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Archivio Dicembre 2006

una poesia

di vertigine (08/12/2006 - 15:30)

ANGELO MARIA RIPELLINO

da Notizie dal diluvio

Tutto  possibile la domenica: una qualsiasi sorpresa,
un'auto con amici fuggiti da un umido camping alpestre,
uno scroscio, uno screzio, una chiamata inattesa.
Sono deserte le scatole delle finestre,
dormono le qualità, le analogie, le diatrbe,
dormono la pecoraggine e la villana dei profeti,
e le colombine tornate dai balli. Ma tutto  possibile:
una fiammata di ebbrezza, uno scherzo al telefono,
la morte di un giallo uccellino ucciso dal freddo,
il passaggio di una nuvolaglia di crespo esequiale,
l'arrivo di un pittore barbuto da Praga. Tutto  possibile.
L'architettura maldestra del vuoto domenicale
si scompiglia e si amlgama come il mercurio.
Accada dunque qualcosa, perché la noia verde-malva
non accartocci il castello del cosmo in un disperato tugurio.

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estratto

di vertigine (08/12/2006 - 15:24)

Timothy Leary
IL GRAN SACERDOTE

Il libro più importante e rivoluzionario sull'LSD
pp. 384, € 19,00

 


L'assolata domenica pomeriggio in cui demmo ad Allen Ginsberg i funghi cominciò pigramente. Alle nove del mattino Rhona e Charlie erano in cucina, a dare inizio alla serie di colazioni. I primi a scendere furono Jack Leary e il suo amico Bobbie, che avevano passato la notte in casa. Bobbie era poi uscito per andare a messa. Quando scesi in cucina vi trovai Donald, un pittore hipster non invitato di New York che sedeva al tavolo, avventandosi come un procione su toast e pancetta. Frank Barron e i poeti, Allen Ginsberg e Peter e Lafcadio Orlovsky, erano ancora nelle loro camere e noi gironzolavamo in cucina con la calma e l’attenzione tipiche della domenica mattina, per non svegliare quelli che ancora dormivano. Lafcadio, il fratello di Peter, aveva ottenuto una licenza da un ospedale psichiatrico.
Intorno alle dodici e trenta la quiete fece posto all’animazione familiare. Bobbie era tornato dalla chiesa dove aveva raccontato, eccitato, al padre la festa che avevamo dato la sera precedente per la squadra di rugby di Harvard e come io avessi donato ai ragazzi, Bobbie e Jack, un dollaro ciascuno per aver servito da bere agli invitati.
Trassi da questo sviluppo profitto e perdita politica. La squadra di rugby di Harvard cercava un ingaggio. Ma cosa c’entrava in tutto questo l’affidare il servizio del bar ai ragazzi? Il padre di Bobbie è un irlandese, perciò tutto va per il meglio. Per il meglio.
Si spalancò in quel mentre la porta e irruppero dentro Susan Leary e tre ragazze, s’aggirarono per la cucina, salirono di sopra per vestirsi, ridiscesero per preparare l’occorrente per un picnic, ritornarono di sopra per prendere dei dischi, quindi fuori e poi di nuovo dentro per del ginger ale.
Il rumore si era ora spostato al piano di sopra: sentivamo muoversi i dormiglioni e lo scorrere dell’acqua in bagno, e scese Frank Barron, mezzo addormentato, per friggersi delle polpette di merluzzo per colazione. E poi, Allen Ginsberg e Peter. Allen s’aggirava per la cucina con un’andatura da miope e poi s’accinse a cuocere delle uova, e Peter sedeva in silenzio, guardandolo.
Dopo colazione, i poeti s’immersero nella lettura del “Times” e Frank andò nella camera di Susan per guardarsi alla TV una partita di rugby e dissi ad Allen di fare come se fosse a casa sua e questi prese delle birre e andò a unirsi a Frank. Donald, il pittore, si era aggirato pian piano per la casa guardandosi intorno con i suoi grandi occhi da bambino e mettendo il naso in ogni angolo e rovistando tra i libri e tra i dischi. Aveva chiesto di prendere, la sera, i funghi e stava cercando dischi di musica india per tamburo. Gli suggerimmo di telefonare, a tal fine, alle biblioteche locali. Un suo amico, uno studente in antropologia, poteva forse trovare alcuni dischi indios; e mi chiese se poteva prendere la macchina per recarsi a Cambridge. Parlava a fatica, con tono serio, interrompendosi spesso, e gli dissi di usare senz’altro la mia macchina.
