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un libro fondamentale: per chi non l'avesse ancora letto

di vertigine (20/12/2006 - 17:54)

GIUSEPPE GENNA

Da ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE

La camera oscura

La metafora del mondo spettacolare è resa esausta, cioè esaurita, secondo la lezione degli scatoloni di riciclo dei toner di fotocopiatrici nei meandri aziendali : "Inserite qui le cartucce esauste". L'esaurimento dei significati è simile alla condizione di un bolo di cibo, rimasticato fino all'estrema spremitura, fino ad averne ricavata ogni particola di nutrimento. Come pura materia inerte, la "società spettacolare" è un'espressione sulla bocca di tutti, pronunciata da tutti perché nessun orecchio ne avverta più il significato. Nella grande colonizzazione dell'umano che è in atto, possedere significa questo : dimenticare, non accorgersi della presenza di un oggetto mentre l'oggetto è presente. Ovviamente, le cose non stanno così.

Figurarsi la società in quanto spettacolo significa figurarsi uno spettacolo. La proiezione di un film, per esempio. Il pubblico, nella sala buia, rispetta le regole vigenti, che impongono un religioso silenzio perché agli altri non sia interdetta una comoda visione. Nessuno vede chi sta accanto. Un uomo potrebbe morire, ma lo spettacolo che viene inscenato, l'unica autentica realtà che ha spessore durante la proiezione, è il film. Ciò che sta al di qua del film non ha valore. Potrebbe averlo soltanto in quanto appendice del film : vedere i lettighieri irrompere nella sala, le luci accendersi, qualche mugugno accanto al rantolo del moribondo che viene trasportato, pallido e spettrale, sulla barella - tutto ciò costituirebbe un valido prosieguo dello spettacolo nelle file degli spettatori. Non ci sarebbe reale pericolo : dopo la breve e concitata interruzione, di nuovo calerebbe il buio e lo schermo s'illuminerebbe, e noi solamente avremmo un aneddoto in più da raccontare al ritorno dal cinema. Nel caso dell'esempio cinematografico, il mondo è rappresentato nelle persone degli spettatori. La realtà, quella che vuole essere spacciata come realtà, sarebbe una pura rappresentazione : il film stesso. La sua carica affabulatoria è irresistibile : il mondo ha pagato per assistere al suo svolgimento. I personaggi, le cui trame e improbabili destini si intrecciano sul grande schermo, sono caricati di un'aura mitica. Divi a tutti gli effetti, sono scimmie dei divini, fantocci di una cosmologia immaginaria, depotenziata, ma non per questo meno reale. Il fascio di luce che origina gli eventi rappresentati in cinemascope è ben individuabile : basta voltarsi per vederlo provenire dalla cabina di proiezione. Eppure esso conserva un'origine seducente e misteriosa, inviolabile. Cosa si cela, realmente, in quella cabina ? Quale segreto iniziatico compie il suo corso in quel luogo ambiguo ? Di che specie di alchimia si tratta, in quel budello individuabile e nascosto al tempo stesso ? E' un fatto che pochissimi si voltano verso l'origine del fascio e, se lo fanno, certo non irrompono nella cabina di proiezione. Al più restano incantati a osservare la polvere sospesa nella luce, come i residui selenici di un'esplosione già avvenuta. E tutti noi ignoreremmo il reale stato delle cose al di là del muro, se la stessa cinematografia non avesse avuto la pietà di rappresentarci, come una mitologia melanconica e desabillé, il ruolo del proiezionista in diverse pellicole.

Chi sta fuori dal gioco, per esempio il cospirazionista, è simile, nella sua condizione di isolamento per troppa conoscenza, al proiezionista. Egli usufruisce di una visione più concentrata, densa e dettagliata - su piccolo schermo - del film che sta proiettando. L'ha visto molte volte e ha perduto da tempo l'eccitazione che agita il pubblico in sala. La sua aria scettica, trasandata, tradisce una noncuranza dovuta alla cattiva abitudine di conoscere fin troppo bene il finale del film. Si permette di mangiare, con malcelata indolenza, da una schiscetta che pare fuori dal tempo. E' un essere a suo modo affascinante. La sua cabina, i suoi tre quattro segreti del mestiere fanno la gioia degli adolescenti che si avventurano oltre la soglia del suo regno. Crescendo, essi perderanno lo stupore che accompagnava il lento e meticoloso cambio di bobine, lo spostamento attento delle manopole. Conserveranno, altresì, un poetico e crepuscolare ricordo di quei momenti impagabili, che per un attimo avevano fatto loro apparire il mondo sotto una luce diversa : quella che acquisisce quando si è in cabina di regia.

