intervista
Intervista a Leonardo Colombati. L’autore sarà in Puglia il 15 e 16 dicembre
di Rossano Astremo
Doppio appuntamento pugliese per Leonardo Colombati, l’autore del romanzo eroicomico “Perceber” (Sironi), uno dei casi editoriali del 2005. Colombati sarà a Lecce, presso il Fondo Verri, alle ore 19, giovedì 15 dicembre e a Taranto, presso la libreria Dickens, alle ore 19,30, venerdì 16 dicembre. In breve la trama. La narrazione prende avvio il 6 luglio del 2000, in una Roma fiaccata da un sole asfissiante. In viale Trastevere un tram travolge un anziano passante tranciandogli la gamba destra. Testimoni: Giovanni Migliore, giornalista in crisi d'identità, Luigi Dodo, giovane medico tormentato da certi sogni inquietanti su due bambine gemelle, e Antonio Baldini, avvocato in pensione con più di una rotella fuori posto e in mente un grandioso Piano Topografico sulla città di Roma. L’attuazione del Piano e una parallela indagine sulla scomparsa della gamba intreccerà i destini di questi tre uomini, in un vorticoso gioco nel tempo e nello spazio che ha per teatro non solo Roma ma anche Perceber, una cittadina spagnola i cui abitanti sono soggetti a una maledizione che li costringe a parlare senza sosta né pausa.
Leonardo, hai passato dieci anni della tua vita a scrivere il tuo primo romanzo. Ora che è passato qualche mese dalla pubblicazione di “Perceber”, come ricordi quel periodo?
“Sono andato avanti a scrivere “Perceber” nei ritagli di tempo, quando il lavoro e la famiglia me lo permettevano. Ma la trama e i personaggi mi accompagnavano dovunque. Tutti i libri che ho letto in quel periodo, li ho letti in funzione del mio. Mi spingo oltre: la vita che ho vissuto dai ventiquattro ai trentaquattro anni, mi pare d'averla vissuta per un unico scopo, quello di riversarne le esperienze e le
suggestioni nel mio romanzo d'esordio; che come tutti i debutti, aveva la pretesa di essere anche un testamento, un “oltre non si può andare”. Ora che ho un anno o poco più per completare il secondo libro, mi sforzo di
pensare che una scadenza così vicina non può far altro che aiutarmi a scrivere qualcosa di più “adulto” e “professionale”. E continuo a dirmi che è sbagliato voler ficcare il mondo intero in un solo romanzo. Ma la verità è che rimpiango quel tempo in cui potevo prendermi tutto il tempo”.
Eppure non sei stato il solo a “voler ficcare il mondo intero in un solo romanzo”. Nel 2005 sono usciti “Neuropa” di Gianluca Gigliozzi e “La macinatrice” di Massimiliano Parente. Potrei anche aggiungere l’inedito “Jazzrusalem” di Giordano Meacci. Tutti romanzi massimalisti, tutte opere “mondo” ipercitazioniste ed enciclopediche. Tutti autori nati nei primi anni Settanta, che hanno trascorso i migliori anni della loro “giovinezza” a comporre il “grande romanzo italiano”. Si tratta solo di una coincidenza?
“No, non penso che sia una coincidenza. Credo si tratti di una reazione ad una stagione editoriale (più che letteraria), in cui finalmente in Italia sono arrivati, ad esempio, i romanzi di Pynchon, di Gaddis, di Foster
Wallace, di DeLillo. Questa cosa del “romanzo massimalista” o “postmoderno” - del “romance” a scapito del “novel” - mostra già la corda, negli Stati Uniti. Ma qui da noi mi sembra giusto tentare, provare a
rifuggire dai soliti compitini minimalisti senza sangue, messi in bella prosa per un centinaio di pagine. D’altronde, l'inventore di questo genere di letteratura è il nostro Ariosto”.
Nelle pagine conclusive di “Perceber” molto spazio è dato alle fonti che hai utilizzato per la stesura del romanzo. Se dovessi citare qualche titolo che per te è stato fondamentale?
“Ho iniziato a scrivere “Perceber” con in mente il Tom Jones di Fielding, il primo libro “serio” che ho letto, quando avevo dieci anni. Ho la sensazione che, dopo quello, io abbia letto libri di qualità inferiore: il primo
romanzo moderno è forse anche il più bello. La palla da baseball che in “Underworld” di DeLillo fa da filo rosso alla narrazione, è un espediente che ho cercato di imitare utilizzando una gamba amputata invece della palla. Da
un punto di vista prettamente stilistico, sono stato sicuramente influenzato da Pynchon (“L'arcobaleno della gravità” e “Mason & Dixon”, soprattutto). Per quanto riguarda gli italiani, direi senz’altro “La cognizione del dolore” di Gadda e “Ferito a morte” di La Capria; i miei due romanzi italiani preferiti del secolo scorso. Da La Capria ho cercato di imparare a forzare lo stile e la struttura del libro ricordandomi di “rimpolparlo” con buone dosi di sentimenti, a volte perfino di sentimentalismo. Avevo paura di costruire una macchina che risultasse algida”.
In un’intervista hai dichiarato che non sei stato mai un grande lettore di romanzi italiani. Sei sempre dello stesso avviso? O puoi citare qualche autore che per la tua formazione è stato importante?
“Non sono mai stato un grande lettore di romanzi italiani. Prima ho citato Gadda e La Capria. Potrei aggiungere, forse, Landolfi e Sciascia. Se guardo agli ultimi vent’anni, pochi sono gli scrittori italiani che mi piacciono: il Busi dei primi due libri, ecco, lui sì. Da quando è uscito “Perceber”, mi capita di dover incontrare alcuni “colleghi”. Così, per non fare brutta figura, mi tocca leggerne i libri. Alcune volte sono stato piacevolmente sopreso: con Giuseppe Genna, Alessandro Piperno, Mario Desiati ed Helena Janeczek, ad esempio, sono molto amico; ma è un’amicizia in cui l’ammirazione per i loro libri non ha avuto un peso indifferente. Da queste mie recenti ricognizioni, mi sembra di aver capito che ultimamente da noi le acque si stanno muovendo”.
Ora, accantonato “Perceber”, ti aspetta la stesura del secondo romanzo. Puoi darci qualche anticipazione?
“Sì, il prossimo romanzo uscirà per Rizzoli nel 2007 e sarà completamente diverso da “Perceber”. Ho già scritto cento pagine, che nei giorni pari mi sembrano una schifezza e in quelli dispari un capolavoro. Oggi che giorno è?”
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