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le tribù dei blog

di vertigine (12/12/2006 - 15:18)

Reportage da “Le tribù dei blog”

di Rossano Astremo

 

 

Foggia, 1 dicembre, convegno nazionale dal titolo “Le tribù dei blog”. Sono stato invitato in qualità di relatore. La giornata si prospetta densa di impegni, frenetica, ansiogena. Prendo l’autobus da Grottaglie alle 7,15. Arrivo a Lecce alle 8, 30. Sbrigo velocemente delle faccende burocratiche. Ho l’Eurostar che mi parte alle 11,20. Ho un’ora tutta per me. Mi reco dal libraio di fiducia, nonché editore del mio ultimo libretto, e compro “Il museo dei pesci morti” di Charles D’Ambrosio, edito da minimum fax. In seconda di copertina Michael Chabon dice “nessuno, oggi, scrive racconti migliori di questi”. Mi fido. Passo da un bar, il “Caffè degli Artisti” che di artistico non ha un bel cazzo, prendo mezzo Caffè Borghetti e mi dirigo in stazione. In stazione incontro Luciano Pagano con la sua compagna. Anche loro prendono l’Eurostar delle 11,20. Siamo nella carrozza 7. Io posto 81. Loro un po’ più indietro. Aiuto una signora a sistemare la sua valigia. Peso della valigia indefinito. Rischio un infarto, ma la signora dice che sono giovane e forte. Se lo dice lei. Il treno parte. In realtà avevo scritto degli appunti da tenere a mente nel corso dell’intervento pomeridiano. Ma il toner della mia stampante finisce sempre quando serve. E non ho stampato neanche il racconto da leggere nell’atto conclusivo del convegno, quello più conviviale, presso un locale della città, il momento più atteso da tutti, organizzatori e invitati. O no? Inizio la lettura del libro di D’Ambrosio. Il primo racconto non scivola a dovere. Non sono sufficientemente concentrato. Penso a Foggia. All’ultima volta che sono stato a Foggia. Alla prima e ultima volta che ho messo piede a Foggia, città definita da Moravia la più brutta d’Italia. Sì, era un giorno dell’inverno del 1985, avevo una manciata di anni, e mio zio, il più giovane dei dieci tra fratelli e sorelle di mia madre sposò una parrucchiera foggiana. Ho pochi ricordi di quel giorno. Davvero pochi. Nessuno della città. Pochi mesi dopo mio zio lasciò la moglie perché lo tradiva con un altro. Poi mio zio è tornato a casa dei suoi, ha iniziato a bere, a fare il cameriere, poi ha smesso di fare il cameriere, ma non di bere, ha fatto un corso per modelli, poi come primo lavoro gli hanno proposto di fare un film porno, lui ha accettato, ma poi ha capito che il porno non era il suo genere, ed era depresso perché pensava alla figlia lontana (c’era di mezzo anche mia cugina), poi non so perché e come è tornato con la parrucchiera foggiana. Ora non vivono più a Foggia.Penso a queste cose, mentre sfoglio distrattamente il libro di D’Ambrosio. Ora che ho terminato di leggere il libro, posso dirvi che gli otto racconti che lo compongono valgono pienamente il prezzo di copertina. Arriviamo a Foggia alle 14,04. Puntuali come non mai. Alla stazione ci aspetta Michele Trecca. Fuori dalla stazione c’è Ivano Bariani che parla al telefono. Ci mettiamo in macchina, destinazione un ristorantino nel quale ci aspettano gli altri ospiti, tra cui Giulio Mozzi, Silvana Rigobon, Anna Maria Palladino e Nadia Terranova. C’è anche Manila Benedetto più smagliante che mai con il suo compagno, saluti e baci qua e là, e si comincia a mangiucchiare e a bere ottimo rosso, parlando del più e del meno, di letteratura e non solo, del mio essere vegetariano che in occasione del genere mangia solo pane e vino (ma questa volta mi va alla grande perché c’è un ottimo primo di ravioloni imbottiti di ricotta e immersi in uno strato delizioso di cime di rape tritate). L’aglio sulle melanzane grigliate superava i limiti consentiti. Poi tutti fuori, abbiamo un’ora di cazzeggio prima di recarci presso la Biblioteca Provinciale per l’inizio dell’incontro pomeridiano. Ci portano in albergo, il White