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"Il museo dei pesci morti"

di vertigine (07/12/2006 - 09:57)

Le vite malate di D’Ambrosio

di Rossano Astremo

Otto racconti compongono “Il museo dei pesci morti”, il primo libro tradotto in Italia di Charles D’Ambrosio, pubblicato di recente dalla minimum fax. Racconti di ricerche frustrate, nei quali i personaggi inseguono qualcosa di perduto, o peggio ancora, qualcosa che non hanno mai posseduto. Ogni storia presenta uno o più di questi elementi: una degenza in un ospedale psichiatrico, il fallimento all’interno dell’industria cinematografica, o la perdita dei figli. Storie dolenti, scritte in una prosa semplice, diretta, che pone il lettore nel centro focale della disperazione quotidiana dei protagonisti. In “Sceneggiatore” D’Ambrosio racconta la storia di un uomo con disturbi mentali che instaura un rapporto ai limiti del lecito con un’alta paziente malata, una ballerina che tenta continuamente di darsi fuoco, costretta a dormire legata affinché non esegua i suoi progetti da piromane scriteriata: “Prese la sigaretta, ci si accese la sigaretta e si versò un po’ di cera bollente sulla coscia. Nel frattempo non mi staccava gli occhi di dosso, e dopo qualche istante mi aveva incantato, ero ipnotizzato, ammaliato, ero sprofondato dentro quella pozza azzurra in cui i pesci aspettavano timidamente. Fece un tiro della sigaretta, espirò, poi la rigirò e si sfregò la punta accesa contro il capezzolo per far cadere un po’ di cenere. Un altro tiro, e passò all’altro capezzolo. Di lì a poco tutte e due le areole erano ridotte a macchie grigiastre di cenere”. Altro racconto degno di nota è “Lo schema generale delle cose”, la storia di due tossici, Lance e Kirsten che per sopravvivere si fingono volontari di un’associazione che aiuta i neonati tossicodipendenti, bussando alle porte delle case della gente e chiedendo manciate di dollari che possano sostenere questo fantomatico progetto. Un racconto che ricorda i fantasmi tossici dipinti da Moody in “La più lucente corona d’angeli in cielo”: “Quanto vorrei una dose in questo preciso momento, disse Kirsten. Si strinse le braccia attorno al corpo per fermare un brivido che le partiva dalla spina dorsale. Il fantasma della sua vita da tossica la seguiva costantemente”. Si susseguono nelle pagine di D’Ambrosio fragili antieroi, sopravissuti alle insidie dell’esistenza, come Caroline, la protagonista femminile di “Su al Nord”, che ha subito violenze da un amico di famiglia a diciotto anni e che nella sua vita non è riuscita mai ad avere un orgasmo: “In un certo senso, la mancanza di soddisfazione sessuale spiegava la promiscuità di Caroline: quello che non riusciva ad ottenere in intensità lo compensava con l’ampiezza del raggio d’azione. Non era mai stata fedele né prima né dopo il matrimonio; preferiva fare sesso con gli estranei, e io non potevo esserlo, non potevo ridiventarle. Era come se si incaponisse a rivivere, in continuazione, quel momento originario di completa estraneità”. D’Ambrosio è abile nel costruire piccoli mondi suggestivi e realistici, popolati da individui lacerati da ferite non arginabili, vinti fotografati nei momenti di massima inazione rispetto alla propria vita.

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