Durante la trasmissione, entrarono Jack Leary e i suoi compagni nelle loro divise da rugby e osservarono per un attimo la partita e poi s’annoiarono e salirono nella stanza da gioco al terzo piano. Li prendemmo in giro perché si erano bardati a quel modo, sembravano guerrieri rivestiti di pelle di cinghiale, e perché, anziché uscire a giocare, se ne stavano rinchiusi in casa. Finita la partita, Frank Barron chiamò Charlie e i ragazzi, e uscimmo fuori e ci portammo dietro il garage per giocare a pallaovale. I poeti declinarono gentilmente l’invito di prendere parte al gioco. All’imbrunire rientrammo e cominciò la lunga scena tipica della cena domenicale: prosciutto freddo e pasticcio di carne, whisky e soda con ghiaccio (ma non per i poeti). In cucina regnava un’allegra confusione. Rhona e Charlie avevano mal di stomaco e salirono presto in camera. Lafcadio era rimasto a letto quasi tutto il pomeriggio, fino a quando non era salito Allen per dirgli di scendere e una volta giù si sedette in un angolo, calmo, impassibile, misterioso: forse stava pensando a marziani in atto di porre piede sulla Terra. Annuiva ogni qual volta gli offrivamo da mangiare, e Allen gli diceva di svuotare i piatti ed egli ubbidiva, in silenzio e meccanicamente. Dopo cena, chiedemmo a Jack e a Bobbie se desiderassero andare a giocare a palla nel corridoio del piano di sopra con Lafcadio ed essi risposero affermativamente e si precipitarono fuori della cucina con Lafcadio che si trascinava dietro loro. Vi sono tutt’oggi impronte di palla sul soffitto bianco e la lampada a muro non ha più funzionato come prima, ma Allen ha detto che il week-end è stato una formidabile terapia per Lafcadio. Egli diventò più loquace e continuò così per parecchie settimane, dopo che furono partiti.
Allen Ginsberg, ingobbito sopra una tazza di tè, guardando attraverso i suoi occhiali orlati di nero, la lente sinistra divisa in due da un’incrinatura, cominciò a raccontarmi le sue esperienze con l’Ayahuasca, la magica liana visionaria che cresce nelle giungle del Perù. Egli aveva seguito Bill Burroughs nella sua ricerca, si era spinto verso sud alla scoperta di nuovi reami della conoscenza, dell’elisir della saggezza. Si era seduto, sudando per il caldo, solo, in qualche stamberga di Lima, tenendosi con la mano sinistra un batuffolo di cotone imbevuto di etere pressato contro il naso, e bevendo e scrivendo poesie con la destra e poi aveva percorso, in corriere di seconda classe, assieme a indios, la Cordillera delle Ande e poi ancora corriere e autostop: addentrarsi tra le giungle e tra i fiumi rilucenti del Montana, vagabondare tra le fumiganti foreste equatoriali. Poi il villaggio di Pucalpa, e le trattative per trovare il curandero, pagato con aguardiente, e il rito stesso, l’ingurgitamento della sostanza amara, e la nausea e i colori e il battere dei tamburi e lo sprofondare del vuoto vacuo, nel grande occhio che tutto racchiude, e il terrore che venisse il grande serpente, il giacere indifesi sul pavimento di terra e l’arrivo del grande serpente. Il vecchio curandero, faccia raggrinzita piegata su di lui, e Allen che gli diceva: culebra, e il curandero che ammoniva con gesti clinici del capo e che gli soffiava contro una boccata di fumo per far sparire il grande serpente, che svaniva davvero.

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