E tuttavia, il proiezionista stesso altro non è che un super-spettatore. Il suo scetticismo di base, dovuto alla reiterata esposizione ai segreti della pellicola, non è nulla se non un genere differente di assistere alla rappresentazione. Il cospirazionista non si illude mai di potere cambiare le cose. Mai il proiezionista fa cessare lo spettacolo. E, cosa ben più fondamentale, c'è sempre qualche cinema che proietta la pellicola, indipendentemente dalle follie di un operatore che si mette in testa di fermare la rappresentazione. I cospirazionisti, in tale modo, addivengono a uno stato di nichilismo poco invidiabile. Essi sono convinti che nulla si può fare per interrompere il gioco e che, in fine dei conti, conviene tacere e chiudersi nel proprio disincanto. La loro odiosa impotenza si rovescia in un'altrettanto odiosa lezione di vita. Essi conoscono fin troppo bene come funzionano i meccanismi dello spettacolo e la morte di Dio, per loro, ha il sinistro suono del fruscio della celluloide.

Da tanti anni ormai hanno offuscato anche i sogni in celluloide. Come sempre accade, è dovuto passare molto tempo perché ci rendessimo conto di quanto era all'avanguardia uno tempi che potevamo vivere rispetto al tempo che vivevamo e che ancora non abbiamo terminato di vivere. Così, sogni straordinari sono sfumati e a nulla vale ricordarne gli orli vaghi o le trame complesse, perché hanno perduto ormai il loro leggendario impatto. Pare tuttavia che tali sogni abbiano acquistato, in cambio, un nuovo potere, affascinante e indefinibile, che nasce quando oramai si può provare solo struggimento di fronte ai giorni andati.

Taxi driver è uno dei capolavori che rende il cinema un'arte nel senso più radicale del termine. Esso è in grado di rappresentare al meglio il dramma faustiano dell'uomo che tenta di sconfiggere la vita e ne è sconfitto. La parabola di questo sogno al di là di noi stessi, spesso se non sempre, ha elevato le anime e gli oggetti che venivano lambiti da questo fantasmagorico sciabordio. Purificati dalle scorie della falsa vita, gli uomini si sono resi essenziali e il mondo è apparso splendido. In questa semplicità disincarnata sta uno dei non minori pregi della rappresentazione artistica. Le persone, fattesi personaggi, in tutto e per tutto verisimili e all'altezza di ciò che segretamente desideriamo, operano i cambiamenti su un mondo uniformato, mentre ciascuno di noi intimamente dispone le batterie della propria fantasia per la battaglia finale.
Quindi non è alla rappresentazione del Potere biascicante dalla tribuna del suo pubblico speaker corner che Robert De Niro rivolgerà il fuoco delle proprie armi. Sarà invece a una più concreta moralizzazione che egli metterà mano. Una natura fallace e metropolitana, invasiva fino al punto di costringerlo a sviluppare un esoscheletro tecnologico e spaventoso (le armi e i meccanismi sotto le maniche della camicia), non è per questo meno naturale e meno distante dalla potenza riformatrice dell'uomo che, al centro della natura, non riesce a evitare di sognare un mondo migliore. L'avvertimento dell'assoluta naturalezza di una morale porterà il taxista a uno scontro molto diverso da quello che pensava di affrontare. I suoi proiettili sono destinati a fare crollare la facciata del falso mondo : non quello illusoriamente apodittico del confronto democratico, bensì il territorio contingente e potentissimo di una situazione liminale, quella del pappone che prostituisce una tredicenne. Che la facciata sia sgretolata e che il pericolo sia immane perché imminente e concreto, è evidente dall'utilizzo sapiente dei tempi e della rappresentazione di ciò che accade appena il massacro del pappone ha avuto luogo : si osserva la polizia recintare il sorido alberghetto, la gente accorre ma non può vedere, tutti sono tenuti a debita distanza, e il tempo del rallenty sancisce la dimensione epica e particolare di questo rischioso istante : l'istante in cui l'esistente è stato fatto implodere dalla volontà di un uomo che ha imposto un nuovo ordine.
Il taxista rientra nella normalità dopo una cura idonea : lo testimoniano gli articoli di giornale appesi ai muri, in cui si descrive il gesto eroico e la convalescenza in ospedale dell'attentatore. Articolo e cura coincidono, in una convergenza parallela che non inquieta più alcuna anima candida, da quando non esistono più anime candide. Chi sbaglia la lettura del momento cinematografico reagisce al colpo di scena pensando all'immoralità di un attentatore che, in forza di una falsa verità, ottiene fama di vittima ed eroe. La patente di eroismo su carta di giornale, tuttavia, viene concessa da chi aveva confinato una tredicenne nel regime della prostituzione e fatto, di un emarginato, un pappone nichilista col vizio del romanticismo.

