laboriosi oroscopi
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Laboriosi oroscopi |
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Uno straordinario gruppo di scrittori e scrittrici della nouvelle vague italiana indaga sul lavoro, la precarietà, la disoccupazione, affidandosi alla scrittura e alla sua capacità di entrare là dove non riescono intellettuali e esperti all'apparenza più adeguati: e cioè politici, economisti, sociologi. Si tratta di perlustrazioni non tradizionali, di visioni inattese, di oroscopi, appunto, che anifestano tutta la potenza della loro carica conoscitiva a chi sappia penetrare i leggeri meccanismi del loro codice, |
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riservato ma non segreto. Scrivere del lavoro vuol dire allora avvicinarsi con la letteratura a quell’esattezza inarrivabile della statistica. Cos’è il lavoro oggi? Le risposte possono arrivare dalle figurazioni di questi diciotto racconti - illustrati con un tratto elegante e non comune - dove ciascuna delle esperienze narrate parla di uno ma suggerisce segni che valgono per tutti. «La stupefazione nel leggere questa raccolta – dice Raffaele Manica nella Prefazione del volume – deriva dalla percezione vertiginosamente mutata che il lavoro, in sé e come tema letterario, ha avuto in un trentennio: un mito filosofico artistico (l’instabilità, la precarietà) è diventato il problema concreto per eccellenza, insieme alla disoccupazione, che trasfigura un altro mito (l’assenza, la mancanza)». Testi di: Andrea Bajani, Andrea Carraro, Silvia Colangeli, Mario Desiati, Francesco Dezio, Marco Di Marco, Giulia Fazzi, Angelo Ferracuti, Elisabetta Liguori, Andrea Melone, Lorenzo Pavolini, Alessandro Piperno, Flavio Santi, Roberto Saviano, Carola Susani, Emanuele Trevi, Sara Ventroni, Massimiliano Zambetta |
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aspettando manituana

E' on line il quarto racconto di avvicinamento a Manituana.
Warraghiyagey / The Funeral
Nel nome di Dio, Amen, Io, SIR WILLIAM JOHNSON, da Johnson Hall, nella Contea di Tryon, Provincia di New York, Baronetto, in sana condizione di mente, dispongo...
[PDF] http://www.wumingfoundation.com/italiano/warraghiyagey.pdf
intervista a marco archetti
Giovani scrittori: il paranormale come ultima risorsa
di Rossano Astremo

