al collo. Chissà se possono vederle tutte con questo strumento, se invece molte sfuggono, se si nascondono dietro alle ossa. Luccicano prima, poi vengono su come funghi, si espandono producendo un piccolo piacere, la crescita è sempre dolce anche se è cancro, finché non entrano in guerra con gli organi interni”. 
un maestro
CARLO FRUTTERO
da Donne informate sui fatti, Mondadori, 2006

La bidella
Sì, praticamente sono stata io a trovare il corpo della donna nel fosso e a chiamare i carabinieri col cellulare senza pensarci due volte. Che fai, te ne torni a casa bella tranquilla, ti fai un caffè e non ci pensi più, non hai visto niente, non sono affari tuoi, la puttana la troverà qualcun altro?
Non è la mia mentalità, a parte che in quanto bidella sono gentilmente richiesta di tenere gli occhi sempre bene aperti a 360 gradi. Cesare, mio marito, non è proprio che mi abbia gridata, ma è uno che dice sempre, e l'ha detto anche stavolta, che da certe cose è meglio stare comunque alla larga, che quello è tutto un mondo pericoloso, droga, schiave del sesso, gargagnani, clandestini di tutte le razze, a metterci il dito non sai mai come va a finire. Un minimo di prudenza, di buonsenso, dice lui. Un massimo di fifa, dico io, perché Cesare è un fifone, un vigliaccone, l'ho toccato con mano le mille volte. Del resto tutti gli uomini sono grosso modo così, niente grane, per la carità, niente complicazioni. È per questo che vanno con le puttane: un momento di dolce intimità in macchina, paghi il dovuto e chi s'è visto s'è visto, anche se poi salta fuori che si sono beccati il virus.
Non so se Cesare ci va anche lui, nella dolce intimità, spero di no, preferisco neanche saperlo! Ma quella era a colpo sicuro una puttana, non c'era da sbagliare. Morta? Morta a colpo sicuro. Non che io l'abbia toccata, che anzi mi faceva senso, se devo dire. Ma non era addormentata o svenuta, bastava guardarla. Un sacco buttato lì, questo sembrava. E minigonna di finto coccodrillo rossa, calze a rete nere, un top nero tirato su fino alle ascelle, un sandalone alto mezzo metro e l'altro scivolato via chissà dove. Insomma, in divisa. Niente sangue, per fortuna. Era sdraiata su un fianco, la faccia non si distingueva bene tra i capelli e l'erba del fosso. Lunga, sul magro ma un magro giusto, non secca voglio dire. Giovane, avrei pensato, ma con queste qui non si capisce mai se hanno diciassette anni o trentacinque.
Come mi aveva detto il carabiniere al telefono io non mi sono mossa. Era domenica mattina, fine maggio, ciclo quasi sereno, aria tiepida. Ho guardato l'ora, poteva sempre servire ai carabinieri: le 10.42. Ero arrivata lì in motorino da un quarto d'ora al massimo, su uno dei sentieri che corrono in mezzo ai prati rimasti prati, tra Beinasco e Rivalta dopo l'ospedale San Luigi. C'erano in vista altre tre persone, ma lontane, due donne e un uomo, che già stavano facendo nel prato quello che ero venuta a fare io, cioè raccogliere una verdurina selvatica che noi chiamiamo i girasoli, che non sono i veri girasoli, ma dei ciuffetti rasoterra, bianchi e verdi, da mangiare in insalata con le uova sode. Roba da poco, ma Cesare ci fa tutta una festa di stagione, li vuole tutte le primavere. Per di più adesso è diventata una specie di primizia ecologica, pochi banchi al mercato la tengono e te la fanno pagare un casino.
Da come gli avevo spiegato la località i carabinieri hanno capito al volo e dopo dieci minuti scarsi sono arrivati, ho visto la macchina scura con la striscia rossa infilare non però il mio sentiero ma un altro laggiù, su un lato del rettangolo, dove c'è anche un piccolo pioppeto. Quei tre che raccoglievano i girasoli si sono raddrizzati a guardare e io intanto facevo dei gran gesti con le braccia alzate, qui, santodio, qui!
E uno che era sceso dall'auto mi ha notata e io gli ho fatto segno di andare avanti fin quasi al pioppeto, e poi lì c'era il mio sentiero che tagliava il prato a metà, col fosso e il cadavere come da mia comunicazione. Quelli sono andati piano piano fino al bivio, diciamo, e lì hanno lasciato l'auto e sono venuti verso di me a piedi, camminando in fila sull'erba che cresce in mezzo al sentiero. Guardavano in terra, per controllare e non rovinare le tracce di pneumatici, se c'erano. C'erano le mie, di tracce, e quelle lasciate dalla ragazza del coniglio, anche lei venuta in motorino. Con me, gentili, ma poche parole. Uno solo è sceso nel fosso attento a dove metteva i piedi e ha toccato la gola della donna distesa. Morta era morta. Allora hanno chiamato altri loro colleghi a Torino e intanto che aspettavano mi hanno fatto un po' di domande. Se puta caso conoscevo la morta, perché mi trovavo lì, da quanto tempo eccetera.
Quando una ha deciso di dire la verità tanto vale dirla tutta fino in fondo, è questo che non vuoi capire Cesare. E così io ho raccontato che mentre ero già in mezzo al prato e iniziavo a raccogliere ho visto arrivare in motorino la ragazza del bar, che è scesa e ha iniziato col falcetto a tagliare l'erba del fosso per il suo coniglio. Qualche metro e poi si è fermata di brutto, si è rialzata, ha dato ancora un'occhiata nel fosso e poi è tornata al motorino, salta su e via velocissima. Io ero a trenta o quaranta metri e non potevo certo vedere l'espressione; ma ho capito che nel fosso doveva esserci qualcosa di niente bello. E in effetti.






Ultimi commenti