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Frammenti di
Gente del Mondo
di Alberto Chimal, Messico
(traduzione di Silvia Di Marco)
Catalogo di popoli e nazioni. ATTACCAMENTO Per gli janr, la morte è lo stadio ultimo e definitivo dell’esistenza. Sin dall’antichità questa credenza li ha spinti a temerla e detestarla e a considerare la conservazione la più elevata, degna e virtuosa tra le arti. In tale disciplina non esistono maestri più grandi degli janr: un cadavere da loro trattato, sottoposto a una qualunque delle tecniche di imbalsamazione che usano, viene effettivamente strappato al ciclo naturale della putrefazione e rimane eternamente com’era al momento della morte, senza alcun deterioramento percettibile. Per intere generazioni, le famiglie custodiscono gelosamente queste “belle mummie” che finiscono inevitabilmente per riempire tutte le città degli janr. Allora gli abitanti vivi sono costretti a emigrare e rimangono solo i morti, tutti schierati per le strade e nelle case, a guardare fuori attraverso porte e finestre: un saluto beffardo al sole che segna il passare dei giorni. Gli llollo dicevano sempre il contrario di quello che pensavano, ragion per cui i nemici più acerrimi si salutavano con grande calore, gli amanti non la smettevano di dirsi addio, i generali ordinavano la carica quando l’esercito doveva ritirarsi e le mamme rimproveravano i figli più obbedienti. Sempre. Tuttavia, numerosi viaggiatori provenienti da ogni regione andavano dagli llollo per sentirli parlare e per vivere in quella maniera così strana, ed è probabile che uno di loro, forse un mercante o un narratore, abbia insegnato loro la menzogna (un’arte sconosciuta e addirittura inconcepibile). Fu così che gli llollo cominciarono a fare confusione: a volte dicevano ciò che pensavano davvero, a volte quello che non pensavano, ben sapendo che nessuno li avrebbe creduti, e, addirittura, a volte parlavano con intenzioni oneste ma senza che nessuno desse loro credito. Finirono col mischiare bugie e verità nei discorsi, nelle azioni e persino nei pensieri; in questo modo divennero uguali a tutti gli altri popoli del mondo e alla fine si dispersero perché, si dice, ormai non riuscivano più a capirsi gli uni con gli altri. Secondo quanto si racconta, da sempre i magok-da si alimentano esclusivamente di carne di yak, latte di yak e patate fritte nel grasso di yak (vivono nelle desolate steppe di Daka, dov’è ancora possibile incontrare questi quadrupedi). Tale dieta millenaria li ha resi un popolo così obeso che, ad esempio, pochi di loro riescono a camminare e ancor meno a correre, e i cavalieri più grossi sono costretti a cavalcare due o addirittura tre cavalli insieme. Tuttavia, come si può vedere dal seguente frammento attribuito allo storico Kschatt de Morrst, questa situazione non impedisce loro di soddisfare i loro animi bellicosi: Alla vigilia di ogni battaglia, negli accampamenti dei magok-da si odono i rumori di un lavoro febbrile. All’alba le catapulte (molto più grandi delle catapulte comuni, con enormi argani di metallo e ceste dal diametro di sette piedi) sono pronte; intere mandrie di yak le portano il più vicino possibile alle postazioni nemiche. Poi, mentre pochi coraggiosi cavalieri inscenano una falsa carica per provocare gli avversari, sopraggiunge il grosso dell’esercito magok-da: guerrieri enormi e rotondi, corazzati, muniti di pugnali crudeli, lunghi archi o temibili alabarde. Con qualche difficoltà i soldati salgono sulle catapulte e poi vengono scagliati lontano, uno ad uno, dagli addetti alle catapulte che, dopo, hanno appena il tempo di tendere le corde, far girare gli argani, caricare il “proiettile” successivo, puntare e sparare di nuovo. È strano e non poco spaventoso vedere i guerrieri magok-da in volo, che a volte girano lentamente su sé stessi e altre volte tengono lo sguardo fisso sui soldati nemici addosso ai quali stanno per cadere; chiunque li vede grida, soprattutto se, oltre a vederli, sente anche i canti