una versione ridotta di questa intervista è apparsa sul Nuovo Quotidiano di Puglia il 29 novembre
“Maggio splendeva”, terzo romanzo di Marco Archetti, edito da Feltrinelli, che verrà presentato alla “Città del Libro” di Campi Salentina, racconta la storia surreale del giovane Leo Piccioni, ambientata nel lontano 1936. Leo è l’unico figlio di una famiglia borghese molto protettiva: il padre si perde nei suoi studi e nei suoi esperimenti di biologia, mentre la madre si compiace della ostentata rispettabilità delle convenzioni. Ad assecondare le stranezze del giovane Leo ci pensa la zia Ester, matura signorina antimussoliniana, lettrice di Freud in originale e cinefila incallita.
Dopo “Lola Motel” (Meridiano Zero, 2004) e “Vent’anni che non dormo” (Feltrinelli, 2005), romanzi che trattano storie contemporanee, in “Maggio splendeva” hai deciso idi ambientare la storia nel lontano 1936…
«Sono sempre stato attratto dall'idea di scrivere un romanzo ambientato durante il periodo fascismo. Le dittature in generale offrono meravigliosi spunti narrativi - complotti, segretezza, disperata voglia di vivere - a chi abbia voglia di raccontare. E l'avanspettacolo, poi. Questo mondo così profondamente italiano, cialtronesco e spietato, di lustrini, panciotti di raso e facce imbiancate di cipria. Certamente il mio movimentato soggiorno cubano di due anni ha acuito la mia sensibilità al tema. I dittatori sono esseri terribili e semplicissimi, ambiziosi e perversi, piccoli e bestiali, dunque profondamente umani. E poi io sono cresciuto coi racconti dei nonni a proposito di quel periodo. Ho cercato di raccontare anche quel che si è sedimentato in me dopo le loro parole».
L’elemento che dona forza e ritmo alla narrazione è rappresentato dalla scoperta di Leo di possedere poteri paraormali che stravolgeranno completamente la propria vita. Come è nata l’idea di lavorare sul tema del magico?
«L'idea del magico è nata da sé. Ogni mia storia contiene elementi comico-grotteschi. A Cuba molti miei amici dicevano, riferendosi a Fidel Castro: "Se solo potesse sparire!", frustrati dalla condizione di repressione che sembra non avere soluzioni, a meno che non le si cerchi nel paranormale. Poi avevo letto questo aneddoto sulla vita di Mozart. Il piccolo aveva pochi anni e il padre lo trascinava di teatro in teatro a far mostra di sé e della sua genialità, e aveva inventato un gioco per cui gli spettatori avrebbero potuto offrire al ragazzino una partitura inedita e lui l'avrebbe suonata alla prima occhiata. Una sera un genio del male ne presentò una ineseguibile: entrambe le mani dovevano essere impegnate sui tasti e a un certo punto c'era una nota che andava suonata nel mezzo. Bisognava avere tre mani, in poche parole. Mozart suonò la nota col naso. Venne giù il teatro. Ho cominciato a riflettere sulla genialità, sul potere che regala, ma anche sulla solitudine, sull'enigma dell'identità. Leo, il protagonista del libro, passa molto tempo, quando ha capito di avere un potere paranormale, a chiedersi "chi sono"?»
Sei reduce dalla “Città del Libro” di Campi Salentina, uno dei pochi eventi legati al mondo del libro e dell’editoria presenti nel nostro meridione. Ritieni che queste manifestazioni possano davvero aiutare lo stato critico dell’editoria italiana o sei pessimista in proposito?
«Queste occasioni sono importanti, molto importanti. Sarò sincero: ad alcune vado più volentieri, ad altre meno. Io sono un po' schivo e umorale. Odio per esempio quest'obbligo spettacolare per lo scrittore di essere "simpatico" a tutti i costi per accattivarsi lettori. Questa tendenza un po' televisiva. Alla fine, paradossalmente, si perde di vista la letteratura, e proprio in festival organizzati per riportarla al centro dell'attenzione. A Mantova vado molto volentieri, per esempio. E al sud ancora di più: ci sono poche iniziative, e i lettori rispondono con genuinità. Sono meno viziati dei milanesi o dei romani o dei bolognesi, che hanno incontri ed eventi ogni giorno. Il Festival di Gavoi, in Sardegna, ne è un esempio luminoso. Un paese minuscolo, nel cuore della Barbagia, difficilmente raggiungibile e arrampicato sulla montagna. 40.000 presenze in tre giorni e un'organizzazione, coordinata dal mio amico Marcello Fois, che ha dell'incredibile».
E il tuo rapporto con la Puglia?
«Con la Puglia è diverso. Ho un rapporto individuale ed esclusivo con la vostra terra: ci ho passato l'infanzia, e ci sono tornato questa estate, un lungo on the road in auto durato un mese, dal Gargano al più profondo e meraviglioso Texas salentino».
Tu eri presente in due importanti antologie pubblicate nel 2004 e dedicate alle giovani promesse della narrativa italiana, “Gli intemperanti” e “Italville”. Da lì a poco l’uscita del tuo primo romanzo e la pubblicazione del secondo libro con la prestigiosa Feltrinelli. Come è cambiata la tua vita di giovane scrittore?
«La mia vita è certamente cambiata, ma non in maniera decisiva. Ho più impegni, forse meno tempo per scrivere, qualche ansia in più da placare, occasioni stimolanti. Viaggio molto. Questo mi piace».
Prossimi progetti narrativi?
«Ora sto lavorando a tre progetti. Non so quale diventerà il prossimo libro. Per ora li porto avanti, per lo meno nella mente, tutti e tre. Poi verrà il momento in cui uno dei tre vorrà le mie cure a tempo pieno. E io capirò. Sarà quello che leggerete dopo "Maggio splendeva"».
andrea inglese, quello che si vede

una poesia da Quello che si vede (Arcipelago, Milano, 2006)
Andrea Inglese
Non bastava essere veloci,
muovendosi su pattini lungo i marciapiedi,
o guardare dentro schermi, nelle mobili
immagini, le fasce di colore, le cifre
che ingrandiscono nel nucleo rosa,
il prezzo dell’andata-e-ritorno,
o sapere
a memoria il codice segreto,
per entrare in casa, prelevare
denaro, accedere alla posta,
o trovare sul dorso dell’involto
il codice a barre, e gli altri numeri
del giorno, non bastava,
esigeva l’alba,
con il gattino piccolo inarcato,
attraversato da tremiti, gli occhi
scoppiati fuori, il filo di sangue
dalla bocca,
esigeva su quell’asfalto
la sua morte
un punto di vista
(anche la patata, sepolta
che nel minimo calore
pronta a figliare
si rompe, spinge nel buio
i getti, ostinata)







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