Robert De Niro, lo sguardo nel vuoto, bovino, è seduto. Col piede gioca a tenere in equilibrio il televisore, non sa se farlo cadere o meno. Alla fine la tv cade, si sfracella.

Nel buio del cinema chiunque ha presente che, ai lati, esistono le porte di sicurezza, che nessuno di noi sa come usare, pronte per l'incendio finale.

Ha scritto Jean Jacques Rousseau : "Non adottiamo quegli spettacoli che rinchiudono tristemente poche persone in un centro oscuro, tenendole timorose e immobili nel silenzio e nell'inerzia".

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zio bill

di vertigine (20/12/2006 - 15:09)

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WILLIAM BURROUGHS

incipit da Città della notte rossa
13 settembre 1923
Farnsworth, l'Ufficiale Sanitario Distrettuale, era un uomo talmente ingrugnato nelle sue aspettative della vita che ogni vittoria era una sconfitta; però non era privo di una certa pesante tenacia ed efficienza nel suo limitato ambiente. L'attuale stato di emergenza posto dalle inondazioni e dalla conseguente epidemia di colera, non costringendolo ad alcuna attività insolita, lo trovava padrone di sé. Ogni mattina all'alba, ammucchiava le sue carte geografiche bisunte, che studiava a colazione mentre si leccava via il burro dalle dita, nella sua scassata Land Rover e usciva a ispezionare il suo distretto, fermandosi qua e là a ordinare altri sacchetti di sabbia per gli argini (sapendo che i suoi ordini sarebbero stati trascurati, come generalmente avveniva a meno che il Commissario per caso fosse con lui). Ordinava a tre astanti, presumibilmente parenti, di trasportare un caso di colera all'ospedale distrettuale di Waghdas e lasciava tre pillole d'oppio e le istruzioni per preparare l'acqua di riso. Loro annuivano, e lui se ne andava, avendo fatto quello che poteva.

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un'altra poesia

di vertigine (20/12/2006 - 09:46)

FRANCO ARMINIO

OUTLOOK


venti, venticinque al giorno.
non parlo di sigarette
ma delle volte in cui apro la posta.
aspiro il fumo della comunicazione
ogni volta che è in corso la sospirata ricezione.
all'inizio lo facevo uno, due, tre volte,
ma poi ha preso il largo
la droga del messaggio.
invio, invio
e se non c'è risposta
scrivo e invio,
alla fine parlo
sempre io.

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una poesia

di vertigine (20/12/2006 - 09:37)

BOB KAUFMAN

RISPOSTA
per Eileen

Dormi, piccola, dormi per me,
Dormi il profondo sonno dell’amore,
Sei amata, che tu dorma o vegli,
Sei amata.

Venti danzanti canteranno per te,
Antichi dei pregheranno per te,
Un povero poeta perduto ti amerà,
Mentre le stelle compaiono
Negli oscuri
Cieli.

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