di guerra con i quali si accompagnano durante il viaggio nell’aria (un solo guerriero, nello schianto contro il suolo, può uccidere varie decine di soldati nemici. Se sopravvive alla caduta e riesce ancora a muoversi può farne fuori per lo meno un altro centinaio). Sin da piccoli, i magok-da sono abituati a volare: i genitori, per farli addormentare, invece di cullarli tra le braccia li lanciano in aria. Non esiste offesa che li tocchi, cattiva azione che li tormenti o errore che li perseguiti. Vivono nelle foreste di Jaqim, alle intemperie, coperti solo dai capelli e dalla loro stessa pelle, e tutti i giorni sono per loro uno stesso giorno. Sono felici. Sono i qamaq, il Popolo Sorridente, ultimo depositario della magia dell’oblio. Un solo mago li guida e li governa: al mattino si alza presto, prima del sole, e gira tra la sua gente che dorme. Si avvicina a ognuno di loro, senza far rumore, e gli sfiora la fronte. Con un semplice tocco dissipa e fa svanire tutti i ricordi, cosicché quando il dormiente apre gli occhi ammira la foresta con lo sguardo pulito di chi è convinto di vivere ai primordi di tutto il creato. I qamaq assaggiano due volte la stessa pianta velenosa, prendono infinite volte il sentiero più pericoloso, ripetono interminabilmente i gesti temerari, crudeli, inutili. Solo il mago sa e comprende, ed è questo il prezzo che deve pagare per il suo potere, fino al giorno in cui lo passerà a qualcun altro. POESIA Gli aiyunda, abitanti della città di Ondyagu, nell’ovest, sono famosi per questo rituale: tutti i giorni, all’alba, il primo che si sveglia e raggiunge la piazza nel centro di Ondyagu (sulla quale si affacciano tutti gli edifici circostanti, i templi e i palazzi del governo) pronuncia una parola. Poi, la persona più vicina a colui che ha parlato ripete la parola e ne aggiunge un’altra. Poi, qualcun altro ripete ciò che è stato detto aggiungendo un’altra parola, e così via per le strade e le case, dai bambini ai vecchi, dagli uomini alle donne, dagli amici ai nemici, da un capo all’altro della città, per tutto il giorno la catena di parole attraversa Ondyagu, ripetuta di bocca in bocca, ogni volta più lunga. Arrivato il tramonto, la persona cui tocca aggiungere l’ultima parola si dirige verso la piazza. Lì ad attenderla c’è il Gran Archivista della città che scrive su un grosso libro ciò che il “messaggero” gli detta. In calce allo scritto viene apposta la data. Nei secoli, questa usanza degli aiyunda ha dato origine a migliaia di volumi e ciò che in essi è scritto, per un caso o un grandissimo miracolo, è di incomparabile bellezza, sonorità e significato. Da quei libri provengono le prime versioni della Poesía Llorando, della Balada del Hombre de Plata, dell’Agua que había Muerto e dei Cantos del Bien Dudar, che hanno strappato fiumi di lacrime a Karesh il Feroce in persona… Saggi e studiosi di tutto il mondo si recano fino a Ondyagu per leggere i famosi scritti e, unanimemente, coprono di lodi la città e gli abitanti, come se fossero un solo individuo, un solo poeta dal talento incalcolabile.LA VERITÀ
CORAGGIO
LA PACE
un altro haiku

Rimaniamo qui a marcire nel letto,
premi il mio ombelico, voglio capovolgermi:
troppo abbiamo bevuto per solcare l’eterno.
R.A.
una poesia di gianni toti

GIANNI TOTI
Brevidia
(prime vociferazioni per un Contraddizionario)
ricomincerò dalla tua faccia senza faccia tutta dita
perché se dico ti prendo la mano ti tocco
con queste parole che bucano l'aria
se ti prendo la mano se ti dico ti prendo
la mano ti tocco anche con le parole
con cui ti prendo intanto la mano
se sul silenzuolo ci prendiamo tutto
che altro tocchiamo intangibili intatti
là dove si tocca ciò che non si tocca
con la mano e con la parola?
se noi ci scateniamo allo smontaggio del tatto
con silenzi incrociati a verbi scritti
e nomi d'azione e piccole verghe accentuate
che cosa rimonteremo se non quelle catenule
di polpastrelli tenui muscolature lisce?







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