House, lussuoso, con camere ricoperte da carta da pareti a fiorellini rosa che si abbinano perfettamente con le lenzuola, un marasma di sentimentalismo retrò che fa molto “coppiette in luna di miele”. Ma io sono solo e, in più, ho un pessimo alito generato dall’aglio ingurgitato di cui sopra. Mi do una ripulita, mi lavo i denti, poi scendo nella hall, presso il portiere affinché mi faccia usare la sua stampante. Lo convinco, ma la stampante è un rottame medievale che produce un foglio ogni venti minuti, ma svolge ugualmente il suo prezioso lavoro. Per fortuna.La Biblioteca è davvero stupenda. La gente comincia ad affollare gli spazi. I primi ad intervenire io, Luciano Pagano e Maurizio Cotrona. Ma Maurizio non c’è. È rimasto imputtanato nel traffico romano assieme a Christian Raimo, vittime dello sciopero degli autoferrotranvieri. Cominciamo senza di lui, raccontiamo la nostra esperienza di blogger della prima ora, facciamo vedere i nostri blog, io leggo una bella poesia di Fabio Pusterla, tutto si conclude rapidamente e senza dolore. Poi è la volta di Silvana Rigobon e Anna Maria Palladino, curatrici di due ottimi progetti, rispettivamente la rivista “Monologhi della varechina” e la casa editrice Untiti.Ed. Ci sono problemi con un video portato da Anna Maria, si opta per la pausa caffè ed ecco materializzarsi Raimo e Cotrona, giunti in tempo per lo spuntino. Una chiacchiera tira l’altra, non avevo mai visto Maurizio, eppure i nostri paesi d’origine distano quindici chilometri, l’ultima volta che avevo incontrato Christian era all’Alter Festa di Cisternino nell’estate 2005. L’atto conclusivo dell’incontro pomeridiano vede protagonisti Ivano Bariani, Manila Benedetto, Christian Raimo e Giulio Mozzi. Divertente l’intervento di Bariani che racconta la genesi del sottotitolo che accompagna la loro rivista: letteratura fica. La scelta di quel “fica” (non innocente) ha reso possibile uno strano meccanismo di accessi al loro sito. L’80% della gente che accede su Fam ci arriva inserendo su google la parola “fica” e che magari ha un interesse davvero nullo per tutto ciò che concerne la scrittura e mondi affini. Manila, ex Princess Proserpina, parla della sua recente esperienza di curatrice dello spazio Booksblog. Christian si sofferma su Roberto Saviano, che ha cominciato a pubblicare i suoi reportage su Napoli e il Sistema proprio su Nazione Indiana. Giulio s’interroga, a conclusione della giornata, sulle potenzialità future dello strumento-blog. Poi tutti al Bellamì, circolo culturale foggiano molto carino, anche se prima Michele ci fa da cicerone e ci porta a vedere qualche viuzza caratteristica di Foggia, mentre gran parte delle ragazze sono tornate in albergo ad incipriarsi il naso. La serata al Bellamì scorre serena, si mangia, si beve, ci si interroga, s’intessono amicizie che si spera durino, si legge anche. Sul palco si alternano il sottoscritto, Luciano, Anna Maria, Silvana e Christian, il tutto orchestrato da Maurizio Cotrona (deve in qualche modo guadagnarsi la pagnotta!). Pulp, molto pulp, il racconto orale di Chrstian, la storia di due adolescenti baresi, ambientata nell’estate del 1990, tra alcool, auto e rock and roll. La stanchezza prende il sopravvento. Le orecchiette alle cime di rape e il buon vino rosso hanno steso tutti. Ci rechiamo a piedi in albergo. L’indomani mattina tutti prenderanno il treno in orari diversi. Christian, come sempre, opta per orari impossibili (Eurostar Foggia-Roma delle 6 del mattino). Non resta che salutarci. Salgo nella mia camera: 205. Non è che abbia molto sonno. Accendo la tv. C’è Ghezzi che indossa la sua maglietta della salute bianca e mi dice parole che non capisco. Spengo. Il soffitto pieno di fiorellini mi osserva stranito. Penso a Moravia, alle sue parole: Foggia, la città più brutta d’Italia. Non ha visto Brindisi, mi dico. Mi addormento.

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