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recensione

di vertigine (21/09/2005 - 18:17)

 

“Zio Demostene”, tra le nervature familiari nella ricerca di un tempo esploso

di Rossano Astremo

 

 

 

Lo zio Demostene, ritratto in copertina, disertore, comunista ed esule, con il suo volto scarnificato e tipizzato da un paio di baffi lucidi e ben leccati lungo l’estremità, assomiglia tremendamente al nipote scrittore, a quell’Antonio Moresco che ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità. Della somiglianza non solo fisica ma anche caratteriale tra zio e nipote se ne accorse ben presto la famiglia Moresco: “Però in casa ho sempre sentito parlare e raccontare dello zio Demostene, fin da quando ero piccolo. Era la pecora nera della famiglia e quando anch’io ho cominciato a dare i primi segni di deviazione, tutti mi dicevano per spaventarmi: “Sta’ attento! Farai la fine dello zio Demostene!” Oppure: “Vagabondo come tuo zio Demostene!” quando me ne sono andato via da Mantova e ho cominciato anch’io a fare il vagabondo da una città all’altra e a “rovinarmi con la politica”, e sono cominciati ad arrivare i processi, le denunce, l’arresto, e le notizie finivano anche sul giornale della mia città natale, dove vivevano ancora i miei genitori, e così lo sapevano tutti…”.  In quest’ultima fatica letteraria di Antonio Moresco, Zio Demostene. Vita di randagi, edita da Effigie, si passano in rassegna le esistenze ai margini dei familiari più vicini allo scrittore mantovano. Non si rievoca e ricostruisce, quindi, solamente la vita dello zio Demostene, ma anche quella del nonno Antonio, autodidatta esaltato, del padre militare, reduce dalla guerra d’Africa e da un campo di prigionia in India, della madre, ragazza affamata in cerca di un posto da servetta, che bussa alla porta di una villa di nobili presso i quali resterà per tutta la vita, del cugino Ferdinando, abbandonato dalla madre naturale di fronte alla porta dei nonni ed emigrato in Brasile, e di altre vicende familiari accomunate da un destino di randagismo e di diaspora. Con questa rievocazione di un’epoca che non è più, Moresco aggiunge un ulteriore tassello alla costruzione della sua personale ricerca sul tempo narrato, che, a differenza della “Ricerca”di Proust, non si focalizza nel riavvolgere spasmodicamente le fila di un passato (anche se in “Zio Demostene” è il ricordo del passato ha strutturare il tutto) che percuote con ossessione le cervella, ma prende quello stesso tempo e lo fa esplodere, dilatandolo lungo la triade passato-presente-futuro. Essendo una narrazione intima di vicende personali, in lo “Zio Demostene” la scrittura espressionista moreschiana è messa da parte, con la prevalenza di un andamento stilistico più sincopato e meno debordante: “Finisce così questa piccola vicenda dello zio Demostene e di tutti gli altri. Anche loro, come mio padre, come i miei parenti, come me, randagi e reduci di guerre perse e di illusioni tradite. Come anche i nobili, in fondo. Altre cose non le so. Non ho fatto altre indagini per saperle, prima di mettermi a scrivere. Mi sono basato solo su testimonianze sentite direttamente o scritte, o frutto del passaparola tra le generazioni, che si sono fatte così ricordare, nello stesso modo in cui la memoria ha trovato la forma per ricordare e per ricordarsi e per testimoniare e per tramandare”. Un testo insolito questo di Moresco. Una sorta di raccolta di b-side, dove molto spesso riesci a catturare interpretazioni insolite della band che veneri, nell’attesa dell’album che spiazzi veramente. Fuor di metafora, nell’attesa della terza parte dei “Canti del caos”.

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